Eccomi alfin al Ciro In Babilonia. E’ questo di Rossini il tempio

Ciro in Babilonia (photo: rossinioperafestival.it)
Ciro in Babilonia (photo: rossinioperafestival.it)

Ciro in Babilonia (photo: rossinioperafestival.it)

Con grande e commossa partecipazione ci siamo addentrati nel Teatro Rossini, il giorno dopo aver ascoltato “Il Signor Bruschino”, ad assistere in tutt’altro climax al “Ciro in Babilonia o La caduta di Baldassarre”.
L’emozione per l’ascolto dell’opera era duplice, sia per la presenza nel ruolo di Amira di Jessica Pratt, soprano che vive ed è cresciuta artisticamente nella città dove viviamo, sia per l’ascolto di Ewa Podleś, uno dei più celebrati contralti contemporanei, in un’opera per noi sconosciuta.

Dobbiamo dire subito che le nostre aspettative sono state ben riposte, nonostante ci trovassimo davanti ad un’opera ancora immatura di Rossini.
Del resto siamo anche qui, come e più del “Don Bruschino”, agli albori della carriera del compositore, essendo l’opera addirittura precedente a quella portata in scena da Teatro Sotterraneo; si potrebbe dire che questa rappresenti il primo tentativo di opera seria di Rossini, basata per di più su un mediocre e poco omogeneo libretto di Francesco Aventi, tratto dal libro biblico di Daniele.

“Ciro in Babilonia” non fu apprezzata né dal pubblico né dal suo autore, anche se fu rappresentata spesso fino al 1827, per essere poi dimenticata e ripresa dall’Orchestra sinfonica di San Remo nel 1988, di cui resta documentazione anche in cd con un cast di tutto rispetto: Daniela Dessy, Ernesto Palacio e Caterina Calvi nella parte di Ciro, sotto la direzione di Carlo Rizzi.


Veniamo alla trama per capire meglio la vera essenza dell’opera.
Baldassarre, re degli Assiri e vincitore in Babilonia, infatuatosi di Amira, moglie di Ciro, lo sconfitto re di Persia, che è sua prigioniera insieme al figlioletto, cerca invano di conquistarla.
Ciro, aiutato da Arbace, capitano degli eserciti babilonesi (a sua volta innamorato di Argene, confidente di Amira), fintosi ambasciatore persiano per cercare di liberare la consorte,  viene riconosciuto e a sua volta imprigionato.
Baldassare, nonostante il rifiuto della donna, fa preparare le nozze, ma durante la festa scoppia un terribile tempesta e una mano scesa dal cielo imprime su un muro misteriose parole a caratteri di fuoco. Il profeta Daniele prospetta a Baldassarre una fine tremenda mentre i Magi, gli aruspici babilonesi, consigliano a Baldassarre di sacrificare agli dèi i Reali prigionieri.
Ma mentre Ciro, Amira e il piccolo Cambise stanno per essere immolati, i Babilonesi vengono sbaragliati dai Persiani e Ciro, acclamato dal popolo, viene incoronato re al suo posto.

Come si vede un miscuglio di sacro e profano, di storia e religione, che il libretto non certo serve a dovere, e dove la musica di Rossini fatica ad entrare; tuttavia, quando vi entra, si cominciano ad intravvedere le vertiginose altezze che l’arte rossiniana in questo ambito toccherà più avanti in Tancredi, Semiramide, Donna del Lago e Mosè. Ciò avviene soprattutto nelle grandi scene che vedono Ciro protagonista: quella del primo atto, quando il re – immerso nella cupa disperazione per la perdita dei cari -incita i suoi alla lotta; la scena della prigione; ed il finale primo dell’opera, quando si vede costretto a morire.
E’ qui che abbiamo potuto ascoltare dal vivo per la prima volta Ewa Podleś, il sessantenne contralto polacco, una delle grandi voci rossiniane di questi anni.
La gestione della voce non è ovviamente più quella di una volta, ma la coloratura è ancora vorticosa seppur più trattenuta, l’accento sempre appropriato al sentimento da proporre (un “Ti abbraccio e ti stringo” da brividi) ed il registro contraltile, pur con qualche sfibratura, dà ancora il senso di come dovrebbe essere l’eroe guerriero en travesti. Tanto più che siamo davanti ad una donna minuta, dal portamento non certo aitante, ma che attraverso l’autorevolezza che esprime sul palcoscenico non ci fa avere alcun dubbio d’essere davanti al re dei Persiani.
Dispiace che, come avvenne del resto per la Horne, la Podleś sia stata invitata in un ruolo d’eccezione così tardi al Rof; e bisogna ritornare appunto alla Horne e alla Valentini (seppur mezzosoprani) per poter sentire un’emozione così grande davanti ad una voce femminile rossiniana.

Ciro in Babilonia (photo: rossinioperafestival.it)

Ciro in Babilonia (photo: rossinioperafestival.it)

Nel ruolo di Amira c’è poi Jessica Pratt, ormai una certezza nel panorama belcantistico internazionale, che asseconda sempre benissimo la Podleś, e con un portamento da vera regina si esprime con grande scioltezza di accenti nelle due difficilissime arie che il compositore le affida “Vorrei veder lo sposo” e “ Deh, per me non v’affliggete”.
Adeguato, nella parte di Baldassarre, Michael Spyres che riesce a sostenere con sufficiente autorevolezza la grande scena di cui è protagonista, anche se avremmo preferito una maggiore espressività e mutevolezza di toni; infine brava e divertente Carmen Romeu nella famosa aria di Argene per una nota sola (il si bemolle centrale, l’unica “in grazia di Dio” che secondo Rossini possedeva la prima interprete del ruolo) “Chi disprezza gl’infelici”.

Will Crutchfield ha diretto nel complesso in modo convincente l’orchestra ed il coro del Teatro comunale di Bologna in una partitura per nulla praticata nei teatri italiani. Per districarsi in una storia così magniloquente e piena di riferimenti iconografici importanti bisognava dotarsi di un’idea registica e scenografica di tutto rispetto. L’idea base che ha mosso Davide Livermore per questa edizione dell’opera rossiniana è stata quella di rendere un omaggio al cinema muto, e precisamente ai kolossal di Pastrone e Griffith (ma c’è anche una citazione da Méliès).
Così, all’inizio, un pubblico in abiti anni ’20 arriva in palcoscenico per assistere alla proiezione del “Ciro in Babilonia” con tanto di didascalie sceniche, visualizzate tramite proiezioni assieme alle virtuali scenografie e nello stesso modo si mescola con i comprimari.
L’dea è divertente e serve a stemperare con ironia; i cantanti si prestano con grande convinzione, aiutati dai bellissimi costumi di Gianluca Falaschi, proponendo, in atteggiamenti ormai codificati dal cinema muto, la seriosità di una vicenda alquanto strampalata.
Tuttavia, a nostro avviso, l’operazione riesce solo a metà, risultando in alcuni momenti alquanto “pasticciata”, e il coro metà in abiti antichi e metà moderni decisamente stona in un allestimento che, ciononostante, ha avuto il coraggio di osare in modo divertente ed rendendo moderna e seducente un’opera così apparentemente lontana da noi.

CIRO IN BABILONIA
Dramma con cori di Francesco Aventi
Revisione sulle fonti coeve della Fondazione Rossini,
in collaborazione con Casa Ricordi,
a cura di: Daniele Carnini e Ilaria Narici

Direttore: Will Crutchfield
Regia: Davide Livermore
Scene e Progetto luci: Nicolas Bovey
Videodesign: D-Wok
Costumi: Gianluca Falaschi
Baldassare: Michael Spyres
Ciro: Ewa Podles
Amira: Jessica Pratt
Argene: Carmen Romeu
Zambri: Mirco Palazzi
Arbace: Robert McPherson
Daniello: Raffaele Costantini
Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna
in collaborazione con la Fondazione Teatro Comunale di Bologna
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Nuova produzione
In collaborazione con Caramoor International Music Festival e Museo Nazionale del Cinema, Torino

Visto a Pesaro, Rossini Opera Festival, il 16 agosto 2012

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