Drodesera 40: “La nostra identità cangiante, biodiversa e mutaforma”

Barbara Boninsegna (photo: Dido Fontana)
Barbara Boninsegna (photo: Dido Fontana)

Il festival Drodesera compie 40 anni. Da 20 è uscito dalle piazze e dai cortili del piccolo paesino trentino per stabilirsi nei funzionali spazi della Centrale Fies, a pochi metri dal paese.
Tornerà dal 17 luglio all’8 agosto, ogni fine settimana, con proposte che vedranno protagonisti, fra gli altri, Chiara Bersani, Anagoor, MK, Jacopo Jenna, Collettivo Cinetico, Alessandro Sciarroni, Marco D’Agostin, Sotterraneo e molti altri.

E’ da sempre un festival bellissimo Drodesera, che seguiamo da trent’anni (dormendo perfino nel gabbiotto della guardia municipale quando eravamo giovani), un festival guidato dalla sapiente lungimiranza e dalla caparbietà di Dino Sommadossi e Barbara Boninsegna. Proprio a Barbara abbiamo chiesto di ripercorrerne brevemente la storia, raccontandoci la sua identità, la fisionomia della prossima edizione e le prospettive future.

40 anni di Drodesera, e la Centrale Fies ne compie 20. Come vi nacque la pazza idea di inventare un festival teatrale in un piccolo paese del Trentino?
Potevamo scegliere tra conoscere il mondo attraverso un percorso personale della durata di un viaggio, e portare il mondo a Dro attraverso lo sguardo polisemico e inimmaginabile di centinaia di artist*, e farlo durare una vita intera. Abbiamo scelto la seconda via, immaginando prima un festival, poi un centro internazionale di residenza, creazione e produzione delle arti performative a Dro, un piccolo paese del Trentino.

Poi siete usciti dalle piazze per posizionarvi nella, peraltro bellissima e affascinante, Centrale Elettrica, alle porte del paese, privilegiando un teatro del tutto particolare, molto più performativo.
Abbiamo sempre lavorato in un ambito molto più vicino alla ricerca che all’intrattenimento, dialogando con pratiche e artisti che avessero una stretta correlazione con il contemporaneo e allo stesso tempo col fuori formato: dalla danza in strada al teatro nelle case, dalle lecture performance di Marco Paolini sul Vajont a spettacoli capaci di cambiare forma a seconda del tipo di pubblico e di spazio abitato.
Il nostro lavoro si è sempre fatto strumento per l’arte e la ricerca in ambito teatrale e “performativo” e, se alla ricerca servivano altri pubblici, altri luoghi, altre modalità di produzione e di fruizione, ecco che con quella anche la nostra forma cambiava. Dunque non siamo mai usciti dal paese perché anche noi siamo il paese, ma siamo cresciuti assieme agli artisti e alle artiste, alle loro pratiche ed esigenze.

Centrale Fies (photo: Alessandro Sala)

Centrale Fies (photo: Alessandro Sala)

Qual è l’identità oggi del vostro festival?
Un’identità cangiante, biodiversa e mutaforma. Ma più in concreto direi che il festival è da sempre una riflessione storica collettiva contemporanea, che mette in dialogo pubblici e artisti in una dimensione che i ricercatori Liva (Università degli studi di Udine) e Ciammaichella (Iuav) definiscono essere all’interno di una “dimensione conoscitiva e ludica, nella conoscenza personale e pubblica, contribuendo ad imporsi nel territorio come polo di attrazione sociale”.

Come si qualifica rispetto agli altri festival?
All’interno di un posizionamento nazionale forse il festival è da sempre improntato non sul farsi vetrina, ma laboratorio di ricerca e studio: siamo un tassello di un’Italia ricca di esperienze fondamentali sia per i pubblici che per la crescita degli artisti.

Abbiamo detto della vostra adesione ad un teatro meno legato alla tradizione e alla parola e più alla performance e all’unione di tutte le arti. Quale è la situazione di questa tipologia di arte in un Paese come il nostro così legato alla tradizione?
Centrale Fies e il festival lavorano da sempre nell’ambito della ricerca e del contemporaneo, trovando stimolante sia l’intreccio delle discipline artistiche e con ambiti liminali come la moda, il design, l’agricoltura, il territorio, la comunicazione turistica, sia al teatro e alla danza contemporanea.
Quella che oggi è vista come tradizione – teatro civile, teatro ragazzi, teatro danza – al tempo in cui la programmavamo era ricerca che negli anni si è consolidata. Dunque il festival non è mai cambiato, è cambiato piuttosto lo sguardo di chi lo ha attraversato negli anni.

Ci sono altri Paesi più all’avanguardia a cui voi vi rivolgete?
Non c’è nessun Paese di riferimento, se invece la domanda è da intendersi con quali paesi costruiamo i progetti direi che tra i network europei di cui facciamo parte e la piattaforma Live Works, il campo di indagine e collaborazione si spinge attraverso i continenti e le culture, tentando di costruire assieme agli artisti, ai curatori e alle realtà internazionali di lavorare sempre di più in un’ottica non euro o italocentrica.

Quali nuove domande dovrebbe porre il teatro allo spettatore dopo i mesi di lockdown? Sono cambiate? O il teatro non ha l’obbligo di porre delle domande?
Nessuna domanda in più di quelle che da sempre pone; ora ci aspettiamo solo un nuovo incontro che ci è mancato come l’aria.

Come avete ripensato Drodesera XL?
La programmazione è pensata per svilupparsi in progress fino a marzo 2021, suddivisa per capitoli, alcuni già scritti, altri da riscrivere e altri ancora da immaginare. Una scrittura comune fra artist*, curator*, professionist* e spettator* che sappia accompagnarci attraverso questo tempo, intrecciandosi a una comunità in grado di immaginare il festival come qualcosa da trasformare. È a questo intreccio, a questa comunità, che ci rivolgiamo per affrontare e raggiungere il 2021.

Vi sono già delle idee per il prossimo?
Il prossimo anno sarà in continuità con gli ultimi, in un tutt’uno e in una continua corrispondenza tra curatori e curatrici, artisti e artiste e nuove pratiche, con l’aggiunta già da quest’anno di un nuovo percorso all’interno dell’arte digitale legata alla performance e al corpo onlife.

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