Dreams of Dalì, con il Vancouver City Dance Theatre

Dreams of Dalì

Dreams of Dalì (photo: arenadelsole.it)

Una prima nazionale è sempre un banco di prova, soprattutto quando ha per protagonista una compagine particolarmente giovane come il Vancouver City Dance Theatre, compagnia di danza nata in Canada nel 2009 per iniziativa di due italiani, Roberta Baseggio (coreografa e direttore artistico) ed Enrico Sorrentino (direttore esecutivo).

All’Arena del Sole di Bologna (e in collaborazione con Aterdanza), per la prima volta in Italia dunque, il VCDT ha presentato il suo ultimo lavoro dal titolo “Dreams of Dalì”, che, com’è evidente, cerca di mettere in scena un mondo fatto di suggestioni oniriche, legato all’immaginario del pittore spagnolo ed esponente di punta del surrealismo Salvador Dalì.

Lo spettacolo prende le mosse dall’incontro (avvenuto a Londra nel 1938) fra Dalì e il padre della psicanalisi Sigmund Freud: ben lungi dall’essere un’analisi (secondo quanto dichiarato dai direttori della compagnia) di “come i sogni possano aiutarci a vivere appieno le nostre vite”, il rapporto tra i due uomini e il viaggio che Dalì, conseguentemente, compie nel proprio mondo interiore, diventano pretesto per la creazione di una serie di quadri coreografici in cui numerosi linguaggi scenici – la danza, la parola, la musica, gli effetti scenici e le tecnologie digitali – si giustappongono senza mai riuscire a integrarsi compiutamente.
Il risultato, dunque, è quello di un susseguirsi di tableaux estremamente ricchi sul piano visivo (talvolta anche in maniera eccessiva e vagamente naïf), dove le citazioni iconografiche diventano l’esile filo conduttore di un lavoro in realtà altamente dispersivo e ripetitivo, in cui l’annunciato tentativo di dar vita a un “Nuovo Rinascimento”, un atteggiamento, cioè, volto a creare spettacoli fortemente transdisciplinare (ma il teatro non è di per sé transdisciplinare?), si rovescia in un prodotto fortemente variegato in cui, potremmo dire parafrasando, rien se tient.

A contribuire al senso di sgretolamento di una scrittura scenica pericolosamente friabile, è senza dubbio l’esecuzione delle parti danzate e recitate. A una recitazione (due gli attori “parlanti” in scena, Daniele Brenna e Alessandro Marino, rispettivamente Dalì e Freud) che, facendo rigorosamente ricorso all’ausilio del microfono, appare incerta e puntellata di refusi (oltre che basata su un testo incoerente e di difficile comprensione), fa da contraltare una coreografia slabbrata e debole nelle scene di gruppo, in cui la tecnica classica sembra utilizzata quel tanto che basta per far sollevare le gambe dei danzatori sufficientemente in alto e per farli saltare con maggiore vigore. Anche in questo caso l’esecuzione, timida e titubante sul piano espressivo, risente fortemente di incertezze su quello tecnico: dai barcollamenti alle prese eseguite con fatica, dal fuori sincrono dei gruppi al vedere più volte pezzi di costumi che cadono o intralciano i ballerini. “Dettagli” che ci privano del piacere, che non è mai mero godimento estetico, della qualità.

Dreams of Dalì
coreografia: Roberta Baseggio
testi originali: Enrico Sorrentino
scene: Italo Grassi
progetto digital video: Mauro Matteucci
costumi:Carmela Lacerenza
luci: Franco Marri su progetto originale di Itai Erdal

Visto a Bologna, Arena del Sole, il 26 gennaio 2012

No Comments

  • marco ha detto:

    effettivamente uno spettacolo molto deludente!molti mezzi,sprecati!peccato,poteva essere un’occasione per respirare un po’ di coreutica visione felsinea

  • alessia ha detto:

    …che cosa s’intende, in questo caso, con l’accezione “vagamente naïf”?
    grazie

  • ... ha detto:

    Secondo me questa recensione è anche fin troppo carina nei confronti di questo lavoro. Mi sembrava di stare ad un saggio di scuola!

  • giulia taddeo ha detto:

    L’aggettivo naif non connota la qualita’ visiva dei quadri scenici, ma si riferisce alla modalita’ con la quale si e’ fatto ricorso alle diverse componenti della scena (costumi, musiche, luci, scenografia, ecc). Queste ultime mi sembra che siano state giustapposte in maniera “ingenua” (per usare un termine “delicato”), senza, cioe’, un valido progetto di base.

  • alessia ha detto:

    capito, grazie.

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