Dissonorata. Saverio La Ruina replica anche in questa stagione un successo da Ubu

Dissonorata
Dissonorata

Saverio La Ruina in ‘Dissonorata’ (photo: Angelo Maggio)

“Cu a capa vasciata a cuntà i petri pi ‘nterra. ‘Un davu retta a nisciunu e ‘un gavuzu mai l’uacchi a ‘nterra ca si ‘nziammai si scontrinu cu quiddi ‘i ‘nu masculu tuttu ‘un paisu mi chiami puttana”.

Se non fosse per lo stretto dialetto calabrese, potrebbe essere il riassunto della vita di una donna musulmana ingabbiata nel suo chador. Peccato che la donna in questione, invece, sia fin troppo cattolica; e la fascia che, mentre cammina, ricopre la sua testa, avvolge anche corpo e mente in una morsa ancor più stretta del suo dialetto.
Vittima della bigotta e minuscola mentalità paesana, con la sua storia si fa portavoce di tante donne che ancora vivono nel timore che le malelingue le “incolpino” di essere rimaste zitelle. O meglio, “zitellone”, come quelle donne “che si fanno vecchie in casa senza sposare”.

Sul palco assistiamo al libero flusso di coscienza di una donna che ci coinvolge disarmati nel suo viaggio tra i ricordi degli anni passati, che strisciano come serpenti nella sua mente e riaffiorano al suono di un clarinetto e di un sax.
E’ Saverio La Ruina (Scena Verticale) a dar corpo e voce alla protagonista, affiancato da Gianfranco De Franco, incantatore di ricordi, in un toccante monologo vincitore di numerosi premi e riconoscimenti tra cui i Premi Ubu 2007 come miglior testo e miglior attore italiano.
Non a caso un uomo interpreta una donna, che dell’esser tale le è rimasto ormai solo un’opaca memoria, deturpata dalla paura, dal fuoco e da se stessa, privata di ogni diritto e volontà: “Dissonorata”, appunto.

Non è facile rendere interessante (senza creare un prodotto di nicchia) un testo totalmente dialettale, che non aiuta la comprensione dello spettatore con alcun movimento scenico o scenografico, se non con una gamba che ciondola penzoloni dalla sedia per tutta la durata del racconto, o con le mani nervose che si muovono per contare “i petri pi ‘nterra”.
Eppure il testo fa del dialetto la sua arma vincente: la difficile comprensione rende scomoda la posizione di chi assiste, tanto da ipnotizzare. Un gioco ad armi pari tra interlocutore e ascoltatore.

E ad armi pari gioca anche il paradosso, ancora una volta italiano, su cui il testo fa riflettere: da una parte una donna portavoce di tante altre che ancora scontano, con delitti d’onore, peccati giudicati tali dalla società; dall’altra una società, fatta anche e ancora di donne che, tra scandali e bunga-bunga, acconsente tacitamente ogni giorno a scardinare quei principi di cui afferma essere portatrice sana, ma che allora finge solo di conoscere.
Così il monologo diventa dialogo universale. Sono esistite ed esistono tuttora donne che vivono nella paura e nella violenza, lontane da minigonne e tacchi alti (tanto da ritenere “la manica a tre quarti una conquista”), affrante e diss/onorate da mentalità bigotte e censori. Esistono nel sud Italia come in Iran o in Algeria, e allora merita onore un teatro che dà loro voce.

Vien da riflettere su quale sia la sottile differenza tra portare un burqa e vendersi a buon mercato. In entrambi i casi l’“eterno femminino” diventa mortale.

DISSONORATA
di e con Saverio La Ruina
produzione: Scena Verticale
durata: 1 h e 30’
applausi del pubblico: 2’ 28’’

Visto a Marghera (VE), Teatro Aurora, il 29 gennaio 2011

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