Edinburgh Festival giorno 2. Mark Cassidy e Leila Ghaznavi

Alon Nashman
Alon Nashman

Alon Nashman (photo: kafkaandson.com)

Dormire fino a tardi non è contemplato, ché c’è lavoro da fare, i giorni sono pochi. Certo, svegliarsi presto in una camerata mista da otto ha anche i suoi inconvenienti: i tuoi compagni di stanza non ne vogliono sapere di alzarsi prima di pranzo – ché poi qui il concetto pranzo non è così definito -, quindi tocca fare i conti con il fatto che potenzialmente ogni tuo suono interromperà il sonno di ben sette persone. All’inizio sembra davvero un problema, dopodiché te ne fai una ragione e pensi che pagare così poco avrà anche i suoi inconvenienti. E dopotutto i compagni di stanza sembrano piuttosto indifferenti, e così il loro sonno.

Una doccia ristoratrice ti rimette a nuovo e sei pronto ad appenderti alla rete condivisa, per scrivere un po’ e rispondere alle mail. Decidi che forse è il caso di fare un salto di persona al Traverse Theatre (il teatro della nuova drammaturgia scozzese per eccellenza), per vedere di riuscire a rimediare un posto in platea a una replica di “The Author”, il nuovo spettacolo di Tim Crouch in tour dopo il debutto al Royal Court di Londra lo scorso autunno. Il gentile e scozzesissimo Duncan del press office ti rassicura che, arrivando con un’ora abbondante di anticipo domani, “aye, we can do something for ye” (sì, possiamo fare qualcosa per te”). Magari pagando 15 pound, ma di certo li varrà.

Almeno la visita ha avuto un senso e puoi proseguire il tuo programma, al quale, al primo angolo, al riparo dal vento, aggiungi l’appuntamento con Tim Crouch.
Tornando sulla collina del castello attraversi High Street e ti fermi su George IV Street per nutrirti di baked potato al formaggio e prosciutto e una scottish pie da Auld Jock’s Pie Shoppe. La razione basterà fino all’indomani.


Il Bedlam Theatre è un’ex chiesa gotica con tre piccole sale teatrali e un bar. Nel corridoio di accesso una ragazza distribuisce il programma, un foglio A4 che fronte/retro riporta l’intera cronologia della vita di Kafka, con particolare attenzione agli avvenimenti che riguardano la sua famiglia.
Lo spettacolo “Kafka and Son” è prodotto da Theaturtle e Threshold Theatre, adattato da “Lettera al padre” e diretto da Mark Cassidy. In scena un abile Alon Nashman che, con uno strano accento da non capire se sia inflesso naturalmente o faccia parte del personaggio, dà voce al timido Franz e al dispotico, quasi demoniaco padre Hermann. L’istanza del testo è quella dell’autore che scrive una lettera al padre, per rispondere a una domanda: se abbia o no paura di lui e perché. A fare compagnia in scena a Nashman soltanto quattro gabbie di vari formati, che saranno usate come oggetti di scena in vari momenti dell’azione. Potente la musica per quartetto d’archi, creata appositamente da Osvaldo Golijov.
La prova di Nashman convince, tiene sveglio anche a un orario (le 14,30) che per un italiano che ha appena mangiato cibo scozzese non è proprio di grande aiuto per l’attenzione. Tuttavia si tratta di un testo troppo, troppo parlato, una scelta che, se entra in consonanza con la verbosità ossessiva di testi kafkiani come “Il processo” (dove non c’è divisione in capoversi) o “Il castello”, finisce invece per stonare con il carattere di “eloquente silenzio” che dovrebbero avere certi stadi del tormento vissuto dal grande praghese.

Lasci poi alle spalle il Bedlam e te ne torni dalle parti del “miglio reale”, giù fino all’ostello, dove prendi un tè in compagnia dei tuoi disordinatissimi appunti. Ti concedi anche un giro fino all’amato Celtic Craft Centre, la sartoria di kilt per eccellenza, a dare un’occhiata ai prezzi dei “fine tartan kilt”. Niente da fare, cifre come quelle non entrano nemmeno nella targhetta. Se comprerai un secondo kilt sarà di quelli economici.
In strada il vento ti sorprende per l’ennesima volta. Freddo, trasversale, incontrollato. Scendi High Street fino a Canongate, ti fermi per un paio di birre e ancora qualche nota su Kafka, poi entri al Venue 13 per vedere “Silken Veils”, della compagnia CalArts Festival Theatre.
La storia di un’americana di origini iraniane che ripercorre le vicende della rivoluzione nell’ormai lontano 1978 ti trova un po’ distante. Nel racconto, i genitori di lei sono impersonati ora da marionette, ora da ombre. Tuttavia l’animazione delle marionette è piuttosto sommaria e le ombre non vengono sfruttate a dovere. La cosa irrita un po’, soprattutto perché, se si prova ad aggrapparsi alla storia, si presentano solo gli appigli della retorica e del buonismo. No, non fa per te. Meno male che al festival si applaude solo una volta.
Ti sembrava di avere un altro spettacolo, ma l’ufficio stampa sembra essersi dimenticato di infilare il biglietto di “Wednesday” di Ian Atterton nella busta. Resti senza risorse. La soluzione: una cena al ristorante indiano accanto all’ostello e un’altra birra in giro. Domani ti limiterai, ma non stasera.
Il Pearhouse Garden è troppo pieno, così infili l’adiacente The Blind Poet, dove un duo di folk music ti accompagna fino al momento in cui cominciano a chiudertisi gli occhi sulla tastiera. È tempo di tornare. Domani ti attende la fila al Traverse. E devi ancora fare i conti con la camerata d’ostello nel buio pesto. Secondo giorno assolto.

KAFKA AND SON
ispirato a Lettera al Padre di Franz Kafka
adattato da Mark Cassidy e Alon Nashman
produzione: Theaturtle, Threshold Theater
regia: Mark Cassidy
con: Alon Nashman

SILKEN VEILS
costruito e diretto da CalArts Festival Theatre
di Leila Ghaznavi
con: Leila Ghaznavi, Cady Zuckermann, Warren St. George II, Chase Woolner,
musica: Houman Pourmehdi, Ahmed Nikpay
designer: Zach Moore
luci: Susanna Battin

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