Di inondazioni e tempeste. Ouramdane e il mondo Sfumato

Sfumato

Sfumato (photo: Jacques Hoepffner)

L’atmosfera è rarefatta, una nebbia si espande adagio, da dentro verso fuori, come se uscisse dal ventre della terra.
La bravissima Lora Juodkaite comincia a vorticare per la scena, prima lentamente, poi sempre più veloce, disegnando un cerchio perfetto e regalando al pubblico un inizio assolutamente straordinario, prima che la pioggia si abbatta sulla scena (impossibile non ricordare il “Vollmond” di Pina Bausch). Acqua che cade, scroscia, schizza il pubblico, rinfresca l’aria.

Ecco “Sfumato”, in scena la settimana scorsa al Théâtre Forum di Meyrin, vicino a Ginevra, ultima creazione del danzatore e coreografo francese di origini algerine Rachid Ouramdane, su testo scritto insieme a Sonia Chiambretto.
Ouramdane è un artista che s’interessa di temi importanti: la tortura, l’immigrazione, l’identità. Con questo lavoro, presentato l’anno scorso anche a Romaeuropa, ha voluto proporre una visione metaforica delle questioni contemporanee legate all’ecologia: nello specifico, la scomparsa di interi villaggi a causa delle inondazioni, l’esilio verso luoghi sconosciuti e i ricordi che si affollano nella testa dopo esperienze di migrazione forzata.

In “Sfumato” (il riferimento è alla tecnica pittorica) Ouramdane, per fissare meglio le immagini, vuole proporre una visione surreale del mondo, quasi apocalittica, disegnata però con un susseguirsi di quadri “senza linee e contorni”, sfumati appunto. Gli tsunami, gli uragani, gli incendi delle foreste creano devastazioni fisiche con inevitabili ripercussioni psicologiche: è questo disagio l’oggetto delle riflessioni del coreografo, che da sempre coltiva la poetica della testimonianza. Come raccontare quindi la deriva di intere popolazioni schiacciate da una natura selvaggia e violenta?

Per riuscire nel suo intento l’artista decide di affrontare dei viaggi in Cina, Vietnam, Brasile, per osservare e filmare, con l’aiuto di alcuni documentaristi, il volto di uomini e donne che hanno dovuto lasciare i propri villaggi. Il pubblico li vedrà in alcuni brevi video proposti in scena.

Successivamente Ouramdane ha compiuto una accurata ricerca scenografica e visiva, affidando al movimento dei danzatori e alla voce di Deborah Lennie-Bisson la rappresentazione del suo mondo naturale.

Sotto una intensa pioggia tropicale, un diluvio benefico e liberatorio, i danzatori si abbandonano agli elementi naturali; ma se all’inizio tutto è straordinariamente coinvolgente, col passare del tempo la performance perde d’intensità e significato.
Le emozioni, e con loro pure l’obiettivo principale della creazione, non si ritrovano più nei gesti, nelle atmosfere, e l’acqua appare un elemento che aggiunge piuttosto che distruggere o tormentare. Tanto che la visione apocalittica pare lasciare il posto ad una più pacifica versione alla “I’m singing in the rain” (effettivamente cantata in scena), che poco può testimoniare o evocare.

Sfumato
concezione e coreografie: Rachid Ouramdane
con: Jean-Baptiste André o Mathieu Hédan, Brice Bernier, Jean-Baptiste Julien, Lora Juodkaite, Deborah Lennie-Bisson, Mille Lundt, Ruben Sanchez
testo: Sonia Chiambretto
musiche: Jean-Baptiste Julien
canto: Deborah Lennie-Bisson
scenografia: Sylvain Giraudeau
luci: Stéphane Graillot
video: Aldo Lee, Jacques Hoepffner
costumi: La Bourette
produzione e diffusione: Erell Melscoët
produzione: L’A  
coproduzione: Biennale de la danse de Lyon, Bonlieu Scène nationale Annecy, Le Quai-Angers, Kaaitheater-Bruxelles

durata: 1h
applausi del pubblico: 3′

Visto a Meyrin (Svizzera), Théâtre Forum Meyrin, il 9 aprile 2014


 

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