Drama Sound City. Le geometrie urbane di Stalker Teatro

Drama Sound City
Drama Sound City

La geometria è per le arti plastiche ciò che la grammatica è per l’arte dello scrittore
Guillaume Apollinaire

Prosegue a Torino, fra proporzioni auree e quadrature di cerchi, la rassegna CAOS2017 di Stalker Teatro. Questa volta si gioca “in casa”, con una bella produzione in proprio. Si tratta di “Drama Sound City”, un progetto diretto da Gabriele Boccacini, performance intensa ed emozionante che, alternando concavità e convessità, rette e segmenti, cattura lo spettatore per quasi un’ora con la sua armonia. La compagnia pare aver assimilato la lezione di Dalì, il quale – a suo tempo – consigliava ai colleghi visionari di “usare la geometria come guida alla simmetria nella composizione delle opere”.

E un po’ pittori, un po’ artefici, un po’ creatori, sono anche gli ottimi Elena Pisu, Dario Prazzoli e Stefano Bosco, accompagnati alle loro spalle da SmZ (che insieme a Stanislao Lesnoj forma il duo  Ozmotic): come recita il programma di sala, la performance (in cui trovano spazio teatro e arte visiva, musica elettronica e pop sperimentale) conduce lo spettatore attraverso sei quadri, scanditi da luci, azioni e suoni che compongono e scompongono le geometrie della periferia urbana «come in un time lapse che ne cattura le rapide trasformazioni, cogliendone i caratteri più solitari, notturni, enigmatici».

Le suggestioni performative, disciolte in soluzione elettronica, nascono dall’analisi attenta dei movimenti dell’hinterland torinese; nello specifico, dall’esperienza diretta nel quartiere Le Vallette, sobborgo periferico brulicante di vita e di storie, con un passato di immigrazione e lavoro in fabbrica, dimora eletta ormai da tanti anni della compagnia Stalker.

La musica ha un ruolo di primo piano in questa creazione scenica: non è semplice accompagnamento. Essa – innestando e combinando sassofoni e percussioni – guida la partitura fisica dei tre protagonisti, conferendo loro un ritmo interiore, un tempo: è un’esplorazione profonda, che raggiunge il suo apice nel momento della “notte stellata”.

Ma procediamo con ordine. Nel primo quadro un trio di clochard in impermeabile e cuffietta entra in scena reggendo in mano delle pile di cartoni. Nel frattempo una voce fuori campo stabilisce le (s)proporzioni umane fra centri e periferie: “In centro uno, nella periferia dieci”, aumentando progressivamente ordine di grandezza (cento, mille, diecimila e così via). Le grandi tessere di cartone diventano pedine di un mosaico, dapprima rettangolare, poi irregolare (come a voler rappresentare, forse, delle ciminiere industriali): in questo reticolo trovano spazio i corpi sdraiati – in posizioni che spaziano dal rigor mortis al fetale – dei tre performer, sino alla finale apertura verso l’esterno, nel segno amoroso della condivisione.

Una volta raccolti e impilati i tasselli – che si trasformano momentaneamente in piedistalli – tutto si tinge di nero: il secondo quadro è all’insegna del poetico contrasto tra luce e ombra. Armati di guanti e passamontagna, Bosco, Prazzoli e la Pisu lanciano dapprima a terra delle sfere luminose come fossero biglie, dopodiché le fanno roteare in aria, a simulare una notte siderale: i sensi si smarriscono nel buio pesto, ma solo questo fondale color pece può valorizzare i preziosi astri artificiali che lo lambiscono con il loro moto delicato.

La scenografia, pur essendo di fatto assente, è continuamente evocata grazie agli oggetti scenici posti sullo sfondo, di cui i performer si servono soprattutto nel terzo quadro: si tratta ad esempio di alcuni lunghi pali flessuosi e di tre semplici strutture tri/quadrangolari di legno (che all’occorrenza diventeranno – nelle scene successive – bare, tipì, culle o schermi per ombre cinesi). Questa sequenza celebra la metamorfosi cosmica, alterando la realtà rettilinea e tridimensionale in una serie di curve mobili. I performer infatti agitano le bacchette sinuose quasi sprigionando delle onde; le chiudono poi alle estremità formando dei cerchi; infine, legano le tre circonferenze ottenendo una struttura a metà fra il cosmo e l’atomo. È quella musica della volta celeste di cui parlavano già Dante e il pensiero medievale.

Di impostazione esistenziale è invece la seconda metà dell’opera (i quadri quattro, cinque e sei), che dalle cromie accese degli abiti al (semi)denudamento conclusivo indaga il percorso biografico dell’uomo, dalla vita alla morte, fino alla successiva rinascita.
Dalle note di regia apprendiamo che qui «i performer si lanciano in nuove fantomatiche identità, per poi restituirsi all’essenza della propria natura, dove i corpi seminudi, filtrati dalla luce, rappresentano le forme semplici ed originarie di un feto, il cui movimento e sviluppo appare continuo ed immortale». I rettangoli lignei vengono ora sovrapposti e tra le fessure fanno ritmicamente capolino i volti dei protagonisti, che poco per volta scoprono il mondo circostante. Si sigillano poi con dei veli bianchi all’interno di queste casse/cune deposte a terra, fuoriuscendone in abiti insoliti: Stefano Bosco costretto in un sacco di juta e con gli arti bloccati, intento a vomitare uova di gommapiuma; Elena Pisu in impermeabile rosso fuoco e occhiali da sole; Dario Prazzoli con turbante, mani infarinate e lunga tunica bianca. Presto gli abiti cadranno, così come i “tetti” dei loculi rettangoli che incorniciano i performer. Lo spettacolo si chiude con l’incedere ora rapido, ora pacato, dei tre corpi verso una nuova luce, verso una nuova vita.

Un lavoro, “Drama Sound City”, degno di nota e di merito, soprattutto per le indubbie qualità fisiche (e la grazia) del terzetto Pisu-Prazzoli-Bosco. Un’opera capace davvero di trasformare e ricondurre la complessità immaginifica che ci sovrasta in razionali e consolatori tracciati di base, che ci aiutano a ritornare – un po’ più – dentro noi stessi.

Prima della pausa che porterà ai percorsi turistico-culturali di giugno, MetropolitanArt/IlVedereAcceso, Caos2017 prosegue stasera e domani con “Lucille” di Micron, uno studio coreografico su peso e leggerezza per la regia di Rajan Craveri, coreografia e danza di Serena Zanconato, una produzione torinese che si affianca al work in progress tutto britannico “A dance with the Devil” di Malcom Sutherland, indagine attraverso il movimento su cosa significhi essere in una situazione ambigua, immorale, avere un’inclinazione al maligno…

DRAMA SOUND CITY
Progetto e regia Gabriele Boccacini
Musiche originali (eseguite dal vivo) SmZ
Performers Elena Pisu, Dario Prazzoli, Stefano Bosco
Disegno luci Andrea Sancio Sangiorgi
Foto di scena Giorgio Sottile
Video Fabio Melotti
Produzione Stalker Teatro, Ozmotic

durata: 1h circa
applausi del pubblico: 3′ 12”

Visto a Torino, Officine Caos, il 7 aprile 2017

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