Dieci anni di Teatri di Vetro. Beviamoci su!

Beviamoci su _ No game (photo: Giorgio Termini)
Beviamoci su _ No game (photo: Giorgio Termini)

Era il 2007 quando Triangolo Scaleno Teatro, sotto la direzione di Roberta Nicolai e in collaborazione con Teatro Palladium, Università Roma Tre e Provincia di Roma, diede vita a quello che è poi diventato, negli anni, uno degli appuntamenti più attesi dell’autunno romano: Teatri di Vetro.

Il festival è così giunto alla decima edizione, un compleanno pieno di responsabilità, in una capitale di certo cambiata e con un pubblico che ci sembra – in controtendenza rispetto a tutte le iniziative di audience development sviluppate in questi anni – sempre più ristretto e impoverito: ne è emblema proprio il Palladium, un teatro che dal 2014 non ha una stagione e non ospita più festival (anche se proprio in questi giorni si sta discutendo, scongiurandone in questo modo la chiusura, di un nuovo futuro di eventi, dal cinema a danza, teatro e musica).
Ma è segno di questo impoverimento anche il minor coinvolgimento, anche a Teatri di Vetro, della popolazione “non teatrale”, visto che – tranne gli incontri in alcune librerie romane – proprio durante il festival sono ad esempio scomparsi gli interventi urbani che caratterizzavano le prime edizioni.
Nei primi anni, forse con meno soldi, meno partner e meno sponsor, l’intero quartiere della Garbatella viveva una decina di giorni di teatro che coinvolgeva davvero strade, piazze e cortili di condomini. Il teatro contemporaneo, quello di ricerca e la danza tentavano di coinvolgere il pubblico non specificatamente teatrale. E la forza di questo tentativo di avvicinamento risiedeva nel fatto che il festival si svolgesse tutto interamente in un quartiere.

Roma oggi è diversa, teme la povertà ma crea povertà culturale; in dieci anni ha chiuso decine di spazi culturali, ha tagliato fondi, rende sempre più difficoltose, dal punto di visto burocratico, le pratiche di agibilità o di accesso ai bandi pubblici. Questo ha costretto il teatro a limitare i propri progetti, a cercare altri luoghi, anche più protetti, e forse a farsi coccolare da un pubblico amico, quello dei teatranti e di chi già è abituato ad andare a teatro.

La nuova edizione di Teatri di Vetro, pur non occupando vie e cortili di palazzi, si svolge in diversi luoghi della città, ma soprattutto al Teatro Vascello, alla Centrale Preneste e, per più di dieci appuntamenti, alle Carrozzerie NOT, realtà romana che con coraggio accoglie le nuove progettualità legate alla danza, al teatro e alle arti performative, dimostrando che dietro alle porte chiuse della città, al caos quotidiano, alle corse alla sopravvivenza dei propri cittadini, c’è ancora, da qualche parte, quella fiamma che rende il teatro un’istituzione che vive seppur minacciata di morte da diversi anni.

Lo dimostra anche la scelta di spettacoli della direzione artistica di Teatri di Vetro. Un decimo compleanno che guarda poco al passato e volge i propri occhi al futuro. Tra i nomi più noti Fanny & Alexander, Leviedelfool, Abbondanza/Bertoni, Enzo Cosimi, Gruppo Nanou, per nominarne alcuni, ma emergono anche giovani e giovanissimi artisti della scena nazionale e internazionale. Ed è proprio tra di loro che vogliamo puntare oggi l’attenzione.

Siamo alle Carrozzerie NOT per “Beviamoci su_No game”, della giovane Compagnie MF, fondata in Francia nel 2012 dal coreografo e performer Maxime Freixas e coprodotta in Italia dal 2014 da Artemis Danza/Monica Casadei di Parma.
Lo spettacolo, che si distingue per la freschezza della proposta artistica ma al contempo per la professionalità, presenta al pubblico una lettura attenta e poetica della condizione giovanile e di un problema che diventa sempre più diffuso tra età sempre più basse: l’abuso di alcol.
Il tema non verte solo sulla leggerezza dell’annullamento del sé portato dall’ubriacatura, ma soprattutto sull’analisi dei rapporti interpersonali giovanili, il moltiplicarsi delle solitudini e il distruttivo desiderio di prevaricazione della propria persona sugli altri.

Il desiderio di trasformare in movimento tematiche in cui tutti possano identificarsi caratterizza la ricerca artistica della Compagnie MF. “Beviamoci su_No Game”, supportato dalla rete Anticorpi Explo di Ravenna, è stato ideato da Freixas insieme a Francesco Colaleo e Francesca Linnea Ugolini. I giovani coreografi sviluppano una cifra stilistica contaminata da molte discipline come il contact, il teatro e la danza per la costruzione di un canale d’espressione senza barriere sociali o culturali, accessibile a tutti, in grado di emozionare con sensibilità. Il gesto, anche il più piccolo, e l’espressione del volto diventano così parti vive e fondamentali della coreografia, che qui è arricchita dal gioco sonoro e dalle musiche originali di Mauro Casappa; il disegno luci si rivela inoltre fondamentale, nella sua semplicità e pulizia tecnica, per la riuscita visiva dell’intero spettacolo.

La difficile tematica dell’alcolismo in età giovanile è solo la punta dell’iceberg di una moltitudine di visioni e contenuti. I danzatori non cedono ai virtuosismi tecnici, lasciando spazio alla comunicazione emotiva di una problematica sociale ed esistenziale sempre più diffusa. Il senso di solitudine e di annullamento viene trasportato da immagini di leggerezza ed ebrezza piacevoli e a tratti ironiche, in un crescendo emotivo che conduce lo spettatore, solo alla fine della performance, verso la piena tragicità di questa particolare condizione.

La scelta, da parte della direzione artistica del festival, di dar fiducia ad una giovane e promettente compagnia di danza promuove ancora una volta Teatri di Vetro, che sarà presente con la sua programmazione fino al 22 ottobre.
Ci si chiede tuttavia perchè ben tre festival importanti e dalle tematiche affini (Short Theatre, Teatri di Vetro e Romaeuropa Festival) siano in scena a Roma nello stesso periodo, con il rischio concreto di “saturare” l’offerta e suddividere il già non troppo numeroso pubblico fra tre manifestazioni.
O quale risposta gli organizzatori teatrali si diano al più vago, forse retorico ma fondamentale quesito: perché il teatro è tanto recluso ed escluso dal mondo pur parlando della vita e della società che ci circonda?

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