Drodesera, oltre la performance

Antonio Latella

Antonio Latella (photo: Brunella Giolivo)

Eccoci a fare un bilancio del primo fine settimana di Drodesera, un week-end di grande interesse per nomi e proposte. E forse, quest’edizione, quella con il programma di più alto profilo rispetto alla creatività nazionale: Antonio Latella, Romeo Castellucci, Motus, Ricci/Forte. E poi i giovani: Alessandro Sciarroni, Francesca Grilli, Pathosformel, Mara Cassiani, Codice Ivan, Teatro Sotterraneo…
Ce ne parlano Renzo e Mario, inviati alla Centrale Fies per la partenza del festival.

R. La Centrale resta un posto di grande fascino (certo, per aumentarlo, un investimento sul condizionamento/ventilazione degli ambienti potrebbe non essere una pessima idea…), che sta spostando il tiro oltre il cool hunting, come dice Virginia Sommadossi nel book di accompagnamento al festival, evitando comunque di cercare contenitori di senso e identitari univoci.

M. Si è discusso molto ultimamente, anche attraverso interventi su Klp, dell’identità dei festival, soprattutto per Santarcangelo. Drodesera ha secondo me una sua identità forte che si è andata consolidando nel tempo, assumendo su di sé rischi molto “suggestivi” (come nel caso di Latella quest’anno) per un teatro essenzialmente performativo, unico nel suo genere in Italia, con un azzardo anche produttivo davvero ammirevole. Si può anche non essere d’accordo su questo tipo teatro (uscendo da alcuni spettacoli tra me e me provavo quasi un po’ di nostalgia per un bell’Alfieri recitato da dieci giovani attori ben impostati), ma certamente vi è, in questo festival, uno sguardo che si nutre di un’alterità interessante.
Tra i più giovani ho visto Alessandro Sciarroni, che mi ha veramente conquistato (ma ne parleremo dopo), e Codice Ivan che invece mi ha convinto poco. Questo gruppo deve, a mio avviso, trovare ancora una sua giusta dimensione, un’identità più riconoscibile. La loro ricerca sul tema della morte, dell’aldilà, mi è parsa superficiale, senza il segno grafico preciso e originale che punteggiava alcuni dei loro lavori precedenti.


R. Iniziamo dalle visioni comuni: Teatro Sotterraneo. Devo dire che “Be Legend!”, con i due bambini a interpretare Amleto e Giovanna d’Arco, non mi è dispiaciuto affatto. Lo spettacolo racconta, come potrebbe fare un Alberto Angela qualsiasi davanti a una specie rara, la vita dei due personaggi, interpretati nella loro infanzia e pre adolescenza dai due bambini. Come sono, come diventeranno, il destino segnato e la vita reale di due bambini normali del nostro tempo, cosa mangiano a scuola, la varicella… Un entra ed esci continuo e divertente dal personaggio. Non ho solo capito se erano bambini con cui avevano fatto un percorso o se erano risorse prese in loco last minute. Le versioni che mi sono giunte sono contrastanti.

M. I bambini sono scelti ogni volta sul posto e condotti sul palco dopo un allenamento alla scena,  in questo modo lo spettacolo cambia ogni volta. E’ un progetto ambizioso, che indagherà altri personaggi, prossimamente il Che e Hitler, vera star in molti spettacoli di questi ultimi anni, e se ne intuisce la ragione. In “Be Normal”, invece, viene indagata, sempre con il metro dell’ironia, la vita di due esseri normali, un uomo e una donna alle prese con una quotidianità banalissima, ma proiettata in sogni iperbolici veramente divertenti. Anche se rimasti solo in tre rispetto ai cinque elementi originari, i nostri “sotterranei” hanno mantenuto una verve ed una identità riconoscibilissime.

 

Daimon Project di Teatro Sotterraneo

Be normal! Il Daimon Project 2013 di Teatro Sotterraneo

R. Andiamo ora allo spettacolo di Antonio Latella. Esaurire l’analisi a poche righe in questo caso non giova ad uno spettacolo complesso che fa parte di un ragionamento più ampio sulla menzogna, che l’artista sta conducendo da diverso tempo. Leggendolo in quest’ottica, il lavoro su Hitler e sulla menzogna di massa si lega, facendo da tornasole, al Don Giovanni, e probabilmente anche al prossimo Arlecchino. Certo, ragionare su Hitler non è mai agevole, e altrettanto certamente uscire da spettacoli su questo tema dicendo: “Ah, bello” sarebbe perfino un controsenso… Partendo dalla Bibbia e arrivando a Pinocchio, ricercando anche su tempi scenici non agevoli, c’è da sottolineare la grandissima prova d’attore di Francesco Manetti, l’uomo che dall’Hamlet’s Portraits in avanti ha marcato l’azione fisica dei lavori di Latella, ma che era da diversi anni assente dal palcoscenico.

M. Considero Latella il regista-autore più interessante del nostro teatro dell’oggi, capace con la stessa autorevolezza di passare dalla performance proposta a Dro alla maratona di “Via col vento”, fino all’Arlecchino che vedrà in scena tra gli altri Roberto Latini e Federica Fracassi. Mi chiedo come mai non abbia ancora la direzione di una stabilità produttiva, ma ne conosco anche la risposta. E, tornando al mio desiderio nascosto di una messa in scena alfieriana, mi ha confessato che non può escludere di accontentarmi, per dire come anche quella classicità faccia parte del suo immaginario. Lo spettacolo visto a Dro si colloca benissimo nel festival, e davvero Manetti ha offerto una grandissima prova d’attore, come pure anche il pubblico è stato ammirevole vista la calura davvero insopportabile (anch’io mi associo al tuo desiderio per l’aria condizionata), seguendo in silenzio l’ora e mezza di uno spettacolo così complesso.

R. D’altronde anche Romeo Castellucci, in un lavoro presentato per la prima volta due anni fa alla Biennale di Venezia, sul daimon che possiede e guida, nel male ma anche nel bene, come nel caso della voce di Artaud che forse non tutti avranno riconosciuto, certamente non lascia spazio al politically correct, ragionando invece a testa bassa sulla ricerca del teatro, sul rumore delle ossa sulle tavole del palcoscenico, giusto per rimanere in tema. Nello spettacolo, in un ambiente di luce rossa, una serie di attrici interpretano per alcuni minuti, scene di possessione di cui mandano quello che pare esserne la registrazione audio.

M. Ancora una volta spiazzante Romeo, che questa volta ci fa riflettere sull’essenza stessa dell’attore. Non è vero, come dice la parola, che l’attore agisce ma all’opposto egli è agito: l’attore contiene in sé una specie di demonio che lo agita sempre, per questo veniva seppellito fuori dai luoghi sacri. Nello spettacolo ogni gesto non è mai lasciato al caso, seppur nella sua apparente semplicità; nella seriale sequenza degli “Indemoniati” bellissimo è lo sguardo che ognuno di loro rivolge al pubblico dopo la possessione, e poi l’immagine del gruppo compatto che, riunito, esce dalla porta verso il pubblico.

R. Di calibro diversissimo la proposta di Motus, che, all’interno di un codice drammaturgico che pare consolidarsi in un dialogo naturale fra attore, persona e personaggio, partendo dalla tempesta shakespeariana si interroga sulla capacità della società e del teatro, nel nostro tempo, di farsi motore di rivoluzione (ovvero non di quella sequenza di piccoli cambiamenti, ma di un grande cambiamento epocale). La scena è vuota e bianca. Il paesaggio lo fanno le luci e le coperte che vengono usate per creare grotte, isole, scogli. Due cose mi hanno fatto pensare. La prima riguarda un audio con la voce di Judith Malina, in cui dice che a lei non è riuscito di fare la rivoluzione con il teatro. E se non è riuscito al Living Theatre… La seconda riguarda il ruolo del pubblico, chiamato anche qui, come in “Alexis”, a salire sul palco nel finale e a postulare un cambiamento possibile di massa. Questo cambiamento di massa, senza capire che società si vuole, e soprattutto come si vuole redistribuire la ricchezza, rischia di essere il grande equivoco di questo inizio secolo. Per fortuna, nella seconda metà, la specie umana sarà soppiantata da forme di vita androide, come dice Kurtzweil…

M. A mio avviso lo spettacolo non ha ancora raggiunto il giusto equilibrio. E’ perfetto nei venti minuti iniziali, dove l’eco scespiriano è coniugato benissimo con la metafora teatrale scelta e i significati contemporanei. Poi si dirama in troppe direzioni, anche stilistiche, che spesso si sovrappongono, ma a mio avviso data l’assoluta consapevolezza ed onestà intellettuale di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò penso che “Nella tempesta” avrà modo di ricomporsi in modo più adeguato alla sua complessità ed importanza di accenti.
Dopo “Alexis” lo spettacolo mette a fuoco una forma di teatro che, approfondendo un capolavoro del passato, parla urgentemente del presente e della funzione stessa del teatro. E torna anche Judith Malina, riverberante dallo spettacolo precedente, non per niente intitolato “Plot is the Revolution”.

R. Ho un grande rimpianto: non aver visto il nuovo lavoro di Alessandro Sciarroni, un’intelligenza secondo me dirompente, finita come un sasso in uno stagno di danzatori stanchi che, nell’ultimo decennio, hanno ricercato, secondo loro, nel rotolarsi per terra in preda a spasmi di varia natura e utilizzando quel codice ironico che in realtà non creava nessuna crisi rispetto al linguaggio, ma gigioneggiava con le crapule borghesi del nostro tempo. Sciarroni mi pare riuscire a dire cose molto più alte, anche se, come tutti i cambi di registro, è faticoso da portare all’immediata lettura del pubblico più ampio, nonostante questo lavoro, da quanto mi si dice, sia più aperto nel codice interno rispetto a “Folk-s”. Tu che ne dici?

M. E’ senz’altro il lavoro più intrigante visto finora a Dro, dove l’aspetto performativo individuato, che sembrerebbe lontano mille miglia dal teatro, diventa teatro, danza e riflessione sul concetto di tempo e di sguardo allo stato puro. Uno spettacolo dove l’occhio dello spettatore non ha mai requie. Se “Folk-s” era una performance “senz’occhi composta ad orecchio”, “I will be there when you die” si presenta come un lavoro scritto con la vista. Le clavette lanciate dai quattro giocolieri-performer volano, rimbalzano, si intersecano e si incrociano in un gioco continuo che, come  il teatro e la danza, necessitano di pratica, regola, disciplina, impegno e concentrazione. Per cinquanta minuti, attraverso una coreografia studiatissima che ammette anche l’errore, e con una musica cangiante creata da Pablo Esbert Lilienfeld che si sposa perfettamente con la drammaturgia visiva proposta, Sciarroni conduce lo spettatore in una vera e propria atmosfera di ammaliamento, dove lo sguardo si perde continuamente per poi riaffiorare più in là, preso in una nuova dimensione che rompe tutte le regole più comuni della scena.
 

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