Dieci anni di Fuori Luogo, pronti a ripartire. Intervista ad Andrea Cerri

Andrea Cerri (photo: Fabio Gianardi)
Andrea Cerri (photo: Fabio Gianardi)

Molti sono gli avamposti teatrali che, in provincia o in città poste al di fuori della grande distribuzione, spesso sommessamente ma con grande forza innovativa, si muovono per proporre in vari modi un teatro fuori dagli schemi e foriero di proposte di grande e forte rilevanza.

Ne abbiamo scelti per cominciare due, Fuori Luogo a La Spezia e La Corte Ospitale a Rubiera, per farci raccontare in prima persona da chi li gestisce le rispettive attività ma soprattutto le idee e le future strategie messe in atto per fronteggiare la crisi che sta attraversando il teatro nel frangente della riapertura delle sale.

Fuori Luogo non è solo un “contenitore” o un “cartellone” di spettacoli, ma vuole essere un progetto di produzione culturale, di dialogo e creazione dei diversi linguaggi delle tante culture che percorrono la società contemporanea. Soprattutto attraverso il coinvolgimento attivo del pubblico, principalmente degli spettatori più giovani, intende promuovere ed “essere comunità” nella diversità.

Di Fuori luogo parliamo con Andrea Cerri, co-direttore artistico (con Renato Bandoli e Michela Lucenti) ma anche direttore artistico del Teatro degli Impavidi di Sarzana e presidente dell’associazione Gli Scarti.

Fuori luogo compie 10 anni. Raccontaci innanzi tutto cos’è.
Fin dall’inizio Fuori Luogo è nato come un progetto ideato e realizzato collettivamente che intendeva rivolgersi a sua volta ad una collettività di persone, ad una “neo” comunità teatrale che ci siamo prefissati di voler far nascere e crescere sul nostro territorio, accogliendo e invitando artisti, compagnie ed esperienze della scena nazionale e internazionale che si occupavano di ricerca di nuovi linguaggi, nuovi modelli di relazione col pubblico, o che perseguivano percorsi artistici appartati e rigorosi.
Fuori Luogo intende creare relazioni tra artisti, pubblico e territorio che vadano al di là del momento spettacolare, anche con l’aiuto e la “mediazione” di studiosi e critici. Oltre al cartellone di spettacoli ci interessa dare spazio a laboratori, progetti speciali, residenze creative, produzioni coraggiose e momenti di approfondimento.
Fin da subito abbiamo creduto ad un progetto che avesse una forma ibrida: strutturato come una stagione teatrale ma con un’impostazione più dinamica e flessibile, con più location, e attività collaterali tipiche più del formato “festival”.
Una stagione con la forma di festival, o un festival che dura una stagione, che mantenga il carattere di “festa” e di “rito”, con un lavoro quotidiano e approfondito nel tempo e sul territorio.
La prossima (2020-2021) sarà la decima edizione di Fuori Luogo, e stiamo preparandoci a festeggiare questo traguardo con tante novità e progetti importanti.

Com’era nata l’idea?
Il progetto nasce nel 2010 grazie alla collaborazione fra tre realtà del territorio spezzino: Gli Scarti, Balletto Civile e CasArsA Teatro.
Nasce in parte da un vuoto che caratterizzava il nostro territorio, senza dubbio periferico rispetto ai circuiti culturali regionali e nazionali, e dove da molti anni, tranne qualche eccezione, non c’era più un vero fervore teatrale.
Ci sembrava inoltre incomprensibile che alcuni artisti e maestri fossero così poco ospitati in Italia, o che ad alcune realtà emergenti non fossero concessi spazi di espressione e di produzione adeguati alle loro potenzialità, o ancora che ci fossero situazioni teatrali in Italia dove il rapporto con gli artisti e con il pubblico fosse cosí poco curato, gestito in maniera “impiegatizia”, con sciatteria e mancanza di professionalità, magari solo per poter avere i numeri necessari per poter accedere a qualche finanziamento. Ci sembrava assurdo infine ritrovarci, a volte, a far spettacoli o a vedere spettacoli di artisti stimati in teatri in giro per l’Italia con platee di non più di dieci spettatori.
Siamo partiti dunque anche un po’ da “ciò che non volevamo essere e che non volevamo diventare” per costruire, nel nostro piccolissimo, un modello diverso, per dimostrare che sono possibili altre “pratiche”.

Come, in questi anni, si è poi sviluppato e ramificato il progetto?
Negli anni il progetto è cresciuto molto e si è radicato, estendendosi su tutto il territorio provinciale, esplorando spazi inediti e non teatrali, recuperando teatri storici come il Teatro degli Impavidi di Sarzana, promuovendo compagnie all’epoca sconosciute e oggi tra le più stimate, creando una comunità di spettatori fedeli e curiosi, un gruppo di giovani motivati e appassionati, promuovendo progetti speciali che ci hanno permesso di lavorare con maestri come Marco Martinelli, Armando Punzo, Danio Manfredini, Claudio Morganti.

Come scegliete gli spettacoli da proporre, le residenze e le creazioni da sostenere?
La direzione artistica è condivisa con Renato Bandoli e Michela Lucenti, e ci lega – oltreché una leale amicizia – anche una forte affinità in termini di visioni e di scelte.
Più che a singoli “spettacoli” siamo interessati ai percorsi artistici, cercando tuttavia di non creare delle “cricche” autoreferenziali di artisti amici, ma di aprire il più possibile il nostro sguardo ai diversi linguaggi, alle nuove esperienze che nascono o crescono nel panorama teatrale e della danza, ma anche al profondo rispetto che nutriamo verso i maestri della scena.
Ci piace far conoscere – e conoscere assieme al nostro pubblico – linguaggi ed esperienze artistiche anche lontane tra loro, spesso andando anche oltre la nostra personale sensibilità o “predilezione”, mettendoci continuamente in discussione e cercando di non “accomodarci” mai. E questa è la disposizione intellettuale che abbiamo sempre proposto anche al nostro pubblico.
Inoltre credo che la qualità e la coerenza delle nostre programmazioni siano dovute ad un’autonomia che rivendichiamo, in particolar modo da condizionamenti di sistema: una libertà che ci siamo sempre e volentieri “auto-imposti”, rifiutando le pratiche di “scambio”, la corsa al “debuttismo” o al nuovo lavoro dell’artista “di moda” solo perché rappresenta una novità.
Negli anni abbiamo programmato grandi cult che hanno ancora una forza impressionante – come “Cinema Cielo” o “Al presente” di Danio Manfredini – né escludiamo spettacoli o artisti già programmati in territori vicini perché crediamo che l’esperienza sia sempre diversa.

Come ha reagito la città di La Spezia? Che pubblico vi segue?
Il pubblico ha reagito subito con entusiasmo, inizialmente anche per l’effetto “novità” in un panorama culturale non particolarmente vivace.
Con il tempo si è sempre di più consolidata una coesa comunità, e anche quando gli spettacoli non sono stati da tutti apprezzati, il pubblico ha sempre riconosciuto e percepito di essere coinvolto in un più ampio progetto culturale, e non di essere semplicemente fruitore di un cartellone di spettacoli.
La soddisfazione più grande è stata riuscire a coinvolgere e appassionare tanti giovani: alcuni sono cresciuti con noi in questi dieci anni, altri cominciano ora ad appassionarsi al teatro e ne siamo orgogliosi.

Quali sono stati i rapporti con le amministrazioni degli enti locali nel passare degli anni?
Con le diverse amministrazioni coinvolte nel progetto Fuori Luogo (ad oggi La Spezia, Lerici, Santo Stefano di Magra e Sarzana) ci sono stati negli anni rapporti altalenanti, con momenti anche di forte tensione. Tuttavia il coinvolgimento del pubblico e la crescita oggettiva del progetto hanno convinto gli enti a riconoscerne il valore, anche se le risorse economiche a disposizione sono sempre più risicate.
Sarebbe importante avere attenzione anche dalla Regione Liguria, da sempre improntata a un forte “genovacentrismo”, e da sempre poco attenta – dal punto di vista culturale – a ciò che accade nei territori periferici, ma siamo ottimisti e ultimamente abbiamo avuto dei segnali positivi.
Sicuramente a livello di finanziamenti risulta per noi fondamentale l’apporto della Compagnia di San Paolo per la programmazione, e della Fondazione Carispezia per alcuni progetti speciali con gli studenti e i detenuti.

Come vedete la situazione del teatro di ricerca in Italia? Quali strategie proporreste per il suo rilancio dopo l’emergenza sanitaria?
L’emergenza sanitaria ha messo in luce le disfunzioni e i problemi di un sistema già in difficoltà per la scarsità dell’investimento pubblico, la debolezza delle tutele per i lavoratori, la “marginalità” nel dibattito pubblico, l’iperproduttività e l’asimmetria tra offerta di spettacoli e domanda da parte dei teatri, l’eccessivo peso dei parametri quantitativi rispetto a quelli qualitativi, il sistema degli scambi, le produzioni sempre più improntate a logiche di mercato e alla presenza di personaggi televisivi, il mancato ricambio generazionale soprattutto nei ruoli apicali delle istituzioni teatrali, la perdita del senso stesso del concetto di teatro come servizio pubblico e la sua riduzione a mero prodotto di consumo. Insomma l’elenco è infinito.
Le strategie future credo che dovrebbero essere pensate sulla base di riflessioni che vadano alle fondamenta dei problemi, e non su soluzioni estemporanee che hanno più un impatto in termini “comunicativi” che non strutturali (stile la Netflix della Cultura).
Inoltre credo sarebbe necessaria un’azione “visionaria” e politica che ponga le basi per proporre un nuovo paradigma: un’iniziativa unitaria di imprese e lavoratori, che coinvolga anche studiosi, accademici e professionisti del settore, che non abbia le caratteristiche solo di una rivendicazione “sindacale” per superare un periodo emergenziale, ma di ripensamento globale di un sistema.
Una riflessione che dovrebbe coinvolgere tutti i settori della Cultura, estendendola anche ai sistemi dell’Istruzione e dell’Università: la Cultura dovrebbe essere “rimessa al suo posto”, non come ancella del settore turistico – e dunque come prodotto da vendere sul mercato dei tour operator – ma in un sistema che comprenda la scuola, l’università, la ricerca – e perché no anche la Sanità -, come fondamentale servizio pubblico. Quello che ha reso evidente questa crisi è come sia ancora più fondamentale il ruolo dell’intervento pubblico.

Quali sono i temi su cui il teatro oggi dovrebbe interrogarsi?
Credo che il teatro e l’arte si debbano interrogare sui temi su cui si sono sempre interrogati, e forse tornare con ancora più forza e profondità sulle domande fondamentali dell’essere umano.
Credo soprattutto che il teatro debba oggi suscitare, con ancora più radicalità, domande e interrogativi negli spettatori, nel pubblico e negli artisti, cercando di risvegliare uno approccio critico ormai “anestetizzato”.
Troviamo ancora illuminanti le parole di Leo De Berardinis, rispetto ad una definizione di teatro come «arte primordiale di conoscenza collettiva… per sperimentare la complessità della vita… di “uno spazio unificato che contamina attori e spettatori per sperimentare in un tempo compresso ed extra-quotidiano la vita”.
Il teatro come “processo di conoscenza” in profonda antitesi rispetto a un’idea di arte ridotta a merce o a intrattenimento da vendere sul mercato dell’industria culturale.
Si è molto parlato e dibattuto, ad esempio, del rapporto tra nuove tecnologie e teatro, su nuove forme di spettacolo online e a distanza. In questo senso troverei interessante l’interrogarsi, da parte degli artisti, più che sul “mezzo” tecnologico, sul tema di quanto e come la tecnologia, il web, i social stiano operando cambiamenti non solo a livello sociale, ma anche e soprattutto a livello antropologico.

Parliamo ora del vostro futuro. Quali sono i progetti in atto? Come pensate di ripartire?
Già prima dell’emergenza sanitaria ci stavamo dedicando al decennale di Fuori Luogo, una serie di iniziative che siano l’occasione per riflettere sugli ultimi dieci anni di teatro in Italia e su quelle che potrebbero essere le prospettive per i prossimi dieci anni, attraverso una pubblicazione che raccoglierà saggi e testimonianze di artisti e studiosi, un convegno con interventi di importanti intellettuali, operatori e artisti e – ultimo ma non per importanza – un momento di festa che vedrà la partecipazione di tanti artisti vicini a Fuori Luogo.
Credo che questa occasione di riflessione, a seguito di un anno particolare come quello che stiamo vivendo e che segna uno spartiacque epocale, assuma oggi un senso ancora più profondo, rendendosi più necessaria e urgente.
Stiamo inoltre organizzando, per la terza settimana di agosto, un’edizione speciale di Fisiko! Festival di cattive azioni, organizzato – nell’ambito di Fuori Luogo – nell’ex Ceramica Vaccari di Santo Stefano di Magra: Balletto Civile con Michela Lucenti proporranno l’anteprima di un progetto performativo site specific (Museo antropologico del danzatore) che sarà poi anche ospitato all’interno di importanti festival internazionali.
Stiamo inoltre portando avanti – pur tra mille comprensibili difficoltà – le nostre nuove produzioni (Vicoquartomazzini, Astorri Tintinelli, Frosini/Timpano, Francesco Alberici, Scena Madre) che debutteranno in questa stagione di festival. E ancora ci sono i progetti speciali con le persone con disabilità, con i detenuti del carcere della Spezia, con gli studenti delle scuole superiori. Stiamo inoltre ragionando sulle modalità di realizzazione delle prossime stagioni teatrali e – assieme alle amministrazioni locali – all’ideazione di alcuni eventi estivi all’aperto.

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