Einstein fuori dal tempo. L’opera di Wilson e Glass non è invecchiata

Einstein on the beach

Photo: Lucie Jansch – pomegranatearts.com

Dopo il debutto al Festival d’Avignone più di trent’anni fa (era il 25 luglio del 1976), Robert Wilson e Philip Glass decidono di riproporre in una tournée mondiale “Einstein on the beach”, l’opera simbolo del teatro contemporaneo. Presentata 36 anni dopo in prima mondiale a Montpellier dal 16 al 18 marzo scorsi, è arrivata in Italia ospitata dal Teatro Valli di Reggio Emilia.

La ripresa è frutto di una coproduzione internazionale (Change Perfoming Arts e Pomegranate Arts) che vede a sostegno dell’iniziativa: BAM, The Barbican di Londra, la Cal Perfomances University of California, (Berkeley); Luminatio, Toronto Festival of Arts and Creativity; De Nederlandse Opera/The Amsterdam Music Theatre; Opéra et Orchestre National de Montpellier Languedoc-Rousillon e la University Musical Society of The Michigan. Ci è parso doveroso elencarle tutte per sottolineare la possibilità, unica, che questa collaborazione ha permesso: un nuovo e fedele allestimento, un cast giovane ed eccelso, un incanto che torna in scena. 

Le uniche due date italiane regalano così al pubblico la grande occasione di poter vedere dal vivo un’opera entrata ormai nell’immaginario, a cui sembrerebbe difficile approcciare, per struttura e per durata (4 ore e 45 minuti) ma che invece riesce a catturare lo spettatore nel suo gioco ritmico.
Una collaborazione fortunata e geniale, quella tra Wilson e Glass, nata nel 1974, che non manca di soddisfare ancora oggi le aspettative. Tutta l’opera è un viaggio nel tempo e un lavoro sul tempo.

Quello che fa di “Einstein on the Beach” uno spettacolo in cui il nome di Einstein non è citato in modo pretestuoso, come era avvenuto per “Life and times of Joseph Stalin” e “Life and Times of Sigmund Freud”, è l’indagine che Wilson fa del tempo attraverso lo spazio, e viceversa. I richiami ad Albert Einstein come scienziato e come uomo sono continui: esercizi di memoria e rinvii all’infanzia attraverso il giroscopio, giocattolo caro ad Einstein, che viene calato in scena, i fotogrammi del suo volto proiettati, il violinista dalle sembianze dello scienziato e i suoi tratti e atteggiamenti che ricorrono in tutti gli attori, a richiamare alla mente note immagini del padre della relatività, quali, ad esempio, l’uomo di spalle che scrive su una lavagna immaginaria, o il coro che lo ricalca ironicamente con una linguaccia.


“Einstein on the Beach” si compone di linguaggi indipendenti e profondamente strutturati che si sviluppano e manifestano attraverso lo svolgimento dell’opera. Quel che avviene sulla scena non è legato da un discorso di tipo letterario, ma da un insieme di relazioni spazio/temporali: la struttura stessa diventa soggetto.
La durata dello spettacolo è alla base della creazione dello stesso, un tempo da riempire con musica, immagini, azioni, che stabiliscono dei punti di riferimento grazie ai quali orientarsi lungo questo percorso temporale.
Tre sono i ritmi che ne scandiscono la durata: la semifissità di alcune immagini, la dilatazione dei gesti, e l’ordinato dinamismo delle scene di ballo corali, ottimamente eseguita dalla compagnia di Lucinda Childs, coreografa dell’opera e performer nella prima edizione.
La durata dell’azione è l’unico tempo presente nello spettacolo, ed è svincolato da nessi esterni o interni all’opera stessa. I quadri, sviluppati su tre temi visivi (train, trial, field/spaceship) si succedono l’uno indipendentemente dall’altro e si stagliano in un universo che si ritaglia nel tempo di vita dello spettatore; essi non posseggono una relazione temporale interna, né uno sviluppo consequenziale tradizionale.

Einstein on the beach

Photo: Lucie Jansch – pomegranatearts.com

Il ridotto numero di azioni compiute dagli attori accentua la sensazione di un tempo rarefatto, che si dilata attraverso la lentezza con cui queste vengono compiute o restano fissate. Spesso sulla scena gli attori si muovono a diverse velocità, ponendo lo spettatore nella condizione di dover discernere i diversi centri d’azione, o non azione, percependone le differenti cadenze, che si relazionano alla musica in modo ritmico o a-ritmico, creando una serie di tempi spezzati che si ricompattano nell’insieme attraverso la ricostruzione personale del quadro da parte dello spettatore, che fa – in questo modo – del tempo teatrale il suo tempo, aderendovi mentalmente e fisicamente, passando dallo stadio contemplativo, alla noia, al rapimento.

Il tempo di Wilson è il tempo del sogno, e quello di Einstein è il tempo che si relaziona allo spazio e su di esso si ripiega, così come la musica di Glass, che si ripete ossessiva e, ossessivamente, ritorna su se stessa, così come su stessi tornano i monologhi, ripetuti per un tempo del quale quasi si perde la percezione, dove la parola diventa puro suono astraendo il significato, come in un mantra.

Il materiale musicale di maggiore rilevanza appare nei ‘kneeplays’ (intermezzi posti all’inizio di ogni atto) e nella parte del violino solista che, posto tra il palcoscenico e l’orchestra, assume un ruolo drammaturgico, anche grazie al fatto che il violinista acquista le sembianze di Albert Einstein per mezzo del trucco. I ‘kneeplays’ raccolgono in essi molti dei temi musicali esposti di volta in volta, creando così un tessuto connettivo tra i diversi atti, esercitando continui rimandi nella memoria uditiva dello spettatore.

La musica ossessiva e onnipresente dunque, eseguita da pochi orchestrali della Philip Glass Ensemble, è uno degli aspetti dominanti dell’opera, che la rendendono non più solo teatro di immagini ma teatro del suono,  inglobando ogni cosa nelle serie di note, suonate e declamate in solfeggio, e nelle strutture ritmiche esposte in sequenze di numeri. Una menzione speciale ai coristi, impeccabili al punto da non sembrare umani, che fanno delle loro voci uno strumento che, nell’armonia dello spettacolo, diviene fondamentale.

Einstein on the beach

Photo: Lucie Jansch – pomegranatearts.com

Arnold Aronson, a proposito del debutto dell’opera nel ’76, scrive: “Einstein fu una pietra miliare nello spettacolo dal vivo e nell’opera. I puristi probabilmente diranno che non è un’opera, perché non è del tutto strutturata allo stesso modo, grazie all’introduzione della musica di Philip Glass, e all’aggiunta di un tipo di cantanti allo spettacolo, il suo lavoro fu finalmente quello che lui aveva chiamato da sempre: fu un’opera, uno spettacolo su grande scala. […] La combinazione del lavoro di Wilson con Philip Glass stabilì un nuovo tipo di opera”.
Beh’, possiamo affermare che 36 anni dopo, con 36 anni di sperimentazioni di mezzo, “Einstein on the Beach” rimane un nuovo tipo di opera, unico nel suo genere, che resta originale e dirompente proprio perché è rimasta identica e, in quanto opera sul tempo senza tempo, sempre attuale. Nella sua complessità si presenta al pubblico come un colosso del teatro che riesce però a dare ad ognuno quel senso di intimità e riflessione che contraddistinguono gli spettacoli wilsoniani. Oggi come ieri.
Uno spettacolo corale che riflette l’assoluta individualità di ogni azione nell’equilibrio, maniacale, del tutto.

Wilson e Glass regalano al pubblico cinque ore in cui perdersi per poter poi ritornare; nella poetica dell’opera è stato concesso al pubblico di uscire e rientrare in sala a piacimento, non creando così intervalli nello svolgimento dello spettacolo, perché – lo ricordiamo – il tempo di Wilson è naturale, quello che serve al sole per tramontare, a una nuvola per cambiare, al giorno per spuntare.
È già sera al termine dell’ultima replica pomeridiana a Reggio Emilia, ed “Einstein” dà appuntamento al suo pubblico per la prossima tappa europea, al Barbican Theatre di Londra dal 4 al 6 maggio, per poi ripartire alla volta di Toronto, in un tournée che, fino al 2013, non mancherà di incantare ancora.

Einstein on the Beach
Opera in quattro atti
di Robert Wilson e Philip Glass
coreografie: Lucinda Childs
con: Helga Davis, Kate Moran, Antoine Silverman
autori del testo: Christopher Knowles/Samuel M. Johnson/Lucinda Childs
con: The Lucinda Childs Dance Company
musiche eseguite da: The Philip Glass Ensemble
diretto da Michael Riesman
musica/parole: Philip Glass
regia / scene e light design: Robert Wilson
durata: 4h 45’
applausi del pubblico: 7’ (in piedi)

Visto a Reggio Emilia, Teatro Valli, il 25 marzo 2012
 

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