El Año de Ricardo: l’anatomia del potere da Shakespeare al Messico di oggi

María Aura e Juan Velázquez (photo: Benjamín González)
María Aura e Juan Velázquez (photo: Benjamín González)

María Aura e Juan Velázquez (photo: Benjamín González)

Al Mercado La Cruz stanno sistemando i pezzi di un maiale. Osservo con attenzione come li tagliano, in particolare le zampe e la testa.

Quell’esattezza nei confronti della carne da macello crea il cortocircuito che porta la memoria a correre veloce verso i due capitoli che più hanno sconvolto il pubblico messicano presente a uno spettacolo sorprendente, avvistato e vissuto qui a Querétaro, nello spazio innovativo de La Fabrica, direttore artistico Alonso Barrera, anche regista de “El Año de Ricardo”: un’opera che proprio non avremmo immaginato in questi altopiani centrali messicani.

Ricardo abusa di bambine prigioniere di guerra. Ricardo uccide quei bambini: eccoli i titoli di questi due capitoli. 
Ricardo è il deforme “Riccardo III” di William Shakespeare, quello che – volontà di rivalsa mostruosa – annunciava “l’arrivo dell’inverno del nostro scontento” e prometteva “il mio regno per un cavallo”. 

L’anno narrato di questo abominio prende i suoi passi dall’opera di Angélica Liddell, la regista/drammaturga/attrice catalana – originaria di Figueras, città che ha dato i natali a quel folle genio di Dalì -, che ha vinto nel 2013 il Leone d’Argento alla Biennale Teatro di Venezia. Autrice anarchica, audace, trasgressiva, con il suo teatro ha colpito anche Barrera, in Spagna per formarsi come regista e drammaturgo: “Ho conosciuto il lavoro di Angélica Liddell nel 2007 – ci ha raccontato lo stesso Barrera – proprio con la sua messa in scena de “El Año de Ricardo” nel Centro Dramático Nacional, a Madrid. Mi sembrò un testo poderoso, che sfida lo spettatore ad approfondire la relazione tra il potere pubblico e il mondo privato di chi ci governa”.

E prosegue: “Due anni fa, nella cornice del ritorno del PRI e l’ascesa al potere di Peña Nieto, ho parlato a María Aura della possibilità di portare in scena il testo. Abbiamo intuito allora che sarebbero arrivate cose difficili per il México, ma mai avremmo immaginato il momento critico che stiamo vivendo ora. È stato un processo pieno di domande, di assoluto compromesso tra la scena e il panorama politico del nostro Paese”.

Il PRI è il Partito Rivoluzionario Istituzionale, che è tornato a dominare lo scenario politico messicano dopo 12 anni di governo del PAN, il Partito di Azione Nazionale, che ha avuto come ultimo presidente quel Calderón che iniziò la guerra ai Narcos. Questi per ripicca risposero facendo avvampare il massacro, una guerra che nei suoi sei anni di mandato ha ufficialmente mietuto 55.000 morti. E di che morte: mutilati, bruciati, umiliati…

María Aura (photo: Benjamín González)

María Aura (photo: Benjamín González)

María Aura è, oltre alla moglie di Barrera, l’attrice che interpreta con impietosa bravura Ricardo. I cinefili forse se la ricorderanno in quel capolavoro che è “Y tú mamá también”, il film che ha fatto conoscere al grande pubblico l’attoreGael García Bernal e il regista Alfonso Cuarón, entrambi messicani. 

Ma non faceva solo cinema?, le chiediamo…
“Faccio teatro da quando sono bambina – ci ha invece risposto – e ho “abbordato” altri generi come il cinema e la televisione. Con Alonso Barrera è la mia terza opera. L’opera precedente fatta insieme è “HamletProject”, basata su “HamletMachine” di Heiner Müller. È stato anche quello un montaggio estremo, però questo supera quell’esperienza”.

Entrati nella sala de La Fabrica, una musica ipnotica ci avvolge, andando in loop. Sul palco spoglio a sinistra domina la scena un piccolo cavallo a dondolo di legno, che sarà uno dei pochi oggetti scenici. 
Davanti a noi una parete/schermo su cui è proiettato lo stemma di Riccardo III. C’è scritto “Loyaulté me lie”: la lealtà mi vincola.

Fanno il loro ingresso Catesby e Ricardo, in quest’ora e 30 minuti divisa in capitoli folli, tragicomici, dolorosi, irriverenti. Dove tutto è toccato, sporcato, ferito. Ricardo è un fiume in piena di parole, il corpo un tutt’uno con il testo: elegante, come può essere una figura dell’avanspettacolo anni Trenta, un divo del cinema muto, cerone bianco sul viso, occhi, sopracciglia, bocca e baffetti disegnati e ben marcati, i capelli rossicci raccolti in una capigliatura composta, i gesti esasperati in una mimica feroce. 

Catesby (il bravissimo Juan Velázquez) non parla, è il suo maggiordomo, il suo unico amico, per Ricardo solo perché gli è stata tagliata la lingua, perché ha paura di lui. Totalmente calvo, avvolto da un completo perfetto, il trucco netto, bianco, i tratti neri che ne acuiscono la maschera grottesca, gli ritagliano uno spazio senza tempo in questo duetto esatto, in questo dialogo a due. 
Si muovono all’unisono, con un’azione-reazione che va al di là della coreografia, del semplice movimento di scena: paiono essere un corpo unico, in questa macchina delle torture della meschinità e della debolezza umana.

Il momento difficile che sta vivendo in questi mesi il Messico e cui fa riferimento Barrera, in seguito al malcontento generato per la (mala) gestione Nieto, per la criminalità che macchia alcuni tra gli stati più belli del México (Michoacán, Guerrero, Sinaloa, Chihuahua), è esploso per la scomparsa dei 43 normalisti “i 43 di Ayotzinapa“, i futuri giovani maestri, nello stato di Guerrero. 
L’orrore ha colpito tutto il mondo, ferendo il popolo messicano e dilaniando le famiglie di quei ragazzi che hanno avuto la sola colpa di protestare contro la moglie del sindaco di Iguala, concussi entrambi con la mala locale. Sono scomparsi? Sono stati uccisi barbaramente, dilaniati, bruciati? Le famiglie sono convinte che siano ancora in vita, ed esigono il loro ritorno.

Il México è avvampato, con proteste in ogni suo lato. Le dimissioni di Peña Nieto per questa violenza criminale che incrocia il potere della politica è stata richiesta sia dall’Onu che dai manifestanti. Questi ultimi hanno ora aggiunto come motivazione anche la vicenda della Casa Blanca, una proprietà regalata alla signora e al signor presidente, e mai dichiarata.

Il mondo della cultura, del teatro, del cinema, della stessa moda si è unito al coro di proteste. Circola nelle sale un film, “La dictatura perfecta” di Luis Estrada, una satira che si avvicina paurosamente alla realtà, capace di superare molto spesso la finzione: l’uso dei media, della televisione per rimuovere le notizie scomode e veicolare la “verità”, ad uso e consumo del poteruncolo di turno. Protagonista Damián Alcazár, attore noto forse anche in Italia per “El Infierno”, sempre di Estrada. 

Lo stesso Alcazár era tra gli spettatori a La Fabrica per “El Año de Ricardo”, facendo parte di un pubblico toccato nel profondo da quest’opera: “Ci sono stati quelli che volevano uscire dalla sala – ci ha dichiarato ancora Barrera – perché tutto quello che dice Ricardo percuote, molesta, indigna, e quelli che sono usciti colpiti perché connettono il mostro scenico con i mostri della realtà, quelli che ci governano”.

Che ne scrivono i giornali di un lavoro che potrebbe esser visto come scomodo? “Abbiamo avuto una buona risposta dalla stampa messicana, ma lo spettacolo ha generato un interesse particolare in quella internazionale, che rimane l’occhio esterno”.

Nel lavoro che ha compiuto, Barrera ha infatti attualizzato il testo della Liddell, rendendolo specchio di un Paese, il México, ma mantenendo comunque l’universalità dell’opera, capace di percuotere chi vi assiste, ad ogni possibile latitudine e longitudine si trovi: “L’adattamento ha obbedito prima di tutto alla necessità di rendere possibile l’opera che volevamo mostrare in un’altra estetica e con uno sviluppo drammatico che ci aiutasse a racchiudere il messaggio che volevamo trasmettere allo spettatore”.

Prima di entrare in sala, nel foyer, il pubblico si confronta con le foto in bianconero dei 43 di Ayotzinapa, con la possibilità di entrare in contatto con le loro famiglie. “Attraverso Amnesty Internacional della Città di Querétaro – continua Barrera – abbiamo potuto offrire al pubblico la possibilità di scrivere loro un messaggio di sostegno e raccogliere firme per esigere che possano tornare nelle loro case vivi. Per lo stesso motivo, anche l’ultima replica la faremo a loro beneficio: c’è un numero di conto bancario attraverso cui possiamo contribuire tutti”.

María Aura e Juan Velázquez (photo: Izaak Ferro)

María Aura e Juan Velázquez (photo: Izaak Ferro)

Le due repliche eccezionali di questo fine settimana rispondono così al grande interesse scaturito dall’opera. “Penso che l’arte – ci ha confidato María Aura – non solo può, ma deve anche contribuire alla costruzione di un mondo migliore. In questo momento tragico che vive il nostro Paese, avere l’opportunità di mostrare con tanta efficacia gli orrori dell’umanità, ci fa sentire che stiamo facendo qualcosa di importante”. E aggiunge: “Ho potuto esplorare un aspetto di me, molto distante dalla mia realtà. La sessualità gioca un ruolo molto importante nella psicologia di Ricardo, e credo di poter concepire quest’uomo terribile come una specie di essere castrato: sotto quest’aspetto ho potuto affrontare non solo la mascolinità, ma anche la profonda solitudine.”

Su un lettino, con un pupazzo-bambina manipolato, Ricardo confessa la sua libido malata, la sua ansia di rivalsa e sopruso, la visione del mondo corrotta dal suo essere deforme, dall’aver subito l’arroganza e la vigliaccheria dell’essere umano, forse proprio di coloro in cui aveva riposto fiducia e speranza.

Tra immagini dei potenti della terra sbeffeggiati, e quelle della violenza della guerra, compare Catesby, un sacco di plastica trasparente in testa, di quelli usati per nascondere la propria vigliacca identità, ma che ricordano anche quelli utilizzati dalle dittature per torturare e soffocare i propri prigionieri. 
C’è un bambino-pupazzo su quel letto. Mentre nella penombra Catesby continua a sparargli a morte, l’immagine dei 43 di Ayotzinapa compare, rimanendo fissa a lungo sullo schermo.

Immagino di ricomporre quei pezzi di maiale, qui al Mercado La Cruz. Mi sorprendo nel ritrovare alla fine di quest’operazione folle non la dignità di un animale, ma solo quella perduta di un uomo.

El Año de Ricardo
dal testo omonimo di Angélica Liddell
regia ed adattamento del testo: Alonso Barrera
con: María Aura e Juan Velázquez

durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 2′ 30″

Visto a Querétaro (México), La Fábrica, il 30 novembre 2014

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