Don Giovanni all’eccesso: Timi nello sfarzo d’una vita grottesca

Filippo Timi è Don Giovanni
Filippo Timi è Don Giovanni

Filippo Timi è Don Giovanni (photo: Franco Parenti)

E’ ancora un mito barocco il punto di partenza del nuovo spettacolo di Filippo Timi, questa volta il “Don Giovanni”.
La storia è quella di un uomo che, pur biasimato nella sua sfrontata immoralità, con la sua ostinata resistenza al pentimento è divenuto l’eroico portavoce di una società che non riusciva più a riconoscersi in un sistema di valori anacronistico da cui faticava tuttavia ad emanciparsi.

Delle tante riscritture, Timi predilige quella di Da Ponte musicata da Mozart, forse perché del grande compositore condivide lo slancio ludico e gioioso.
Ma se l’opera appare allo spettatore stravolta fin dall’apertura, con un Don Giovanni tossicodipendente, come già accadeva nei precedenti lavori di Timi, il tradimento riguarda più la forma che il contenuto.

I personaggi appaiono infatti distorti in maschere grottesche, ma le loro psicologie si appiattiscono solo apparentemente: i dialoghi alienati e ripetitivi non fanno che amplificare il dolore o la crudeltà che, a ben vedere, caratterizzano già i protagonisti del capolavoro di Mozart. La sottomissione di don Ottavio a donna Anna, il sadismo di quest’ultima, incapace di rinunciare alla sua vendetta, l’ossessione di donna Elvira per un uomo palesemente disinteressato a lei, la semplicità e l’ingenuità di Zerlina e Masetto sono sì spinti all’accesso da un’ironia impietosa e dissacrante, ma solo con l’intento di far risaltare elementi rilevati nel sottotesto originale.

Così anche lo stesso Don Giovanni ricalca il percorso in discesa tracciato dai suoi autori già nel Seicento: un cammino che lo porta a scendere dall’alta società alla realtà contadina, fino a cedere gli stessi panni di signore per indossare quelli del proprio servitore. Una graduale perdita della dignità come prezzo pagato assurdamente in cambio della ricerca esasperata del potere e della manipolazione.

Più che la seduzione erotica, infatti, è il desiderio di conquista il vero tema del dramma. Una ossessione per il potere e il controllo che paradossalmente si rivolge contro lo stesso Don Giovanni, riducendolo da amante a latitante.
Così Timi più che un gioco di seduzione disegna un gioco di potere, con una donna Elvira e una donna Anna profondamente frustrate, decise ad imporsi su Don Giovanni a prescindere dalla sua capacità di amare. E allo stesso modo l’eroe di Timi è un abile manipolatore, attratto dall’idea della conquista molto più che dallo smarrimento sensuale.

Azzeccati, quindi, risultano i costumi: scomodi, plastificati, ingombranti, sono macchine per catturare l’attenzione che alla fine ingabbiano i loro stessi protagonisti, ostacolandoli di fatto da un piacere più esibito e anelato che raggiunto.

Come già evidente dalle anticipazioni rilasciate dallo stesso Timi alla stampa, molti sono i possibili parallelismi del Don Giovanni con i suoi lavori precedenti. Ma se la struttura dello spettacolo, con un Timi divo centro di un sistema di personaggi satellite (solo apparentemente secondari) ricorda molto da vicino il suo “Amleto 2”, ciò che allontana i due eroi è il tema metateatrale, anche questa volta presente, ma capovolto: non più il dolore di chi ha raggiunto ormai una consapevolezza superiore, ma l’ostinazione di chi, pur essendo vicino a raggiungerla, la nega, sottraendosi ad essa irresponsabilmente, e sottoponendosi volontariamente al gioco umiliante del travestimento farsesco, cui la vita ci sottopone.
Gli uomini protagonisti di una farsa da avanspettacolo in Amleto, sono qui ridotti a statuine di porcellana smaccatamente kitch, emblemi del cattivo gusto popolare e medioborghese.

Se questa presa di coscienza spingeva Amleto a isolarsi e a sottrarsi a qualunque rapporto umano, Don Giovanni, al contrario, non cerca che relazioni umane, disposto nel suo aperto disinteresse per ogni intellettualismo a un percorso sempre più degradante: dalla donna dell’alta società alla contadina svampita, fino all’inseguimento di una servetta tanto inconsistente da non apparire mai sulla scena.
E come aderisce alla loro soffocante semplicità, così accoglie anche il loro amore per l’estetica eccessiva, vistosa, ridicola nella sua mancanza di misura e sbalorditiva nella sua capacità di accostare le cose più impensate.

Il Don Giovanni che Timi ci rivela è dunque un uomo che rifiuta deliberatamente di crescere, ancorandosi testardo ai suoi miti infantili e, lungi dal voler affermare la propria virilità, nel finale vagheggia senza vergogna una regressione all’utero materno. Un uomo che respinge fino alla fine un qualunque atto di responsabilità, tanto da rifiutare di prendere sul serio persino la morte, riducendola ad una macchietta vestita in rosa shocking che sminuisce anche un’ingente tragedia storica quale il nazismo, chiudendo gli occhi davanti al dolore della malattia.
Ma ciò che più inquieta è l’estensione di questa lettura all’umanità intera. L’irresponsabilità infantile riguarda infatti ogni personaggio, senza alcuna esclusione. E’ questa la vera chiave con cui ci suggerisce di leggere l’attualità: un’umanità in caduta libera non perché afflitta da un destino crudele, ma perché fondamentalmente resistente ad ogni atto di responsabilità e restia ad ogni forma di coscienza. Una riflessione che sembra rendere perfettamente la situazione del nostro Paese, soprattutto dopo gli ultimi risultati elettorali.

Lungi, tuttavia, da ogni facile interpretazione del reale, Filippo Timi esalta nello stesso tempo la vitalità del suo Don Giovanni, lasciandosi sedurre lui stesso dalla sua franchezza, e lanciando insieme al suo personaggio un’idea di moralità amorale, del tutto spogliata di ogni senso di colpa, non più avversa al male, ma piuttosto concentrata sull’amore per la vita in tutte le sue forme.

Rispetto ai precedenti lavori, il “Don Giovanni” di Timi si presenta ancora più ricco visivamente, anche grazie ad un budget evidentemente più alto. Di grande impatto, per esempio, la pavimentazione luminosa e le quinte girevoli, da un lato dorate, dall’altro candide, di modo da poter alternare scene cariche a scene quasi nude. Ma a risaltare maggiormente sono i costumi, disegnati da un collaboratore d’eccezione: Fabio Zambernardi, nuovo nel mondo del teatro, ma già stilista per Miuccia Prada, il quale dà prova di una eccezionale creatività, assecondando il gusto certo non facile di Timi per la stravaganza e quel grottesco vicinissimo alla demenzialità. Ne risulta una serie di costumi eccentrici, tanto che lo spettacolo diviene in un certo senso una sfilata di capi sempre più strabilianti.

La colonna sonora si caratterizza, invece, soprattutto per una serie di improbabili accostamenti, spaziando dalla lirica al pop, dal repertorio disneyano ai manga televisivi ma, in generale, prediligendo soprattutto veri cult degli anni 80, da Celentano ai Queen, quasi che la regressione infantile di Don Giovanni avesse portato lo stesso Timi a ripescare tutti gli idoli della sua preadolescenza.
Completano lo spettacolo proiezioni video quasi spiazzanti per la loro apparente incongruenza con il dramma mozartiano, molti tratti da youtube, tanto bizzarri da dimostrare che la nostra realtà non è poi meno grottesca dell’universo folle dipinto da Timi.

Molto buono il cast degli attori, seppur non forte come nell’Amleto. Si sente, probabilmente, la mancanza di Lucia Mascino. Sempre esilarante la brava Marina Rocco nella parte della sempliciona romana, molto azzeccato Roberto Laureri e lodevole Matteo De Blasio, peraltro al suo debutto teatrale.
In scena a Milano fino al 24 marzo.

DON GIOVANNI
. Vivere è un abuso, mai un diritto
di e con Filippo Timi
e con: Umberto Petranca, Alexandre Styker, Roberta Rovelli, Marina Rocco, Elena Lietti, Roberto Laureri, Matteo de Blasio, Fulvio Accogli
regia e scena: Filippo Timi
luci: Gigi Saccomandi
costumi: Fabio Zambernardi in collaborazione con Lawrence Steele
regista assistente: Fabio Cherstich
direttore dell’allestimento: Emanuele Salamanca
la scena è stata realizzata presso il Laboratorio del Teatro Franco Parenti
produzione: Teatro Franco Parenti/Teatro Stabile dell’Umbria

durata: 2h 30′
applausi del pubblico: 5′ 30”

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 5 marzo 2013

No Comments

  • letizia ha detto:

    A me ha fatto cagare.

  • roby ha detto:

    ANCHE A MEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE HA FATTO CAGAREEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE

  • Giorgio ha detto:

    Bè, un’analisi molto profonda la vostra, complimentoni!

  • Claudia ha detto:

    Sensazionale, molto divertente, a dir poco GENIALE!

  • Eugenio ha detto:

    Io l’ho trovato populista e di cattivo gusto, non nel senso buono. Una specie di teatro-panettone per quella borghesia finta intellettuale tipica dell’italia del nostro tempo. La mia unica spiegazione è che Timi abbia volutamente fatto uno spettacolo orribile per rendersi conto di quanto anche il pubblico da teatro ormai sia di basso livello. Interessante la vostra analisi, ma secondo la mia opinione non sono certo di quanto fosse volutamente venuto male. Imbarazzante a dir poco, ancora a fine 2013 si cerca di far ridere con la cacca, il cazzo e la figa… mi è sembrato di vedere un film di De Sica (l’attore, non il regista). Non capisco come in sala ci fosse tanta gente che ridesse.. anzi forse si.

  • Roberto ha detto:

    Non saranno analisi molto profonde, ma molto più profonde del testo di questa ‘opera teatrale’. Detto subito della bellezza dei costumi, per il resto un banale tentativo di apparire originali nei confornti di un pubblico di bocca buona. Per essere dissacranti e innovatori mettendo insieme linguaggio alto e basso bisognerebbe essere un vero artista, e non mi pare questo il caso. Battute di rara volgarita e scontate. Basta aver visto un film di Bombolo e un estratto dell’opera di Boldi-De Sica per anticiparne la maggior parte. Non so se fa arrabbiare di più il pubblico in delirio o la capacità acrobatica dei critici di scrivere pagine di elogi sul nulla.

  • Felix ha detto:

    Timi è una persona molto disinibita in scena come nella vita e la sua scelta è quella di fare un teatro non edulcorato, che utilizzi in scena il linguaggio che usa nella vita, senza operare filtri di nessun tipo. Ad ogni modo è una scelta stilistica che non riguarda il contenuto, ma solo la facciata dell’opera. Di certo uno spettatore molto infastidito dalla facciata può scegliere di ignorare il contenuto dello spettacolo. Un critico invece deve sempre sforzarsi di andare al di là del proprio gusto personale e considerare tutti gli aspetti dello spettacolo, utilizzando un metro di giudizio non moralistico e nemmeno dettato dalle aspettative personali. Al di là di questo, inoltre, noto che spesso il fatto che Timi sia oggi divenuto un personaggio noto anche in ambito cinematografico illude molti spettatori del fatto che possa fare anche lui un tipo di teatro molto tradizionale come tanti suoi colleghi. Non è così. Il suo teatro rimane ancora ben inserito nel panorama generale della ricerca contemporanea.

  • maccio ha detto:

    Questa è UNA PAGINA DI ELOGIO SUL NULLA. Voltiamo pagina.

  • Alessandra ha detto:

    Meno male che alcuni commenti degli spettatori coincidono con i miei. Anche secondo me e mia sorella si tratta di una bella boiata. Viene presentato dalla critica come dramma esistenziale, e ci si ritrova di fronte ad una…opera teatrale?? Io la definirei una fanfara superficiale, senza contenuto, solo un susseguirsi di battute ed esagerazioni che mascherano bene il fatto che Don Giovanni sia stato scomodato per reggere una commediola del livello dei cine-panettoni e per dare sfogo all’egocentrismo di Timi, che è un Narciso a livelli planetari. I critici sono tutti stati pagati per scrivere che si tratta di una visione esistenziale e indirizzata a rivelare la drammaticità del mondo moderno? O si sono drogati?

  • Alessandra ha detto:

    Effettivamente la frase finale di Roberto mi trova tristemente d’accordo: decidere se devo arrabbiarmi maggiormente per un pubblico che applaude a piene mani o per gli elogi del nulla dei critici. Purtroppo per entrambe le cose?

  • Dany ha detto:

    Ferrara, ammetto che hai scritto qualcosa di interessante, ma dare quattro stelle a questo spettacolo è davvero abbassarsi al livello di un pubblico incapace di mettere il filtro dell’intelletto e del gusto quando si trova di fronte ad un istrione un po’ macho che tiene in vita lo spettacolo con il suo narcisismo e qualche gag ben riuscita. E’ davvero questo il Don Giovanni? E’ davvero questo il Teatro?
    Se la tua risposta è sì, allora……poveri noi!!

  • vincenzo ha detto:

    Non ricordo di aver mai visto in vita mia qualcsa di così squallido e a tratti volgare. Evidentemente non sono così intellettuale e chic da riuscire a comprendere la fine arte che si cela dietro queste opere teatrali e invidio tutti coloro che hanno applaudito e sono usciti soddisfatti ed estasiati dal teatro.
    Io non ho resistito fino alla fine e all’uscita ho incontrato altre persone che avevano avuto la mia stessa idea e aspettavano qualcuno che avendo pagato voleva vedre fino ache punto Timi potesse cadere in basso.
    Sper che questa rappresentazione non abbia ricevuto alcun finanziamento pubblico perchè sarebbe un oltraggio al pudore.

  • Gianluca ha detto:

    Pensavo di esser l’ unico.. Ed infatti tutti lì a batter le mani. Le critiche poi al limite dell’irreale volutamente positive pur di ingraziarsi l’ “artista”..
    Fortunatamente qui la realtà è ben diversa, blasfemo, scontato, spudoratamente ammiccante con il pubblico sinceramente una rilettura fuorviante.

  • Emma ha detto:

    Leggendo i vostri commenti volgari e intrisi di rabbia mi chiedo il motivo per cui andate a vedere spettacoli che richiedono molta intelligenza, ironia, apertura mentale e capacità critica. Andate al Piccolo, l’effetto catartico sarà tale da farmi dormire e rilassare e sicuramente eviterete attacchi di bile… non siete pronti per un teatro di ricerca…

  • davide ha detto:

    cara Emma, mi spiega dov’è la ricerca? nella fulminante battuta sulla cacca, intera o divisa in due? nell’utilizzo dell’accento francese, crucco, ciociaro e sardo (non si può sentire)? forse l’unica lettura è che si tratti di una gigantesca presa per il culo del pubblico, però se cosi fosse gran parte del pubblico non se ne rende conto. La cosa che a me fa più fastidio, oltre al consenso entusiasta e unanime a una cosa cosi mal scritta, è il gusto compiaciuto di sentirsi alternativi, diversi, provocatori. Provocazioni gratuite ed inutili, quando mirate compiacere un pubblico osannante. Un sacco di risorse (anche bravure d’attore, tra le quali quella di timi) bei costumi, gran rumore, per cosa? Qual’è il succo dello spettacolo?

  • lu ha detto:

    Davide, qual è si scrive senza apostrofo…capisco tu sia più interessato al “succo” ma anche la forma ha la sua importanza…

  • Mario Bianchi ha detto:

    Vedere tanto talento sprecato in uno spettacolo senza capo nè coda, pieno di ciarpame non mi ha fatto resistere sino all’ultimo, mi spiace

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