Donne, politica e diversità al Royal Court Theatre: a Londra tra speranza e disperazione

A History of Water in the Middle East. Sabrina Mahfouz e Kareem Samara (photo © Craig Sugden)
A History of Water in the Middle East. Sabrina Mahfouz e Kareem Samara (photo © Craig Sugden)

In quest’autunno grigio e piovoso, tra manifestazioni di protesta per il clima e per la Brexit, l’attacco di London Bridge e una feroce campagna elettorale, seguita poi da un catastrofico risultato (per chi, come me, si sente cittadino europeo), Londra ne ha letteralmente viste di tutti i colori. Abbiamo gridato, abbiamo sperato, abbiamo creduto di potercela fare, ma una Gran Bretagna ostile ha preso piede sopra tutti gli altri volti di quest’isola, sebbene la capitale di sua Maestà sia un baluardo di diversità e tolleranza rispetto al resto del Paese.
In questi tempi cupi, andare a teatro – specialmente al Royal Court – è una delle poche attività che danno speranza. Eppure, c’è da chiedersi che rilevanza abbia il palcoscenico, se il mondo del teatro parla sempre e solo a sé stesso.

Mentre a Westminster si installa un nuovo parlamento pro-Brexit che promette di fermare i flussi di persone che “trattano il Regno Unito come se gli appartenesse”, il teatro di Sloane Square ha messo in programma tre nuovi testi di scrittrici che potrebbero essere definite post-migranti o di seconda generazione: si tratta della performer e poetessa anglo-egiziana Sabrina Mahfouz, della drammaturga anglo-americana Eve Leigh, e della scrittrice e sceneggiatrice anglo-indiana Gurpreet Kaur Bhatti. Nei lavori di queste tre donne si trovano la caparbietà e la forza sovversiva di chi lotta per un mondo più ospitale verso altre culture e religioni.

In “A History of Water in the Middle East”, scritto e interpretato da Sabrina Mahfouz, la sua intrigante scrittura musicale si mescola ad attivismo politico anticoloniale e antirazzista. Mahfouz, in scena con l’attrice e cantante Laura Hanna, il musicista e compositore Kareem Samara e l’attore David Mumeni, ripercorre la storia del dominio britannico nel Medioriente e le conseguenze ancora tangibili del suo controllo delle risorse d’acqua in stati come la Giordania, l’Egitto, l’Oman, l’Iraq, il Kuwait e lo Yemen.
Il catalogo di ingiustizie inflitte dall’Impero britannico ai popoli mediorientali si intreccia al racconto autobiografico, in cui vediamo Mahfouz impegnata in un colloquio di lavoro per diventare una spia per l’agenzia di intelligence MI6. Si tratta di un incontro che diventa un momento rivelatore nella sua vita: pur essendo cittadina britannica, Mahfouz vede mettere in discussione la sua lealtà al Regno Unito a causa della propria eredità etnica e religiosa, facendole toccare con mano l’attitudine discriminatoria dell’establishment verso le culture islamiche.

Persino l’edificio del Royal Court, ci fa notare Mahfouz, è stato costruito con i soldi guadagnati dal colonialismo e dallo sfruttamento di schiavi e risorse lontane.
La performer tratta con precisione e poesia uno dei temi più caldi nel mondo anglosassone contemporaneo: il suo è un grido per la decolonizzazione della mente e un impegno per stabilire la base morale di una serie di ricompense a chi ha subito i danni della storia, e ancora ne subisce, seppure c’è chi non vuole accorgersene. Se n’era accorto il Labour di Jeremy Corbyn, il primo partito britannico a proporre un manifesto “of race and faith” (manifesto per razze e religioni) durante la campagna elettorale, in cui si proponevano misure concrete per riparare i danni del colonialismo e le discriminazioni che ancora ne derivano. E non a caso la Mahfouz era tra gli artisti firmatari di una lettera in supporto per Corbyn – ma ora sappiamo che non è servita a nulla.
Oltre ad avere un messaggio cruciale per l’avvenire, “A History of Water in the Middle East” è uno spettacolo che sa essere a tratti lirico, spiritoso e commovente.

Due giorni prima delle elezioni, è stata la volta di “Midnight Movie” di Eve Leigh. Avevo incontrato Leigh a gennaio 2019 per un festival che organizzai insieme ad altri colleghi allo Yard Theatre, intitolato Brexit Stage Left. Leigh aveva presentato il testo “Salty Irina”, su una coppia di ragazzine che si infiltrano in un festival di estrema destra.
Il suo nome è poi saltato fuori nei giornali di cronaca qualche mese fa perché furono lei e il suo fidanzato Tom Penn – allora vicini di casa della fidanzata di Johnson, Carrie Symonds, che ora vive con Boris a Downing Street – a chiamare la polizia quando i due litigarono e gridarono talmente forte da allarmare tutto il vicinato. Ne nacque un mini scandalo, in cui il futuro Primo Ministro (allora c’era ancora Theresa May) si rifiutò di divulgare dettagli sulla sua relazione e la natura del suo litigio (la presunta accusa a Johnson, mai confermata dalla polizia, era di aver picchiato Symonds). Leigh e il suo compagno ricevettero una cascata di insulti sui social media e dovettero pure allontanarsi per qualche tempo dal quartiere, ma non per questo si sono fatti intimidire.

Ecco che, alla luce di questo aneddoto, “Midnight Movie” appare come una meditazione sulle nostre vite cibernetiche, sulle nostre identità filtrate dai social media e sulla possibilità di assumere le sembianze di un avatar tramite la maschera di internet.
L’attrice sordomuta Nadia Nadarajah (Avatar 1) è sul palco con Tom Penn (Avatar 2) per presentarci un surreale susseguirsi di storie strampalate che sembra riprodurre un flusso di coscienza dell’autrice (o della voce narrante, che nel copione pubblicato da Oberon Books è una sola) alle prese con le sue identità digitali durante le consuete notti insonni, causate – si deduce appena – da una malattia debilitante.
Passando da un luogo all’altro e da un personaggio all’altro, come si passa da un post all’altro con un semplice movimento di un dito sullo schermo, gli avatar raccontano storie tratte da video virali, come le immagini delle videocamere di sorveglianza che catturarono gli ultimi minuti di vita di Elisa Lam, la studentessa canadese uccisa a Los Angeles, e quelli del fratello del leader nordcoreano, Kim Jong-nam, nell’aeroporto di Kuala Lumpur.

Midnight Movie (photo: Helen Murray)

Midnight Movie (photo: Helen Murray)

La regista Rachel Bagshaw ha voluto che tutto il testo, scritto a mo’ di monologo e privo di personaggi, fosse recitato da entrambi gli attori, in inglese e nel linguaggio dei segni inglese, oppure proiettato sulla scena con sottotitoli, rendendo lo spettacolo interamente accessibile ad un pubblico sordo. La scena progettata da Cecile Trémolière rinforza la sensazione di claustrofobia e straniamento che suggerisce il titolo (un midnight movie è un film che viene programmato nei cinema o in TV solo di notte, quando accadono cose strane, losche e inspiegabili).

Qualche giorno dopo le elezioni del 12 dicembre sono poi tornata al Royal Court con l’animo appesantito dalla realtà, e ne sono uscita con il cuore a pezzi.
Gurpreet Kaur Bhatti è conosciuta per il suo primo testo “Behzti” (‘disonore’ in Punjabi) che provocò le proteste della comunità Sikh di Birmingham nel 2004 perché si rappresentava un prete Sikh che stuprava una donna in un tempio. Dopo solo poche repliche, il Birmingham Rep Theatre dovette chiudere la produzione perché la polizia non poteva garantire l’incolumità del pubblico.
In seguito a questi avvenimenti, la scrittrice venne sostenuta dalla comunità artistica ma ostracizzata dalla sua famiglia, con cui non ha più rapporti.

Kaur Bhatti ritorna al Royal Court con un testo, “A kind of people”, che fa una fotografia spietata dell’Inghilterra del multiculturalismo. Una coppia mista, Nicky (Claire-Louise Cordwell) e Gary (Richie Campbell), lei bianca e lui nero, passano il loro tempo libero con gli amici Anjum (Manjinder Virk) e Mo (Asif Khan), una coppia anglo-pakistana, il collega Mark (Thomas Coombes) e la sorella di Gary, Karen (Petra Letang). Quando la capa di Mark e Gary, Victoria (Amy Morgan), si presenta a casa di Gary per una festa, lei si ubriaca fino al punto di offendere Gary con sproloqui razzisti. E quando il giorno dopo Gary si presenta al colloquio per ottenere una promozione, si vede sfumare l’opportunità tra le mani: un suo collega bianco, meno qualificato, ha ottenuto il ruolo al posto suo.
Nel frattempo le mamme, Nicky e Anjum, si arrabattano per dare ai loro figli un futuro migliore all’interno del sistema educativo altamente classista ed esclusivo del Regno Unito, dove le costosissime scuole private formano la futura classe dirigente, mentre le scuole pubbliche si accontentano di fare quel che si può con i figli di chi non si può permettere il meglio. Nicky tiene molto alla promozione di Gary per poter offrire più opportunità ai suoi figli, che sono già svantaggiati dal colore della loro pelle in una società che favorisce sempre i bianchi, e certamente non premia chi, come Gary, protesta ad alta voce per quella forma più insidiosa di discriminazione razziale che è il sistema pseudo-liberale, in cui i bianchi sono sempre i candidati favoriti in ogni gara della vita. La rabbia di Gary si riversa verso Victoria, ma anche verso Nicky: Gary la accusa di non credere più in lui e persino di aver interiorizzato quegli stereotipi razziali che lui vuole combattere.

A kind of people (photo: © Manuel Harlan)

A kind of people (photo: © Manuel Harlan)

Cosa succede quando ti accorgi che la persona che ami non ti accetta per quello che sei? Come si fa a sopravvivere se il sistema è sbilanciato contro di te? E come si fa a cambiarlo? Come si può creare una vita, una famiglia, una società in cui coesistano razze e culture diverse senza discriminazione?
Kaur Bhatti ha catturato lo spirito delle attuali conversazioni attorno al problema razziale nel Regno Unito, con un finale che lascia poche speranze. Il regista Michael Buffong serve il testo in maniera precisa e ottiene dagli attori delle performance eccezionali: in particolare, nelle ultime tragiche scene, i protagonisti Gary e Nicky commuovono fino alle lacrime.
Kaur Bhatti non lascia spazio all’ottimismo, e lascia agli spettatori il compito di trovare una soluzione per un futuro migliore. Rimbocchiamoci le maniche: c’è molto lavoro da fare.

A History of Water in the Middle East
di Sabrina Mahfouz
Con Sabrina Mahfouz, Laura Hanna
regia Stef O’Driscoll
Scene Khadija Raza
Luci di Prema Mehta
Musiche di Kareem Samara
Suono di Dominic Kennedy

Durata: 60’
Applausi del pubblico: 1′

Visto a Londra, Royal Court Jerwood Theatre Upstairs, il 13 novembre 2019

Midnight Movie
di Eve Leigh
Con Nadia Nadaraja, Tom Penn
Regia di Rachel Bagshaw
Scene di Cecile Trémolières
Luci e video di Joshua Pharo e Sarah Readman
Suono di Nwando Ebizie
Drammaturgia di Matilda Ibini
Produzione Matt Maltby
Consulente accessibilità Michael Achtman
Consulente linguaggio dei segni Brian Duffy

Durata: 1h 15’
Applausi del pubblico: 1′

Visto a Londra, Royal Court Jerwood Theatre Upstairs, il 10 dicembre 2019

A Kind of People
di Gurpreet Kaur Bhatti
Con Richie Campbell, Thomas Coombes, Claire-Louise Cordwell, Asif Khan, Petra Letang, Amy Morgan, Majinder Virk
Regia Michael Buffong
Scene di Anna Fleischle
Luci di Aideen Malone
Suono di Emma Laxton
Movimenti di Vicki Igbokwe
Assistente alla regia Philip Morris

Durata 1h 35’
Applausi del pubblico: 1′

Visto a Londra, Royal Court Jerwood Theatre Downstairs, il 17 dicembre 2019

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