L’inatteso Molière della Comédie Française

L'École des femmes

L’École des femmes (photo: comedie-francaise.fr)

È stata una serata che ha portato grandi riflessioni quella passata alla Comédie Française il 5 gennaio scorso. Andava in scena un grande classico del teatro francese, “L’École des femmes” di Molière.
Molteplici erano le precauzioni, per non dire i pregiudizi, con cui oltrepassavamo la soglia di questo tempio sacro del teatro europeo.
Pregiudizi che per una volta sono stati disattesi, caracollati a terra con gran felicità di chi scrive, davanti alla potenza dello spettacolo. Sì perché, dobbiamo ammetterlo, quando si entra in un teatro come La Comédie Française, notoriamente e fatalmente legato al repertorio classico, lo si fa con una certa mal celata dose di preconcetto.

Ne usciamo felicemente ricreduti, dopo aver passato le ultime tre ore davanti a una macchina scenica di innegabile perfezione tecnica, di altissimo pregio attoriale e limata nei dettagli dalla grandissima regia di Jacques Lassalle, classe 1936, fra gli ultimi “mattatori” del teatro francese.

Ma non è tanto il testo l’elemento che qui ci colpisce. Sebbene, ci affrettiamo a dirlo, siamo di fronte alla più alta letteratura teatrale del barocco francese: un testo interamente in versi, concepito per essere rappresentato davanti a Luigi XIV nel 1662, scolpisce una trama limpida che si destreggia magistralmente fra la commedia e la tragedia.

È in serate come queste che ci si accorge di come le opere si trasformino in meteore scavalcando il loro autore. E ci arrivano strani pensieri che impongono una riflessione sul senso del teatro contemporaneo.
Il vero miracolo di questa messinscena è infatti il rapporto fra il testo e la possibilità della sua rappresentazione ai giorni nostri. Perché mettere in scena un Molière nel 2012? Quante volte ci saremo risposti che un’operazione simile somiglia più ad una esposizione di un museo impolverato che ad uno spettacolo di teatro del 2012? Dopotutto Artaud non è venuto per nulla. Eppure, in questo caso, niente di più sbagliato.

Tornare a un certo tipo di teatro getta lumi sulla deriva anacronistica che forse sta prendendo l’arte della scena in questi ultimi anni. Non che si stiano cantando le lodi del teatro classico, ma ci sentiamo di affermare con forza una cosa: reimmergersi in una “scuola”, in una estetica, in una filosofia del teatro così ben codificata e che risponde perfettamente a dei saperi secolari, a delle regole fisse, a un artigianato vero, fa apparire molto teatro contemporaneo come un capriccio fanciullesco ingiustificato, proprio di chi un po’ lotta contro i mulini a vento e un po’ ha trovato, fraintendendo forse proprio Artaud, dei nemici inesistenti nella tradizione, attribuendo loro ingessature e ruggini portate da un unico e, questo sì, vero nemico: il testo.
La domanda che ci poniamo è: forse che (parte) della nuova generazione di teatranti non sappia rappresentare un testo?

Sospendiamo il giudizio, testimoniando in questa sede soltanto la grande lezione ricevuta da uno spettacolo recitato in costume, ambientato nel Seicento e recitato alla lettera sul testo di Molière.

L’autore non era ancora quarantenne quando, nel 1662, mette in scena al Palais-Royal “L’École des femmes”. Per l’epoca è già un uomo in là con gli anni, come del resto nella commedia lo è il protagonista, Arnolphe, che ammette le sue quarantadue primavere, mentre la pupilla che ha allevato, Agnès, è appena diciassettenne. Questa differenza d’età autorizza Jacques Lassalle a parlare nel programma dello spettacolo di “amour monstre”.

Come negare, infatti, che anche per i nostri spiriti moderni questo soggetto ha in sé ancora qualcosa di conturbante, perfino di malsano. Con questa commedia Molière voleva riprendere alcuni temi noti e di sicuro effetto comico: il matrimonio preconfezionato, il filibustiere beffato, l’arroseur arrosé e, per servirci della formula che Beaumarchais userà per il sottotitolo del suo Barbiere di Siviglia un secolo dopo, della “precauzione inutile”.

Possiamo accordare al fondatore dell’Illustre Théâtre un’altra intenzione: quella di cercare di esorcizzare, attraverso il riso, le proprie inquietudini di marito. Egli aveva appena sposato, nello stesso 1662, Armande Béjart, ventisette anni più giovane di lui (!), e non abbiamo dubbi sul fatto che covasse in segreto la paranoia che questa unione lo avrebbe trasformato nella caricatura grottesca della pièce: un cornuto. La sua vita proverà per l’appunto che questi dubbi erano fondati…

I richiami biografici autorizzano una lettura ambivalente de “L’École des femmes”. Com’è d’altronde per quelle pièces che, da queste parti, hanno l’abitudine di chiamare “les grandes comédies”, dove l’ilarità deve ben lottare per ottenere un posticino contro la gravità e il pathos snocciolati fra un’interpretazione stanislavskiana e una scenografia di fondali dipinti.

In queste commedie (e in altre ben più comiche come “Le Bourgeois gentilhomme” o “Le Malade imaginaire”), il messaggio che passa è sempre lo stesso: un matrimonio contro natura porta un disordine (termine fisso nelle pièces di Molière), che se dovesse persistere capovolgerebbe inevitabilmente la situazione in dramma. Da qui le scelte di Jacques Lassalle per questa sua regia, dove pone volutamente l’accento sulla dimensione tragica del “caso Arnolphe”.

Thierry Hancisse, che interpreta magistralmente il ruolo, libera dal suo fisico, dalla sua presenza, dalla sua voce un’impressione di dominazione e di potenza incontestabile. Il discorso del suo personaggio, col suo amico Chrysalide al levar del sipario, è quello della determinazione e dell’autorità. La ricchezza e l’età gli permettono d’imporre la sua tirannia e di flettere la legge della morale. Progressivamente però, questa arroganza sprezzante si va decomponendo grazie alla perdita di due elementi: l’amore e la giovinezza.

Un doppio movimento opera sulla scena, secondo un balletto perfettamente riuscito: l’abbattimento del filibustiere che si spoglia successivamente dei suoi effetti (occhiali, mantello, doppiopetto, falso nome) e l’emancipazione dell’innocente Agnès, che esce dalla stupidità insopportabile delle prime scene sfidando il potere del despota. Lei si sveglia alla vita e alla responsabilità, lui perde la misura e sprofonda nel delirio. Incrocio dialettico che la scenografia di Géraldine Allier sottolinea con i due piani su cui si gioca la scena: una tela dipinta che rappresenta uno scorcio di una strada nel parigino, per la vita sociale, e una casa-torretta costruita su un’isoletta, per la follia possessiva del filibustiere.

La scenografia insulare è un’altra trovata riuscita dello spettacolo. Agnès è una sorta di prigioniera, sottratta allo sguardo degli altri e ai piaceri della vita perché non corrompa il suo animo col conoscere gli intrighi amorosi della società. Il suo carceriere ha deciso risolutamente anni addietro di tagliarla fuori dal mondo, come lo faranno Alceste, Argan, Harpagon, tutti personaggi divorati da una passione che li domina. Per raggiungere la sua giovane prigioniera il maniaco utilizza un’ingegnosa passerella mobile che è il solo a saper utilizzare.

L’altra manifestazione della follia è il travestimento. Arnolphe ama farsi chiamare Monsieur de La Souche, che evoca una sorta di volgare machismo e di potere patriarcale in quell’accezione difficile da comprendere per un italiano di iniziatore di stirpe, ceppo. Egli è in grado di simulare l’amicizia e la protezione prima di rivelare la sua natura violenta e possessiva che lo trasforma in un pericoloso predatore. La sua punizione finale sarà la caduta della maschera, accolta dall’indifferenza dagli astanti, malgrado la situazione patetica. Come Jago, Arnolphe non parlerà più fino alla chiusura, lasciando consumare la scena agli altri personaggi, puntando solo e defilato il buio delle quinte.

Anche qui le scelte registiche sono coraggiose e illuminanti: i giovani innamorati Agnès e Horace hanno l’età che il ruolo impone, e rivelano senza paura il loro candore giovanile.
Il conflitto di generazioni è presente ovunque nelle opere di Molière. Qui è riprodotto in sordina e in caricatura – il gioco degli specchi è, come il travestimento, un elemento del barocco – per due personaggi spesso giudicati secondari ma che ricevono qui un trattamento privilegiato, i domestici Georgette e Alain.

Anch’essi sono rappresentanti della gioventù e forse meglio della prima coppia, perché sono liberi da inibizioni sociali, incarnando la trasgressione. Si fanno beffa del loro padrone aggirandone gli ordini; danno man forte alla disattenzione e restituiscono alla commedia ciò che le spetta. È a loro che sono affidate l’apertura e le chiusura dello spettacolo: la loro gioia è piazzata saggiamente dalla regia in questi momenti strategici.

Una parola ancora sui costumi, davvero pregevoli, di Renato Bianchi, e sulla realizzazione sonora, dalla quale spuntano qualche Bach e Hendel che davvero non stonano con l’impianto totale.

L’École des femmes

regia: Jacques Lassalle
con:
Yves Gasc, Enrique e le Notaire
Simon Eine, Oronte
Thierry Hancisse, Arnolphe
Céline Samie, Georgette
Pierre Louis-Calixte, Alain
Gilles David, Chrysalde
Julie-Marie Parmentier, Agnès
Jérémy Lopez, Horace
scenografia: Géraldine Allier
costumi: Renato Bianchi
luci: Franck Thévenon
realizzazione sonora: Daniel Girard e Jean-Luc Ristord
assistente alla regia: Julien Bal
durata: 3h 20′
applausi del pubblico: 3′ 30”

Visto a Parigi, Salle Richelieu – Théâtre éphémère, il 5 gennaio 2012

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