El Cimmarón di Henze. Il suono si fa dramma

Hans Werner Henze

Hans Werner Henze

La biografia del compositore tedesco Hans Werner Henze è divisa in due parti: gli anni tedeschi, dalla nascita agli anni Cinquanta, e quelli italiani, trascorsi a Ischia, Napoli e Marino, alle porte di Roma, fino alla morte, avvenuta in tarda età nel 2012.
L’angolo di questa rottura è sovrapponibile metaforicamente alla rottura con Darmstadt, l’inimicizia della cui Scuola nei suoi confronti è quasi leggendaria: chi lo accusò, come raccontava nelle interviste, di produrre pagine mancanti del necessario «caos», chi, più mediterraneo, frantumava al solo sentir nominare «Henze», preziose porcellane.

E all’analisi dei musicologi, questa duplice appartenenza da un lato rigorista e ordinatrice, teutonica, e dall’altro classicamente comunicativa, italiana – se è lecito sbrigare così una pratica tutt’altro che semplificabile – è il segno della sua ricerca compositiva, mai contenta di applicare formule date, fossero esse tradizionali o anti-tradizionali né sazia di frammischiarle con le recenti conquiste della musica jazz o popolare.

Affinando però lo sguardo su questa linea bipartita, vediamo due altri momenti che ne esulano, e che sono state le residenze “altre” di Henze. Nel 2005 la più misteriosa: l’insorgere di una malattia di cui ancor oggi poco si sa, che lo sprofondò per alcuni mesi lontano, in un coma che sembrava un preludio alla morte, e che invece si sciolse, ridestando il già ottantenne in un’attonita scena di commiato, a cui il compagno di una vita si andava accingendo, e che si ribalterà nell’emozionante “Elogium Musicum” a lui da Henze dedicato una volta ribaltatasi, ma questa volta senza ripensamenti, la situazione.

L’altro momento esule è tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta, in cui il marxista Henze risiedette a Cuba, curioso e poi deluso dalla rivoluzione di Fidel e dalle conseguenze politiche a più lunga gittata – delusione che non lo tratterrà dal comporre un brano in morte di Che Guevara.
In questi anni si colloca la composizione di “El Cimmarón”, «recital per quattro musicisti» su testo di Enzensberger, messa ora in scena in una data unica a Firenze da Murmuris Teatro, sul palco del delizioso Teatro Cantiere Florida da un ensemble guidato dal chitarrista Luigi Attademo.

Parlare di spettacolo nel senso in cui siamo abituati su queste pagine è, onestamente, improprio, per questo Cimmarón. Uno schiavo africano deportato a Cuba riesce a fuggire la catena, si rifugia sui monti e tra le foreste, finché non si unisce alla rivoluzione antispagnola e assiste alla lenta presa di possesso americana dell’isola, concludendo: «A chi me lo chiedesse risponderei: erano meglio gli spagnoli», con l’ingenuità analitica di un incolto. La morte lo raggiungerà prima della seconda rivoluzione anticapitalistica.

Il testo di Enzensberger, diviso in quindici capitoletti, rifugge una oggettività brechtiana per abbracciare un più patetico sentimentalismo, e ritrae, prendendo a prestito anche alcuni elementi di realismo magico, la parabola di un uomo in fondo incapace di inserire le proprie peripezie e quelle del suo popolo in un’analisi scientifica o razionale.

Gli elementi di scena e i costumi sono scarsissimi: tre postazioni per il baritono (centro, destra, sinistra), e un completo di lino con panama per lo stesso, poco giustificabili questi ultimi, considerato che la storia dello schiavo è narrata in prima persona, e una simile mise si addirebbe piuttosto a un colonizzatore che a un colonizzato.
La gran parte del palco è occupata da un nutrito gruppo di percussioni, una ventina almeno, “agite” dagli altri tre musicisti che, come operai intenti a delicate e puntuali operazioni ora su una manopola, ora su un pedale, ora su un rubinetto, dosano le quantità sonore, i timbri. Oltre alle percussioni riempiono la partitura due chitarre suonate a turno, anche con arco e dalla diversa accordatura, tre registri di flauto e uno scacciapensieri.
Non è questa la sede per un’analisi della partitura, che necessiterebbe dell’accurata lettura di un musicologo. Dal punto di vista spettacolare, al di là di alcune immagini proiettate sul fondo, alla cui assenza nessuno avrebbe mosso rimprovero, e che anzi tendono a banalizzare il racconto traducendolo in immagini che impoveriscono la suggestione della musica, e dei suddetti scene e costume, il vero elemento spettacolare è intrinseco nella musica, ed è pieno di un fascino talvolta difficile, spesso suadente e a momenti ipnotico.

La spettacolarità è dunque tutta interna: al cantante, in cui una espressività diremmo “di necessità”, richiesta dalle ardue impostazioni di esecuzione si mescola un po’ ambiguamente l’intenzione espressiva di personaggio. Al cantante è richiesta tutta la gamma immaginabile di emissioni, praticamente in tutti i registri umani, e per mezzo di ogni possibile tecnica di fonazione immaginabile, dal canto al parlato al fischio, mimetica, organica, materica, gutturale, labiale, accompagnata persino dalla percussione di ulteriori strumenti.
Maurizio Leoni padroneggia con estrema signorilità e precisione la parte, e la fusione dell’elemento vocale con quello strumentale ha del miracoloso. Non gli mancano nemmeno le doti di più calma espressività che rinchiudono la sua prestazione nell’alveo del semplice canto, poetico, quasi un’aria d’opera in alcuni numeri, quelli più immediatamente fruibili, dolcissimi.

Ed è questo carattere intrinseco della vitalità drammaturgica a fare lo spettacolo, insieme all’inaspettata partitura motoria dei musicisti dietro la grande macchina dell’insieme strumentale, la qualità dei gesti di percussione, sfioramento, strofinamento, pizzico, schiaffo della materia, e la loro distribuzione spaziale.
Meglio allora sarebbe forse stato puntare tutto sulla splendida esecuzione, raccogliendo il testo, in inglese, con sovratitoli marginali e di servizio, lasciando più coraggiosamente spazio all’immaginazione dello spettatore. Un’opera così molteplice, pur filtrata di alcuni atteggiamenti che oggi paiono superati, riesce autonomamente a elevarla e a riempirla.

EL CIMMARÓN
di Hans Werner Henze

con:
Luigi Attademo chitarra
Maurizio Ben Omar percussioni
Maurizio Leoni voce
Luciano Tristaino flauto

regia: Laura Croce
progetto video: Francesco Migliorini
con il contributo della Ernst von Siemens Musikstiftung
produzione: Murmuris

durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 3’

Visto a Firenze, Teatro Cantiere Florida, il 15 gennaio 2015

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