Dieci anni di Pim: ricordi, idee, emozioni di Maria Pietroleonardo

Maria Pietroleonardo (photo: Nino Romeo)
Maria Pietroleonardo (photo: Nino Romeo)

Una fucina culturale contemporanea. Una factory periferica (Milano sud) per offrire spazi e occasioni a talento e creatività. Nel confronto tra artisti e spettatori.
A dieci anni dalla fondazione, il Pim Off è punto di riferimento di una Milano che guarda all’Europa e crede nell’ibridazione tra discipline artistiche.

Maria Pietroleonardo, lei è ideatrice e fondatrice dell’associazione culturale Pim Spazio Scenico. Da due anni segue la direzione artistica del Pim Off. Quanto paga la scelta di puntare su un teatro non convenzionale?
Il nostro è un teatro privato. Nasce come associazione culturale, dalla passione di un gruppo di giovani improntati a un teatro innovativo e orientati alla sperimentazione e alla multidisciplinarietà. Mantenere l’identità di un teatro che non dipende da finanziamenti pubblici svincola la nostra passione da scambi e forzature istituzionali.

Essere a Milano agevola la scelta di ‘fare’ del contemporaneo?
Il teatro Pim Off è nato qui a Milano, non lo vedrei altrove. Essere in una città che offre tante opportunità ha pro e contro. Significa sforzarsi di essere sempre avanti nelle novità, avere iniziative e idee creative. A volte però si rischia di essere risucchiati dal troppo fare, dalle tante proposte che offrono una visibilità effimera. Troppi festival fini a sé stessi non aiutano veramente gli artisti a crescere, ma solo a lavorare male, a buttarsi in pasto a critici e spettatori quando non sono ancora pronti. Milano non aiuta abbastanza i suoi artisti. Non concede loro il tempo e lo spazio necessario.

Quanta attenzione c’è, in Italia, verso la ricerca?
Io posso parlare della mia città e dalla mia esperienza: la risposta è negativa. Il pubblico milanese è molto preparato, ma a volte anche un po’ distratto. Manca il sostegno delle istituzioni, soprattutto verso i teatri più piccoli. Forse c’è più attenzione nelle piccole città, perché ci sono meno compagnie, più visibili, che riescono a portare avanti il loro lavoro con l’appoggio delle istituzioni.
La critica, in questo momento, la avvertiamo un po’ distante. La nuova generazione di critici che si sta formando a volte è superficiale. Mentre i critici di un tempo sono un po’ annoiati.
Anche i programmatori di teatro più orientati ai classici oggi si sono aperti al teatro di ricerca, e questo è un bene. Ma non danno un reale sostegno alla ricerca. Non basta concordare delle repliche. I festival che hanno sempre affrontato la contemporaneità si accaparrano le novità, ma uno spettacolo deve avere il tempo di maturare. Molte volte mi giungono richieste di residenza da parte di giovani compagnie che devono debuttare a festival importanti e non hanno spazi per provare.
Io credo molto nella ricerca, e investo anche economicamente nei giovani artisti perché portino nuova linfa al teatro.
Teatro di periferia, quasi un presidio di frontiera. Qual è il vostro rapporto con il territorio?
Non possiamo ancora parlare di un esito, ci stiamo lavorando, ci vorrà ancora tempo. È difficile fare teatro contemporaneo in periferia senza per forza trattare il sociale. Noi cerchiamo di proporre spettacoli che aprano uno squarcio poetico nei nostri giorni a volte claustrofobici, senza fossilizzarsi sulle avversità. Proponiamo la nostra stagione anche alle scuole, senza fare teatro ragazzi, perché crediamo in un teatro universale che sappia parlare a tutti. Collaboriamo con i giornali di zona, con alcune associazioni di quartiere. Abbiamo prezzi accessibili e cerchiamo di esser il più possibile ospitali. Abbiamo un rapporto amicale con il nostro pubblico. Con i più affezionati ci chiamiamo per nome e discutiamo dopo lo spettacolo. A volte si commuovono. E ringraziano.

Potrebbe essere azzeccata la definizione di teatro “totale”?
Assolutamente sì. Da sempre guardiamo all’arte scenica come ad un’arte totale. Siamo passati dalle performance più sperimentali alla musica, dalla danza alla lirica. Abbiamo ospitato compagnie che si costruivano le scenografie da sole, nei camerini, con materiali di recupero. Altre che invece lavoravano esclusivamente con il computer.

Dieci anni sono un periodo di vita già rilevante. In cosa siete cambiati, e in che cosa siete rimasti fedeli alla vostra identità?
Sono cambiati ubicazione, direttori artistici e staff, ma l’identità cerco sempre di salvaguardarla, intanto perché l’ideatrice e fondatrice è rimasta la stessa, e funge da collante per il Pim. Siamo sempre attenti alla qualità di lavori e progetti, ai nomi degli artisti e delle compagnie, ai giovani talenti emergenti, a mantenere i rapporti con le compagnie che ospitiamo. Offriamo residenze, laboratori, sostegno. Offriamo un percorso di formazione per attori e danzatori e opportunità di fare teatro anche a chi non è mai andato in scena. Ci diversifichiamo e differenziamo.

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