Di teatro, scuola e scelte. Perché disintossicarsi è più facile di quanto sembri

scuola-2015Ho passato gli ultimi sei mesi lontano dai teatri. Ma comunque in un bel posto. Li ho passati in un liceo scientifico di Roma che affaccia sul Colosseo, facendo l’insegnante. Anzi: l’apprendista insegnante.
Non siamo seduti in cerchio, eh; non è questo, per quanto lo sembri, l’incipit dell’ultima seduta con gli Alcolisti Anonimi, anche se la dipendenza riguarda comunque quello che diremo.
Negli ultimi sei mesi infatti ho scoperto che, nonostante l’abitudine malsana e inveterata negli anni di calcare i foyer capitolini due o tre volte a settimana, in realtà dalla dipendenza teatrale – almeno a Roma – si può uscire abbastanza facilmente: non servono neanche i cerottini.
Basta, invece, fare un minipasso fuori dal circolo degli ‘aficionados’ della drammaturgia e accorgersi che, anche in baie limitrofe come quelle della scuola, arriva a malapena un’ondina degli tsunami concettuali e delle sismiche polemiche che scuotono i teatri romani.

Durante questa strana cosa chiamata TFA, una cosa che servirebbe – e a volte, anche se poche, serve davvero – ad insegnarti a insegnare, ho avuto come tutor una professoressa di lettere non solo preparatissima, ma anche molto attiva e in continuo aggiornamento. Una di quegli insegnanti che, con vocazione paolina, si sobbarcano la cura di progetti e attività-ponte tra la scuola e il territorio, per la stolida convinzione di dedicarsi alla programmazione culturale e pedagogica, e non ad uno scolo di modeste prebende a modesti stipendi.
Ecco anche perché le sue classi sono abituate ad andare a teatro, a confrontarsi almeno un paio di volte all’anno con quel che accade sui palchi più importanti di Roma.

Eppure, ci è voluto il proverbiale batter d’occhio per accorgermi di quanto fosse non solo inadeguato, ma banalmente comico, pensare di dialogare con i ragazzi su questioni che, almeno nel mondo della cultura romana, sembrano l’abbiccì del teatrante. E non si tratta mica di sapere cosa ne pensa un diciassettenne dell’Eduardo rifatto da Latella, di quanto sono freschi gli zombi di Timpano e Frosini o di quanto è permanente il centro di gravità di Santasangre.
Nelle scuole non hanno idea di chi sia la maggior parte dei drammaturghi contemporanei, anche i più affermati. Già, perché quasi nessuno va a spiegarlo agli studenti, e perché mancano adeguati corsi di formazione e aggiornamento rivolti ai docenti: tra le lodevoli eccezioni romane, impossibile non pensare al lavoro di Giorgio Testa e della sua Casa dello Spettatore, o ai progetti Under25 di Dominio Pubblico, che nei prossimi tre anni godranno pure del sostegno del MiBACT (non va tutto male).

La conoscenza del teatro contemporaneo fra i giovani (quelli veri) è quindi infima; eppure non mi sembra il problema centrale: perché su questo, almeno, è chiaro dove e come bisognerebbe intervenire, cioè investendo su progetti mirati. Ciò che spiazza, invece, e che fa mettere in discussione il lavoro di chi s’impegna a divulgare le faccende teatrali, convinto di fare un seppur minimo servizio alla comunità, è la distanza siderale dei ragazzi da certi temi nodali, civili, politici che nel teatro vedono non solo un luogo di elaborazione e analisi estetica, ma anche un vero e proprio campo di battaglia.

Avoja – come direbbero loro – a parlare con gli studenti della legittimità artistica degli spazi autogestiti, della necessità di tornare ad una narrazione d’impegno civile, ma anche di non far morire d’inedia la sperimentazione, e delle differenze a volte insondabili tra performance, studio, esperimento: la sensazione è che, ogni volta, le questioni si facciano sempre più astratte, e ai ragazzi non manchi tanto l’interesse, ma proprio il lessico per capirle e poi, eventualmente, interessarsi. E del resto è pure giusto così: altrimenti saremmo tutti, con l’elmetto di Tersicore, addetti ai lavori.

Uscire per qualche mese dal “cantiere teatrale” aiuta a farsi un’idea della dimensione delle cose: certe parole, ad esempio, che nella militanza teatrale sembrano segnare l’epoca, sono invece – come alcuni politici – marionette avvizzite tenute in piedi da chi insistentemente ne ha bisogno (eccone una, che ha vissuto la sua giovinezza negli anni Settanta-Ottanta con DeleuzeGuattari: “rizomatico”).

La verità è che è facile, pur facendo impressione, abituarsi tutto sommato facilmente alla lontananza: perché da dentro ci rappresentiamo i lavori del cantiere come gli sforzi epici e renitenti di un estremo arsenale culturale (in cui, dantescamente, «chi ribatte da proda e chi da poppa; / altri fa remi e altri volge sarte; / chi terzeruolo e artimon rintoppa»), ma fuori non arriva spesso voce o battito di martello, né segni ad alimentare la nostalgia, e per abituarsi al silenzio basta soltanto leggere più di rado quelle due-tre riviste di riferimento o quella casella mail in cui arrivano i comunicati stampa.

È chiaro: la cultura e quindi il teatro sono una scelta, una risposta a una spinta interiore, e non si può pretendere che ti vengano a cercare loro. Ma nemmeno si può continuare a parlare della situazione di crisi del teatro romano senza preoccuparsi di tarare periodicamente gli strumenti di misura.
Quali valori, quali indici ci aiutano a capire lo stato di salute di una rete teatrale?

Per valutare davvero come stia il teatro a Roma, che impatto abbia sulla società, bisognerebbe cambiare un po’ i paradigmi di osservazione. Senza fermarsi al censimento dei risultati artistici, che spesso coinvolgono una stretta minoranza, ma allargando lo sguardo sulla più vasta inclusione del territorio. Quella a cui in passato hanno contribuito gli spazi occupati o autogestiti – non sempre, in realtà, cioè quando non praticano il facile sport dell’autoeleggersi indispensabili, ma verificano e concretano la loro importanza culturale giorno per giorno, nella capacità di coinvolgere tutte le persone che condividono il territorio, e non soltanto chi rispetta la loro etichetta ideologica –, ma pure gli spazi indipendenti di qualsiasi tipo, comprese le centinaia di associazioni culturali registrate che, anche quando rimangono distanti parecchie miglia da risultati artistici di evidenza e spessore, svolgono comunque l’indispensabile compito di annaffiare alle radici la passione per il teatro.

Non limitiamoci a misurare le file o i riti dei grandi templi, ma diamo un occhio a quel teatro che è quotidianità diffusa, focolare, mucchio di coriandoli tra le fessure dei sampietrini. Sarebbe anche un modo per non deprimersi troppo quando troviamo i templi più vuoti di quanto ci si aspetti.

Conterà poco il parere di chi, come me, non ha nessuna esperienza o potere nella gestione effettiva degli spazi teatrali. Per me contava, però, lo sguardo che avevano certi studenti quando in classe è entrata, un giorno, un’attrice e regista di lunga esperienza, a raccontare loro il dietro le quinte di una versione di Pirandello portata in scena qualche tempo prima dai suoi allievi.
Contavano, quegli sguardi pieni d’energia recettiva e di empatia, tanto più perché lo spettacolo, in realtà, non era granché. Ma ai ragazzi interessava quella presenza forte, quell’anzianità un po’ larvata e un po’ ostentata, quella vitalità autoironica che così spesso continua a scorrere nelle vene degli attori pur se invecchiano. L’arguzia con cui si può trasformare un impedimento – la necessità di prendere l’ascensore per evitare le scale – in occasione comica e non in lamento. Il racconto di come, disperati per un lutto, ci si possa consolare cantando un’aria fra le lacrime, ridendo poi di sé stessi quando ci si sente come un personaggio di Cechov. Saper leggere subito l’attenzione di chi ci ascolta e trovare la via più rapida per stabilire un contatto con gli altri.
Sono queste cose che stupiscono i ragazzi: non l’aria rarefatta del teatro nelle sue vette estetiche, ma l’apertura e l’intensità che il teatro e la sua pratica possono dare alla vita quotidiana. Tutto ciò, però, lo si dà troppo spesso per scontato.

A febbraio avevamo ospitato su queste pagine un pezzo di Giacomo d’Alelio, che aveva già gettato uno sguardo sardonico sulla cultura e sul teatro di Roma, provando a coinvolgere artisti e addetti ai lavori. D’Alelio lamentava le scarse risposte avute dai “nomi-prezzemolino” della cultura romana, tanto vastamente sparsi quanto malinconicamente insapori, come pare aver dimostrato nel frattempo la scarsa reazione del milieu capitolino a vicenduole amene come Mafia Capitale, il delirante crollo del servizio pubblico dell’Atac, i ferali paludamenti del Padrino Casamonica.

Il discorso allora avviato va proseguito. I prossimi mesi, lo sanno ormai tutti, saranno cruciali per la Capitale. Per il nuovo anno – sia scolastico che teatrale -, chi vuole avere uno sguardo partecipe (e una penna, e una testa, e tutto un corpo…) dovrebbe fare “un fioretto”. A costo di diventare strabici, bisognerebbe partecipare e discutere della cultura alta senza perdere troppo di vista la cultura diffusa, il suo pulviscolo creativo. Perché fuori dal teatro c’è un altro teatro, senza fondale e senza archi di proscenio, ma non meno importante per la vita delle persone.

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