Il Don Chisciotte di Latella: tra schizofrenia e letteratura

Don Chisciotte - Antonio Latella
Don Chisciotte - Antonio Latella

Don Chisciotte – Antonio Latella (photo: Brunella Giolivo)

«Don Chisciotte dev’essere battezzato cavaliere, sennò niente imprese. Capisci? Se non viene battezzato, non iniziano le imprese!». E se le imprese non iniziano, la lasagna non cuoce bene.

Bisogna predisporsi ad entrare in un nuovo mondo per capire la realtà letta con gli occhi di “Don Chisciotte”, personaggio nato dalla penna del Cervantes che in questi giorni (e fino al 24 gennaio) rivive a Napoli sul palco del Nuovo Teatro Nuovo, riadattato drammaturgicamente da Federico Bellini per la regia di Antonio Latella, da gennaio 2010 nuovo direttore artistico del teatro.
Drammaturgia appunto, parola che si fa portatrice di rilevante significato. La drammaturgia è dal nostro eroe paragonata proprio alla lasagna: strati e strati di parole, farciti di imbottitura favolistica d’ogni tipo, ma che se non cotti bene, immangiabili.
Il segreto è la cottura dunque. E cosa la fa cuocere a puntino? «Le imprese». Le imprese da compiere sono il ‘clou’ della drammaturgia, sono ciò che la fa esistere e, perciò, le uniche in grado di dar vita al Cavaliere errante.

Siamo in una sala d’attesa o forse in una stazione ferroviaria, evocata dal suono di un campanellino che a tratti irrompe bloccando scena e personaggi, un tempo che disturba per paura di essere dimenticato.
Infatti il tempo ora non esiste. Sul fondo si ergono due alte scale a muro, i cui gradini sono neon orizzontali che emanano luce psichedelica al suono del campanello, creando un disordine visivo spazio-temporale.
Gli spettatori sono invitati ad osservare il ‘folle delirio’ di due attori – Massimo Bellini e Stefano Laguni – che nella vita hanno scelto di non essere più attori, e che qui ci lasciano entrare a spiare il loro dolore esistenziale: una dura lotta tra il bisogno di normalità e la necessità di sfuggirle, scappando al galoppo per giungere nell’unico luogo dove l’irreale trova la sua poesia, il luogo della finzione per eccellenza: il teatro.


Entrano ed escono dal loro mondo inventato, su e giù per il palco in tuta e pantofole, come pazienti d’ospedale, si parlano decostruendo e ricostruendo grammatiche. «La poesia non si tocca» è l’unica regola che ripetono più volte Don Chisciotte e Sancho Panza, fidato scudiero nonché razionale consigliere del cavaliere.
Niente di meglio del rifugiarsi nei libri per cercare di salvarsi dal dolore dell’esistenza. Sono i libri, infatti, che irrompono nella vita del Cavaliere errante permettendogli di vagabondare nella fantasia, di combattere contro mulini a vento, burattini e greggi di pecore.

Una realtà fatta di parole, dalle più auliche alle più scurrili, che si svuotano, si smontano e si rimontano, parole che non hanno peso e che perciò possono essere liberamente dette, proprio come esemplifica Don Chisciotte dalla A alla Z in un delirio di verbalità erotomane, perdendo un po’ di vista la regola della poesia, che Sancho cerca invano di ripristinare più volte.
Così Don Chisciotte chiede al suo compagno di viaggio di creare una storia, un’impresa avvincente in cui rifugiarsi per allontanarsi ancora una volta dalla realtà. E quale strumento migliore per poterlo fare? Il dizionario italiano. Vocaboli sparsi, uno dietro l’altro, presi a caso, come a caso sarà scelta tra il pubblico la dama che il ‘Cavaliere dalla triste figura’ cerca disperatamente da quarant’anni, Dulcinea, e che lo scudiero “dona” al suo folle compagno, quasi a volergli dare un po’ di conforto, seppur fittizio, con una donna che finge per qualche minuto di essere chi non è. È il gioco delle parti, del “facciamo finta che…”.

Uno scudiero-terapeuta per un cavaliere-psicotico. Lo spettacolo è all’insegna della schizofrenia, tutto è doppio e diviso in due: ogni cosa che accade in scena è vista da due lati, da una parte la realtà, dall’altra la finzione, due attori-non attori che cercano di sfuggire alla macchina teatrale, svelandone persino i trucchi del mestiere («perché cosa fa un regista quando non sa che fare? Mette un nudo in scena!» e completamente nudo resterà il nostro Don Chisciotte), trucchi di cui, allo stesso tempo, non possono fare a meno, nella vita  come sulla scena, ritrovandosi così ad essere i protagonisti di un romanzo epico dal sapore barocco, tra illusione e realtà, che altro non ha che il sapore dell’esistenza.

Nel mondo di Don Chisciotte le parole sono prive di peso, drammaticamente leggere; i libri sono ora cibo, pollo saziante e succulenti dessert, ora sentieri da tracciare e poi percorrere, ora boschi e campagne fuoriusciti da originali pop-up. Un tira e molla tra essere e non-essere, un vortice di follia in cui si viene inevitabilmente trascinati, facendo fatica a volte a star dietro alle complesse identità che rivelano i due personaggi. Duettano tra comicità delirante e dilemmi esistenziali, parlano di qualsiasi cosa, amore, sesso, morte, vita, cercano strade nella fantasia per alleviare il dolore della vita umana.
«La sofferenza è una regola o un lirismo?» chiede teneramente Don Chisciotte al suo fidato scudiero. E Sancho Panza tenterà un ultimo, disperato atto di sopravvivenza per l’amico: costruirgli un’armatura fatta di libri, dalla Bibbia al Dizionario italiano. Libri per proteggersi, per rifugiarsi, per scappare e cercare.
Riuscirà in questo modo il nostro eroe a combattere il suo ‘mal-di-vita’? Forse sì, accettando di diventare letteratura… anzi di più: preparandosi a diventare teatro.
E a quanto pare la metamorfosi, per Latella, è già iniziata.

DON CHISCIOTTE
drammaturgia: Federico Bellini
con: Massimo Bellini e Stefano Laguni
disegno luci: Giorgio Cervesi Ripa
realizzazione scena: Clelio Alfinito
realizzazione costumi: Cinzia Virguti
assistente volontaria: Lucrezia Spiezio
foto di scena: Brunella Giolivo
regista assistente: Tommaso Tuzzoli
regia: Antonio Latella
durata: 2h
applausi del pubblico: 3′ 25”

Visto a Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, il 28 dicembre 2009

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