Diario del tempo: l’epopea quotidiana di Lucia Calamaro e di ognuno di noi

Federica Santoro e Roberto Rustioni in Diario del tempo

Federica Santoro e Roberto Rustioni in Diario del tempo

Per dovere di cronaca, premetto che non avevo mai visto prima uno spettacolo di Lucia Calamaro. Né nell’incarnazione della compagnia Malebolge, né in quella dov’è ora conosciuta per nome e cognome non solo dagli addetti ai lavori, ricevendo Premi Ubu e quant’altro, ma anche dal pubblico che ancora ama il teatro per il motivo per cui è nato: la catarsi che genera in ognuno di noi rispecchiarsi nella pura, semplice, complessa, tragicomica, banale (rappresentazione della) vita. 

Non è però del tutto vero che non avessi mai visto sul palco la Calamaro: si deve tornare indietro ai giorni gloriosi del progetto Perdutamente, e a uno degli episodi così alieni che avevano ideato la coppia Arcuri-Angiuscon il loro Nollywood: un incontro a cuore, mente e inconscio aperti tra spazi lunari alla Twin Peaks, in cui permettevano di sbirciare ai voyeur intervenuti, da uno spiraglio sul loro sipario, i mondi di artisti che si ritrovavano sul lettino di pazienti/intervistati dal duo. 
In quell’occcasione, protagonista Lucia Calamaro, le veniva riconosciuta la dote dell’ironia, mentre la si poneva a confronto con la sua voce registrata durante una precedente intervista. Stranamente silenziosa (per lo meno rispetto al nuovo spettacolo), gli occhi fissi nel vuoto mentre ascoltava, e poco parlava, pareva concentrare dentro e intorno a sé un magma, che ruggiva: “Sto arrivando”.
Quel fiume in piena l’ho trovato nell’unica sala riaperta degli amati spazi del Teatro India di Roma, per ora ancora poco valorizzati, tanto che per ricordare un’epoca più fulgida si deve tornare ai tempi del rimpianto Mario Martone.

Dopo “L’origine del mondo, ritratto di un interno” arriva ora “Il Diario del tempo: l’epopea quotidiana”, prima parte in due atti: due ore e 40 minuti, compresi i venti di intervallo, con pochi, essenziali oggetti di scena, tra le cifre stilistiche del teatro della Calamaro. 
Un’altra è l’essere protagonista l’attore, in tutta la sua sorprendente duttilità, qui posseduta da Federica Santoro(già ne “L’origine del mondo”, vincitrice di uno dei tre premi Ubu conferiti allo spettacolo, quello dell’attrice non protagonista, ex aequo con Elisabetta Valgoi in “Un tram chiamato desiderio”), Roberto Rustioni e la stessa Calamaro. 
Altro padrone assoluto è il pensiero, la parola, il flusso di coscienza vomitato disperatamente, come fiume in piena, quasi nella consapevolezza che, anche se pronunciato ad alta voce, la sua misera fine sarà quella, inevitabile, di rimanere inascoltato. 


La Calamaro aleggia per tutto lo spettacolo come uno spettro magnetico grazie al verso da lei pensato e scritto, facendosi carne nel corpo magro e nervoso della Santoro, nella goffa sicurezza di Rustioni, nella calma sull’orlo di una crisi di nervi della stessa attrice/autrice/regista. 
Si parla di disoccupazione, non solo dal lavoro, ma anche e soprattutto da noi stessi, in quel limbo in cui si può cadere quando il puzzle va in frantumi, e non si ritrovano più i pezzi. 

Tre più o meno splendidi quarantenni legati dal comune denominatore di appartenere a una stessa generazione, e a uno stesso palazzo: la Santoro, disoccupata, deve trovare la forza di fare un qualsiasi atto, anche il semplice presentare una domanda di lavoro. Sopravvive affittando a Rustioni un appartamento lasciatole dalla famiglia; lui, dipendente pubblico, messo ora a mezzo servizio a lavorare a casa, è perso tra scartoffie di archivio da sistemare e l’orgoglio di mostre organizzate, che lo fa risalire dall’abisso in cui si trova mentre apre i faldoni. 
Il primo atto è quindi una confessione continua, con o senza qualcuno che possa stare a sentire, di sorprendente, dolorosa bellezza. 

Dopo venti minuti di pausa ci ritroviamo un palco totalmente sgombro. Tolte le quinte che lo delimitavano, ora si perde in tutta la sua profondità, dove si intravedono delle file di seggiole pieghevoli di legno, di quelle che riempivano un tempo le sale di cinema e teatri: fornite di rotelle, saranno mosse per tutto il palco. 

A dominare la scena è ora la Calamaro, che nella sua immensa solitudine dialettica parla; e parla mentre cammina, fa yoga, anche quando a testa in giù fa Sirsasana. Anche quando si posiziona ad aspettare in un’ipotetica stazione il treno da pendolare dell’insegnamento, lei che si è accontenta di fare la prof di educazione fisica, e sta lì a leggersi testi di filosofia. 
Arriva di corsa la Santoro, anche lei che deve prendere il treno per chissà dove, forse un colloquio di lavoro, se avrà la forza di arrivarci. 

Continua l’eterna confessione, dove tra i tic di queste solitarie esistenze c’è quello di chi tenta, facendo finta di niente, di leggere il titolo del libro che ha l’altra persona. Le due si scoprono, chissà come, chissà perché, vicine di casa. E il treno (la nave?) va…
Fino ad approdare alla scena finale, sospesa: la Santoro è alla mostra che Rustioni stava preparando, canto del cigno della sua carriera. In quadri naïf, panorami di una Roma tra acquedotti e persone che corrono, all’esterno, libere. Di andare dove?

Non avevo mai visto prima uno spettacolo firmato da Lucia Calamaro, ma un po’ di anni fa, in una delle prime edizioni di Teatri di Vetro al Palladium, quando era ancora “il Palladium”, in una notte di dopo festival, in una casupola di compagni lì vicino a bere e mangiare, un’amica comune mi aveva presentato una donna singolare, che rideva di gusto del suo non senso e di quello che le offrivano i convenuti. Apparentemente disattenta e concentrata solo su se stessa, non perdeva una parola di ciò che le si diceva, sembrando comprendere subito chi le si trovava di fronte. Sì, era Lucia Calamaro.

Nella prima, più compiuta e splendida parte di questo “lavoro in costruzione”, mentre la Santoro chiede soccorso a Rustioni per compilare una domanda di lavoro, lui le dice: “E’ facile, ecco qui”. Lei si alza e urla con tutto il corpo la sua frustrazione, urla che questa società ci pone di fronte a continue prove il cui unico scopo è l’ennesima conferma che si è incapaci a vivere, che si è inutili.

“Diario del tempo”, che è stato presentato ad ottobre a Roma in prima nazionale (e poi a Milano, al Franco Parenti), è il primo appuntamento di un work-in-progress che proseguirà per un anno intero, fino al suo debutto ufficiale. Atteso, per quanto mi riguarda. Perché lo spettacolo potrà riguardare ognuno di noi, o come dice De Gregori “la Storia siamo noi, nessuno si senta escluso”.

DIARIO DEL TEMPO. L’epopea quotidiana
Prima parte in due atti
scritto e diretto da Lucia Calamaro
con (in ordine di apparizione) Federica Santoro, Roberto Rustioni, Lucia Calamaro
disegno luci Gianni Staropoli
realizzazione pittorica Marina Haas 
realizzazione scenica Barbara Bessi
assistente alla regia Elisa Di Francesco
direttore tecnico Andrea Berselli
ufficio stampa Roberta Rem, Amelia Realino
foto di Alessandro Carpentieri
produzione Teatro Stabile dell’Umbria – Teatro di Roma
in collaborazione con PAV e Rialto Sant’Ambrogio 
e con la partecipazione del Teatro Franco Parenti
si ringraziano Daniela Piperno, Davide Grillo, Alessandra Cristiani, Teatro Mengoni di Magione

durata: 2h e 40′ compresi 20 minuti di intervallo
applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, al Teatro India, il 17 ottobre 2014 

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