L’universo magico di Dimitris Papaioannou. Intervista

Dimitris Papaioannou (photo: Julian Mommert)
Dimitris Papaioannou (photo: Julian Mommert)

A un cuore in pezzi
Nessuno s’avvicini
Senza l’alto privilegio
Di aver sofferto altrettanto

Scriveva così Emily Elizabeth Dickinson nel 1830; e queste poche parole, quattro versi in tutto, vibrano e sono penetranti ancora oggi. “L’alto privilegio di aver sofferto altrettanto”: può essere definito così l’incontro con Dimitris Papaioannou. Coreografo, regista, danzatore, scenografo, costumista e artista visivo nato ad Atene, dove si è formato presso la Scuola di Belle Arti prima di perfezionare la sua ricerca artistica mediante un lungo soggiorno a New York. Ha formato l’Edafos Dance Theatre nel 1986 e per 17 anni, fino al 2002, ha incrociato e messo in contatto tra loro teatro fisico, danza sperimentale e performance art, influenzando la scena artistica in Grecia.
Dal 2006 in poi ha iniziato a creare opere di avanguardia e con “Since She/Seit Sie” è stato il primo artista a creare per Tanztheater Wuppertal, la gloriosa compagnia di Pina Bausch, nel 2018, dopo la sua scomparsa.

Durante l’intervista che ci ha concesso in occasione del suo ritorno in Italia, emerge fin da subito la “ricerca del senso della vita” in quanto essere umano. Passa attraverso la sofferenza, i miti classici, il corpo, le relazioni e le energie archetipiche, fino a diventare una narrazione universale.
Un emozionante “privilegio”, infine, è stato l’incontro e la gentile accoglienza ricevuta in un pomeriggio autunnale, poco prima di condividere i pensieri e le parole, i ricordi. Quasi come fanno le api con il polline, spostandosi di fiore in fiore, trasformando l’esperienza di un volo in miele.

Qual è la domanda più intima e universale che hai sulla vita?
Qual è il significato di tutto ciò?

Il tuo essere greco ha influenzato e influenza il tuo processo creativo. Quale divinità greca pensi di avere tra i tuoi antenati?
Non lo so. Penso di essere diviso tra l’apollineo e il dionisiaco, come la maggior parte delle persone, tra il corpo e lo spirito. Ho due poli magnetici che mi attirano. E anche la mia grecità è qualcosa che ho capito dopo aver iniziato a viaggiare con il mio lavoro. È arrivata molto tardi, quando avevo cinquant’anni. Da allora ho fatto molti tour e mi sono reso conto che la mia identità era evidente. Qualcosa che non avevo realizzato prima. E non è solo il gioco con i miei antenati, ma penso che abbia a che fare con la luce, con il fatto che sono cresciuto, come gli italiani, sulle rovine. Penso anche che questo tipo di luce, questo tipo di elemento, crea qualcosa che collega la sensualità con la spiritualità. Penso che questo sia il vero nucleo della proposta greca per la vita, il contributo greco per il mondo intero, in particolare nella società occidentale. Sto scoprendo la mia grecità andando avanti, e finché continueranno a chiedermelo sempre più persone. Non ne ero a conoscenza, l’ho scoperto di recente.

Parlando in generale del concetto di seduzione, da che parte ti collochi, da quella del dio/demone Eros, che “seduce e spezza le membra di uomini e dei…” (Platone, “Simposio”), o dalla parte di chi è sedotto?
Da molti anni credo di stare dal punto di vista dei seduttori, e penso che sia anche il mio desiderio in linea con la gestualità. Amo sedurre esteticamente ed emotivamente il pubblico.

L’ambivalenza nell’essere metà dio e metà demone ti ha mai incuriosito o ispirato?
Sì, questa è la domanda sull’ombra, la domanda di Jung sull’ombra. Quando la accetti, ricevi la conoscenza e non pretendi di eliminare la tua ombra nel tuo viaggio verso la luce. Anche il mio punto di vista di pittore va molto bene, perché più è intensa la luce, più scura è l’ombra. Penso che il lato demoniaco e quello angelico di ognuno di noi siano entrambi parte della sostanza della vita che non dovremmo mai negare. Vedo queste come le forze della vita degli esseri umani, le uniche creature su questo pianeta, dotate di coscienza, che imbrigliano l’energia grezza della vita, irrorando ciascuno il proprio campo. Prendendo questa energia, il flusso d’acqua della vita, per poi incanalarla. Ma negarla, mettere un muro contro la forza di quest’acqua, porterà sicuramente alla tragedia.
Sono sempre stato incuriosito nel trattare la luce e l’oscurità in parti uguali. Penso che sia saggio dire che noi umani crediamo che l’evoluzione va verso la luce, e penso che questa dovrebbe essere la nostra direzione. Ignorando le nostre ombre, l’oscurità, la nostra natura demoniaca si arriva sempre alla tragedia. Fallirò, come umano, sempre, ancora e ancora. Anche come artista, ovviamente. Ma nei miei pensieri sto cercando di abbracciare il lato demoniaco.

Il corpo umano, spesso nudo, sempre centrale nel tuo lavoro, è un culto, un’ossessione o cos’altro?
Penso che il corpo umano sia centrale in tutto ciò che si chiama Danza o Teatro Danza, molto probabilmente anche nelle arti plastiche tradizionali e più in generale, perché l’arte è una costruzione umana, una necessità. L’arte ha a che fare con noi stessi. So che viviamo in una società post-cristiana, e la nudità è un problema di cui ho dovuto parlare. Ma se si guarda al balletto classico, alle calze che indossano i danzatori, alle gonne fluttuanti, al sollevamento delle gambe… il corpo umano è essenziale, in un modo molto centrale. Intendo dire che guardiamo sempre all’inguine e all’apertura delle gambe, per cui sì, il corpo umano è al centro del mio lavoro. È qualcosa che non è mai parlato, non c’è un linguaggio. Tutto ciò che facciamo ha a che fare con il corpo umano, ne sono un ammiratore. Sono una persona che scopre e cerca la bellezza nelle cose. Credo che il potere sensuale del corpo umano sia sempre il benvenuto, creando l’esperienza teatrale. Molte persone risponderebbero allo stesso modo a questa domanda, il corpo umano è centrale nelle nostre attività culturali. Sono un pittore tradizionale e nella pittura c’è un capitolo enorme che si chiama “nude standing“. Impariamo a dipingere dipingendo il nudo, è un processo di apprendimento. A causa del cristianesimo, i genitali sono il nostro tabù, ecco perché ne parlo così tanto, perché ho deciso – quando avevo 42 o 43 anni – che questo tabù non sarebbe mai esistito nel mio lavoro, nella mia vita. E penso che funzioni bene sul palco.

Persone, luoghi, oggetti… Cos’hai impresso nella tua memoria del momento (o dei momenti) in cui il tuo ultimo lavoro, “Transverse Orientation“, è stato concepito e nato?
Di solito ho qualcosa in mente di cui non afferro la forma. Il lungo periodo della creazione del lavoro di solito inizia senza che io sappia cosa farò. Dopo che tutto ha preso forma, perdo la memoria di ciò che sta accadendo nella mia mente. So che non esiste in un luogo cosciente della mia mente prima di farlo. Cerco quello che sto cercando. Non so cosa sto inseguendo. È come avere la testa nell’acqua tentando di vedere qualunque cosa ci sia per afferrarla. Vale la pena stare nell’acqua, lasciar andare le cose in questo modo. Questo è il processo mediante il quale lavoro.
C’è stato un momento in cui ho avuto una sensazione, stavo osservando e ripensando a come sono stati raccontati i monumenti del patriarcato, gli uomini del passato, nella società occidentale. Ho avuto così l’immagine di un toro morente. La bellezza del toro mi ha ispirato così tanto da raggiungere il punto in cui ho percepito che doveva morire.
Era come se stessi uccidendo mio padre, e allo stesso tempo provavo un’enorme tenerezza per quel mostro che stavo assassinando. Tutto aveva un significato, e mi ha portato a diventare l’eroe, qualcuno di cui volevo andare all’opposto. Ho percepito questo tipo di atmosfera anche perché viviamo un momento in cui stiamo scoprendo che è il tempo per un’idea di uguaglianza. Che è ora di sbarazzarsi di molti tabù sociali. Una volta che abbiamo scoperto di voler rompere quei muri, non ci siamo fermati ad analizzare quanto valore, fascino e utilità hanno avuto finora quelle restrizioni o barriere per organizzare la società umana. La linea che c’è durante tutto lo spettacolo è quella di Teseo che uccide il Minotauro, una bestia che deve essere addomesticata uccidendola, forse. E c’è anche un movimento dal maschile al femminile. Si inizia con un mondo maschile e si finisce in un paesaggio femminile, come un’energia totale. Non parlo di norme o costruzioni sociali, parlo di energie archetipiche.

Transverse Orientation (photo: Julian Mommert)

Transverse Orientation (photo: Julian Mommert)

C’è una connessione tra la relazione padre-figlio di “Ink” e l’uccisione del Minotauro-padre in “Transverse Orientation”?
Sì, perché un’opera era annidata nell’altra. Il fatto che sia successo ha cambiato il livello della direzione. Perdendo tuo padre, diventi il prossimo, qualcuno che gli altri vedono come un padre, qualcuno che deve essere superato. L’idea della successione è sempre stata nella mia mente. Come anche il rapporto con i miei antenati, i miei antenati spirituali, insegnanti e persone che ho ammirato. Il modo in cui li accetto e sono grato verso di loro, così come ho cercato di imparare dalle loro composizioni è qualcosa che è presente nel mio lavoro. Quindi sì, questo è sempre stato nella mia mente, ma soprattutto negli ultimi anni. Qualcosa nell’aria c’è, sull’uccisione del vecchio. E anche questo è inevitabile.

Da quando ha debuttato alla Biennale di Danza di Lione fino ad ora, quali sono state le trasformazioni di “Transverse Orientation”?
È diventato più corto, sta ritornando in forma. È come quando non perdi peso ma il tuo corpo organizza meglio i muscoli. Lo spettacolo sta diventando ancora più in forma di prima. Stiamo cambiando continuamente, aggiungendo qualcosa, ma non abbiamo eliminato nulla. Cambiamo l’atteggiamento nei suoi confronti, e penso che siamo sulla buona strada per scoprirlo. Penso che il cambiamento definitivo e caratteristico sia interno ed esterno al senso del ritmo.

Sentirsi perdenti, perdersi, perdere qualcuno o qualcosa… pensi che la perdita sia il concetto chiave del nostro tempo, a prescindere dalla pandemia?
Non so se la perdita riguardi i nostri tempi, penso che perdere sia inevitabile e molto utile. Vincere è come guardare le montagne all’orizzonte. Vuoi andare là, in cima, e quando ci arrivi vedi altre montagne. Perdere e fallire sono probabilmente il modo in cui impariamo ed evolviamo. Impariamo come addomesticare il nostro egoismo naturale all’interno dell’umana maturità.

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