Edinburgh Festival giorno 3: Tim Crouch e il suo The Author

The Author
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The Author (photo: newsfromnowhere.net)

Ormai te la cavi bene a uscire dalla stanza al buio senza svegliare quasi nessuno. Hai un paio d’ore di tempo, prima di metterti in marcia per il Traverse Theatre. Fai una piccola sosta agli uffici del festival dove ridai indietro uno dei biglietti che avevi acquistato perché lo rivendano e ti diano, a fine festival, un assegno che già sai che non avrai modo di cambiare. Tanto valeva regalarlo, allora. E va bene. Tuttavia scopri che puoi risparmiare tutta la strada che hai fatto ieri, perché a Cambridge Street si arriva anche scendendo direttamente da dietro il castello.
Una bella passeggiata sotto la parete aspra e scura della rocca, in compagnia di un vento che è solo del Nord, ti conduce al Traverse, dove prendono nome e cognome e ti mettono in fila. Davanti, altre due persone. Ti sembra ricordare che Duncan del press office avesse dato per quasi-certi tre “ticket returns”, cioè prenotazioni che sarebbero decadute, trasformandosi in posti disponibili. Ma già non ne sei più così sicuro, poteva aver detto due. Hai tre quarti d’ora di tempo prima che facciano l’appello e decidi di spenderli nel bar al piano di sotto, con una bella tazza di caffè e il tuo portatile aperto sul tavolo.

Quando, suonata la campanella, l’addetto comincia a scandire i nomi della lista, qualcuno da dietro scherza sulla suspense che si sta creando. Che sia parte dello spettacolo? Non ci sarebbe da stupirsi, trattandosi di Tim Crouch. Chiamano Makey, chiamano Dunbar. Tremi. Chiamano “Lohggato”. Riesci così ad accaparrarti l’ultimo biglietto sotto lo sguardo storto di chi è arrivato due minuti dopo di te, e pensi che se il vento non ti avesse spinto giù per Johnston Terrace non avresti avuto speranze di vedere “The Author”, in definitiva uno dei migliori spettacoli che hai visto qui in questi giorni, e altrove in altri giorni.
Qualche ora dopo ti limiterai a contattare Tim Crouch su Facebook promettendogli che gli invierai il pezzo tradotto in inglese. Bando alle ruffianerie, certe cose vanno fatte, ché vedi mai si apra un dialogo.

Dopo un’ora e quaranta di parole senza pietà sull’abuso dei minori, la dannazione dell’uomo, il nostro vivere affogando fino al collo in una violenza senza pari, esci dal Traverse Theatre quasi zoppicando ma contento d’essere sopravvissuto a uno spettacolo così duro, così crudele, così vero, che ha sconfitto molti spettatori, costringendoli ad abbandonare la sala prima del tempo con una mano davanti alla bocca e gli occhi gonfi di pianto.
Ti incammini facendo all’inverso la strada che t’ha portato lì, stavolta in salita, stavolta senza nessuna musica nelle orecchie, soltanto il vento e ancora le voci degli attori. E il freddo dentro.


La prossima tappa è “Hamlet, the end of a childhood” di Thomas Marceul. L’operazione di Marceul è interessante. Immaginare un bambino con una fervida fantasia che, chiuso nella sua stanzetta perché non vuole incontrare il “nuovo padre”, si mette a giocare all’Amleto, mettendo in scena la tragedia con qualsiasi oggetto gli capiti sotto mano. Allora re Claudio e Gertrude sono facce stilizzate su due cuscini, Orazio un orsacchiotto di peluche, Laerte un guanto di velluto, Ofelia un ventaglio, i commedianti un mazzo di burattini con il loro teatrino di legno, Rosencrantz e Guildenstern due miniature di Legolas e Aragorn del Signore degli Anelli. A scandire i nodi della storia, la voce della madre che – da fuori della porta – prega il bambino di presentarsi finalmente al nuovo padre, di accettare di incontrarlo.
La performance conserva un ottimo ritmo; l’idea, per quanto semplice, ha un cuore sincero e c’è molta passione nella messinscena. Di certo impossibile da soffocare la sensazione che si potesse fare qualcosa di più – e tagliare qualche passaggio drammaturgico – per ravvivare e rinfrescare un po’ il tutto. È interessante il titolo, che vede nella vicenda la parabola della fine di un’infanzia, come se per Amleto stesso l’intero tragico susseguirsi degli eventi rappresentasse il passaggio all’età adulta, in cui qualcosa, necessariamente, muore. Vista in questo senso, è la vitalità, la fantasia (per Shakespeare la ragione) ad abbandonarlo, la capacità di immaginare, di dar vita alle cose. L’assassinio del padre (in questa versione il padre muore di morte naturale) rappresenta il punto di non ritorno, lo scalino salito il quale ad attendere Amleto ci sarà solo la discesa verso un’amara età adulta, che non riuscirà a sopportare. Questo “Hamlet” lascia un finale aperto: al termine della carneficina finale, in cui guanti, cuscini, ventagli e peluche si annientano l’un l’altro, il bambino resta solo, in un silenzio che era mancato a lungo. La mamma non chiama più, quello precedente era un ultimatum (“è l’ultima volta che ti chiamo”). Ancora silenzio. Il bambino, impaurito, spalanca per la prima volta la porta della stanza, buio. Non puoi fare a meno di vedere un risvolto torbido di questa vicenda, qualcosa che include le stesse violenze trattate con estrema pietas da Tim Crouch qualche ora prima. E allora tutto prende un sapore amaro, come sabbia sporca.

Ti siedi per un caffè e qualcosa di dolce. Dopo questo dittico di sventure ne hai bisogno. Le righe che scrivi sono scure. E il tempo che ora si mette al brutto non aiuta. A salvare la tua anima dall’aridità, stasera ci penserà uno degli show più emozionanti di sempre, “The Gospel at Colonus”. Di nuovo sulle scene dopo il debutto di trent’anni fa, hai modo di assistere a questo originalissimo adattamento dell’”Edipo a Colono” di Sofocle. L’intera vicenda è riletta in chiave religiosa, come un lungo sermone, con tanto di cori gospel originali. E della miglior fattura. Parliamo di The Blind Boys of Alabama, The Legendary Soul Stirrers, The Steeles, The Inspirational Voices of Abyssinian Baptist Church, praticamente l’olimpo del gospel contemporaneo, ensemble che vantano oltre 70 anni di storia.
Dopo essere riuscito, con incredibile facilità, a rivendere il biglietto di galleria che avevi comprato per assicurarti una poltrona, in una Edinburgh Playhouse gremita, prendi fieramente posto al centro della platea, quello assegnatoti dal press office. Di lì a poco il coro, The Inspirational Voices of Abyssinian Baptist Church di New York City fanno il loro ingresso dalla platea, stringendo mani e dispensando sorrisi a trentaquattro denti, fra “thank you for coming” e “enjoy” vari. L’unica persona non-nera sul palco è il pianista Bob Telson, anche compositore delle musiche. Musiche che più nere non si può. E la cosa ti piace, ti mette di buon umore. Il coro incontra i musicisti e i solisti sul palco ed è tutto un darsi grandi abbracci e baci sulle guance. Entra il reverendo Dr. Earl F. Miller e la platea gonfia un’ovazione, mentre lui prende posto sul pulpito. Comincia a spiegare che oggi (curioso che sia domenica) vuole parlare di Edipo, della sua sorte, della sua sventura, dei suoi peccati, di come sia tornato nelle braccia del Signore grazie a un atto d’amore. Il reverendo fa una pausa a ogni frase, dando così modo al resto del crew di infilarci qualche “yeah!”, “love”, “tell us” e agitare mani e fazzoletti. Il tutto con sorrisi bianchissimi che non si spengono mai. Capisci subito che anche tu non smetterai di sorridere. Era capitato, negli Stati Uniti, di assistere a una messa gospel. E qui non è diverso. C’è una partecipazione totale. In più gonfiata dalla coreografia di un evento spettacolare. Edipo è interpretato dal quartetto The Blind Boys of Alabama, Jimmy Carter (fondatore nel lontano 1939) in testa. L’improvvisazione è parte della tradizione degli spiritual e allora i solisti si lasciano prendere la mano in duetti e duelli all’ultima ottava, finendo per far salire dalla platea Carolyn Johnson-White per un ultimo canto di speranza, e concludere poi il tutto con una tradizionale benedizione del reverendo.

Uscito da lì non hai che da tornare a casa. A questo punto anche una birra e un panino sembrerebbero peccato. Ti corichi nel più totale buio e silenzio, in testa la melodia di “Lift me up” e il sorriso sulle labbra. La tua anima è salva.

THE AUTHOR
di Tim Crouch
produzione: news from nowhere e The Royal Court Theatre, London
con: Tim Crouch, Chris Goode, Vic Llewellyn, Esther Smith
regia: Karl James & a smith
luci: Matt Drury
musica e suoni: Ben Ringham & Max Ringham

HAMLET, THE END OF A CHILDHOOD
da William Shakespeare
di e con Thomas Marceul
produzione: Naxos Theatre e Les Tréteaux de la Pleine Lune

THE GOSPEL AT COLONUS
da Edipo a Colono di Sofocle
adattamento e regia: Lee Breuer
musiche: Bob Telson
con: The Blind Boys of Alabama, The Legendary Soul Stirrers, The Steeles, The Inspirational Voices of Abyssinian Baptist Church, Jeff Bolding, Rev Dr. Earl F. Miller, Jay Caldwell, Kevin Davis, Carolyn Johnson-White, Bernardine Mitchell, Josie Johnson, Bob Telson, Butch Heyward, Leroy Clouden,
scene:Alison Yerxa
video: Adam Larsen
luci: Jason Boyd
suono: Ron Lorman
produzione: Dovetail Productions

 

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