Nekrosius nei meandri della Divina Commedia

La Divina Commedia (photo: D. Matvejev)
Eimuntas Nekrosius

Il regista lituano Eimuntas Nekrosius (photo: D. Matvejev)

Il sipario, a Brindisi, non s’apre senza prima glossare i recenti accadimenti di cronaca con un graffiante urlo alla legalità cui fa seguito un minuto di silenzio.
Ed è con i canali dell’empatia bene aperti che debutta l’attesa prima mondiale della Divina Commedia di Eimuntas Nekrosius.

La vista del “bianco boschetto”, i ripetuti volti di una giovane donna fanno sussultare. Ma è solo una coincidenza. Niente innesti sull’originale presentato a Vilnius.
La silhouette riproduce il fanciullesco profilo di Beatrice, la coda di cavallo, il naso all’insù, la femminea perfezione incarnata da Ieva Triškauskaite, attrice, danzatrice, voce e violinista. La Selva è una selva d’Amore, e viaggiatore imperfetto di un sentiero tutto umano è il Dante immaginato dal regista lituano. Rolandas Kazlas, giubba rossa, coricato attende alla “via nuova”, accogliendo in petto l’immagine lieve dell’amata di cui ascolta il parlare in una lingua che non è di questo mondo, eterea virtù da verificare nei luoghi dell’Ignoto assoluto. Lo accompagna l’amico Virgilio, Vaidas Vilius, sigaretta, torcia in una mano, non maestro né guida ma compagno di goliardiche incursioni fra le anime dannate, dove il corpo, quasi acrobatico, segna la cifra decisiva di un lavoro che è certo un grande laboratorio teatrale.

Le quinte di scena, nere come nero è tutto l’Inferno, non chiedono molto di più se non una grande sfera, dal cui retro emergono gli altri attori della compagnia Meno Fortas, una lucente lastra di un materiale indistruttibile, e una sola incursione dall’alto, una spirale in rame capace tanto di emettere suoni, quanto di rappresentare la discesa. Fatalmente dominante, la forma circolare è agita senza sosta da un oscuro personaggio: Lucifero senza luce e senza voce. V’è inoltre un “postino”, la sigla forse più interessante di questa “esplorazione teatrale” della Comedìa dantesca, che è maldestro latore di lettere, ma anche traduttore d’allegorie.
Ecco dunque le coordinate di un progetto grandioso che tuttavia, forse proprio per questa grandiosità, risulta non privo di elementi di criticità. Tenteremo di illustrarli.


Non mancano momenti autenticamente riflessi, maturati, diremmo, nel tempo della lettura, in un desiderio di esserci che si sente forte e chiaro: dal sirtakino yiddish che dà ritmo alla decostruzione della Croce da parte dei figli di Abramo, allo sketch di Dante fan dei filosofi fra i quali s’intrufola fino a superarli, vittorioso superstite di un’incalzante quanto inutile maratona; dal righellone galeotto che fa di Francesca una girl quasi contemporanea, alla figura papale, Remigijus Vilkaitis, che si culla nella sua condizione al ritmo beatlesiano di “Let it be” in versione chiesastica, e finanche all’incontro con la moglie Gemma, che lo rimprovera e insieme vezzeggia con movenze affettive tutte lituane, il tocco e la legatura del naso.

Divina Commedia di Nekrosius

Un momento della Divina Commedia di Nekrosius (photo: pugliashowcase.teatropubblicopugliese.it)

Ininfluenti se non inopportune, invece, risultano molte altre incursioni, peraltro arbitrarie, nell’insieme delle cantiche. Pensiamo a Maometto, per il quale viene scelto il canto di un muezzin a definire la semina della discordia, ma anche alla semplice riduzione di interi canti (e la completa estromissione di altri) a velocizzati tentativi di interpretazione affidate alle anime e alla decisione di raccontare storie tutto sommato secondarie nell’economia dell’opera.

E’ un vero peccato che lo spettatore, a causa di questa accelerazione e forse incauta gestione di temi e contenuti, subisca un affaticante momento di estraniazione, che lo fa giungere al Purgatorio privo della necessaria concentrazione.

Le idee riservate a questa cantica, infatti, sono interessanti: dal riutilizzo dell’oscuro luciferino a fare da bilanciere dei peccati in corso di valutazione, alle cuffie che scendono dall’alto per comunicare individualmente alle anime i loro destini; dalla liberazione di una delle anime che può così ascendere sul carretto/slittino che in precedenza il “messaggero” aveva impiegato per raccogliere la “posta” dei dannati da inviare sulla Terra (e sul quale Dante vorrebbe porre la Divina Commedia ma che Virgilio prontamente ritira), alla grande lacrima d’oro che Dante piange per il distacco dal suo amico/compagno; dall’egregio frammento dedicato a papa Adriano V, e il suo disperato tentativo di risalire una pila di “sedie pontificie” per poi cedere alla realtà dei suoi innumerevoli peccati, al ricongiungimento impossibile (nonostante i divertenti stratagemmi dell’ormai postino-sensale) con Beatrice (qui vestita dello stesso rosso che indossa Dante) fra lacrime e risate e poi ancora lacrime. Un solo abbraccio e quindi la fine.

L’impressione è che l’andamento intenzionalmente descrittivo, e per ciò coinvolgente dell’inizio, si perda un po’ per strada, rimuovendo l’Inferno, riducendo il Purgatorio, e ignorando completamente il Paradiso. Imponendo con ciò alla Comedìa un incedere faticoso e un finale incongruente con la grandiosità del progetto. Il che richiama un unico interrogativo con il quale chiuderemo, rivolgendolo idealmente proprio a Nekrosius: perché non riprendere la sua privata lectura Dantis e riconnettersi con l’entusiasmo che da principio, evidentemente, lo ha chiamato verso questo progetto? Se ciò dovesse accadere forse riuscirebbe a restituircelo non in forma di studio ma nella sua completa realizzazione. Inferno. Purgatorio. Paradiso. Tre nuovi eventi, tre autentiche “prime”, dalle lunghezze meno ridondanti, capaci di farci riconoscere appieno le idee di un grande maestro.

La Divina Commedia (photo: D. Matvejev)

La Divina Commedia (photo: D. Matvejev)

Divina Commedia
di Dante Alighieri
regia: Eimuntas Nekrošius
prodotto da Meno Fortas
co-prodotto da: Stanislavsky Foundation, Moscow, Baltic House Festival, St. Petersburg, Lithuanian National Theatre
in collaborazione con il Ministero della Cultura Lituano e Aldo Miguel Grompone (Roma)
con: Rolandas Kazlas (Dante), Vaidas Vilius (Virgilio), Ieva Triškauskaitė (Beatrice), Remigijus Vilkaitis (Papa), Paulius Markevičius (Messaggero), Audronis Rūkas (2πR),  Marija Petravičiūtė (Italia), Julija Šatkauskaitė (Sapia), Beata Tiškevič (Francesca), Milda Noreikaitė (Gemma), Jurgita Jurkutė (Pia), Darius Petrovskis (Vanni Fucci), Simonas Dovidauskas (Brunetto Latini), Vygandas Vadeiša (Casella / Charon), Pijus Ganusauskas (Florence citizen), Justas Valinskas (Nino)
scenografia: Marius Nekrošius
costumi: Nadežda Gultiajeva
musica originale: Andrius Mamontovas
luci: Džiugas Vakrinas
assistente alla regia: Tauras Čižas
sound designer: Arvydas Dūkšta
attrezzista: Genadij Virkovskij
tecnico di palco: Oleg Virkovskij
traduzione in Lituano del poema di Aleksys Churginas
durata: 4h 30′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Brindisi, Nuovo Teatro Verdi, il 23 maggio 2012

No Comments

  • Beatrice ha detto:

    Qualcuno mi sa dire perché é cosí famoso questo regista… si é svuotato il teatro a metà dopo la prima pausa! Ci sarà un motivo?

  • Paola ha detto:

    Cara Beatrice, non giudicherei la “famosità”, o la genialità, di Nekrosius sulla base di quest’ultimo lavoro. Come ho già scritto, la mia impressione è che si sia avventurato (letteralmente, attraverso il suo bravo e anche simpatico Dante) in un territorio di cui forse aveva misurato sommariamente l’estensione (di nuovo, letteralmente). La Divina Commedia è immensa ed elaborarne l’esplorazione teatrale in un solo anno è sicuramente un progetto temerario. Forse avrebbe potuto (e può ancora) darsi più tempo (o altro tempo) per attraversare tutto quel mondo. Vero è, d’altra parte, che in settembre a Vicenza presenterà il Paradiso e chissà, in futuro, avremo modo di rivedere il tutto in maniera più strutturata. Il risultato? Un grande laboratorio, uno studio in divenire. La sala di Brindisi (non so se è quella a cui ti riferisci) si è effettivamente svuotata con lo scorrere del tempo. E qualche ragazzo, delle numerose scolaresche presenti, sonnecchiava. Personalmente, tuttavia, me ne sono accorta solo alla fine. Lo spettacolo mi ha catturata, forse per la curiosità, forse per l’attesa (e sono ancora molto curiosa), e così sono rimasta seduta al posto che mi avevano assegnato non solo perché dovevo, ma perché ero autenticamente trascinata dal desiderio di vedere quali altre trovate si sarebbero palesate. Fra le tante banali, come la terribile Firenze in formato rendering su cartoncino, molte altre ispirate e decisamente ragionate, sigle autentiche di quello che Nekrosius può. E il Purgatorio non mi ha delusa, come anche l’uscita dall’Inferno, con il tamburo che avevano usato per la musica live che si trasforma nella lastra di ghiaccio del Cocito. Certamente un altro tema è quello della lingua… quattro ore e mezzo in lituano con sovratitoli scarsamente fruibili rischiano di innestare la fuga. E qualcuno, forse più strategicamente, ha evitato proprio di sottoporsi al trattamento. In tal senso, c’è da aggiungere qualcosa che non ho evidenziato nella mia recensione e che riguarda proprio la trasposizione linguistica. Chi conosce il lituano afferma che lo spettacolo assume contorni decisamente più godibili, poiché il registro non è quello della poesia ma quello della prosa, e forse anche di un teatrare a noi più vicino. Magari, ipotizzo, trasferendo questo tentativo di attualizzazione del testo italiano, evitando di ricorrere al “dantese”, sullo schermo nero sopra il sipario, saremmo riusciti non solo a condividere quel registro ma anche a divertirci di più. Ecco un’altra ipotesi di perfezionamento che potremmo estendere al regista. In fondo è questo che dovremmo fare qui no? Creare un ponte fra chi il teatro lo fa e chi il teatro lo guarda. E invece di uscire dalla sala anzitempo, restare e vedere tutto per poi esprimere il nostro pensiero.

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