Elea Teatro: “Vogliamo portare ai ragazzi la magia dell’incanto”

Elea Teatro

Dopo avervi dato quasi in diretta i risultati di In-box Verde dedicato al teatro ragazzi, cerchiamo ora di approfondire la conoscenza con la compagnia vincitrice, Elea Teatro, che a Milano, all’interno della cooperativa Industria Scenica che gestisce l’Everest – Spazio alla cultura di Vimodrone, crea spettacoli non solo dedicati ai ragazzi. Elea Teatro ha vinto la manifestazione ideata a Siena da Straligut con lo spettacolo “Che forma hanno le nuvole”.

Raccontateci un po’ della vostra compagnia: quando è nata? E perché si chiama Elea?
Elea Teatro è un’avventura nata 12 anni fa tra i banchi del corso di laurea Stars (ora Dams) dell’Università Cattolica di Brescia. C’era chi stava finendo gli esami, chi si stava per laureare e chi si era già laureato, e intanto ci formavamo teatralmente, ognuno con un suo percorso, seguendo corsi, stage e tutto quello che riuscivamo per arricchire la nostra formazione non accademica.
Due maestri su tutti, che ci hanno accomunati, sono stati Silvio Castiglioni e Bano Ferrari.
A un certo punto abbiamo sentito l’urgenza di fare teatro insieme, di darci una forma. Così è nata l’associazione Elea. Sul nome Elea ancora ridiamo quando ne parliamo. È nato dal fatto che avevamo i minuti contati per inviare i dati al commercialista e firmare lo statuto, ma non riuscivamo in nessun modo a metterci d’accordo su un nome che piacesse a tutti. A un certo punto Francesco, pratico come sempre, ha detto: “Basta, la chiamiamo L.E.A. – Libera Espressione Artistica”. E Serena: “È orribile, almeno facciamo E.L.E.A – Espressione Libera E Artistica”. E così è rimasta, trasformandosi con gli anni in Elea Teatro e perdendo l’acronimo. Solo poco dopo abbiamo notato il collegamento con l’omonima città della Magna Grecia Elea-Velia, dove è nata la scuola filosofica di Parmenide e Zenone, facendoci sentire un po’ più altisonanti.

Da chi è composta? Come si situa in Industria Scenica?
Degli otto soci fondatori, nel tempo qualcuno ha preso altre strade. Hanno portato avanti la compagnia Serena Facchini, Ermanno Nardi e Francesco Angelo Ogliari. Per quattro anni abbiamo lavorato insieme su temi legati all’identità, al contemporaneo, all’inadeguatezza. Sono nati spettacoli come “Pout Pourri”, “Cosmedy”, “Adoro il Fucsia”.
Nel 2012 Francesco decide di trasferirsi all’estero e Serena ed Ermanno fondano a Milano, con Francesca, Isnaba, Andrea e Gian Battista, la cooperativa Industria Scenica, che si occupa di drammaturgia di comunità e gestisce l’Everest – Spazio alla cultura di Vimodrone. Elea Teatro è la compagnia interna di Industria Scenica.

Perché avete scelto proprio il teatro ragazzi?
Ci siamo avvicinati al teatro ragazzi nel 2014 con lo spettacolo “WEBulli”, dedicato al tema del cyberbullismo. Ci siamo tornati lo scorso anno con “Che forma hanno le nuvole?”, ma non ci sentiamo una compagnia che si occupa esclusivamente di teatro ragazzi. In entrambi i casi ci ha mosso un’urgenza che è maturata nell’incontro con i bambini e i ragazzi che abbiamo incontrato nei nostri laboratori. Forse il prossimo spettacolo potrà rivolgersi ad altre età.

Quali caratteristiche deve avere per voi uno spettacolo rivolto ai ragazzi?
Crediamo sia fondamentale che uno spettacolo rivolto ai ragazzi possa portare al pubblico la magia dell’incanto, che sia un viaggio nella bellezza. Queste cose sono necessarie, al di là dei temi legati alla didattica. Avvicinare alla bellezza, alla delicatezza, allo stupore.
Crediamo sia fondamentale che lo spettacolo parli a loro veramente, ai ragazzi, ai bambini. Con un linguaggio che li tocchi, che arrivi ad aprire una piccola porta per raccontare un mondo.
Per noi l’esperienza di “WEBulli” è stata rivelatrice. Molti elementi dello spettacolo, come le musiche o alcuni video, sono nati proprio dall’incontro con i ragazzi di alcune classi delle scuole medie. In entrambi gli spettacoli ci siamo trovati a mettere in scena personaggi con età molto diverse dalle nostre, e questo era strano, prima di tutto per il pubblico, perché non avevamo 15 o 8 anni. Così abbiamo cercato dei modi per stringere dei “patti” non detti con il pubblico: “Siamo attori, siamo più grandi di voi e sappiamo che si vede, ma per questo tempo magico dello spettacolo permetteteci di essere qualcun altro”. In “WEBulli” è molto evidente, in “Che forma hanno le nuvole?” è stato più difficile, speriamo di esserci riusciti, è un lavoro costante.

Raccontateci qualcosa dei vostri precedenti spettacoli.
Dal 2014 portiamo lo spettacolo “WEBulli” ai ragazzi delle scuole medie e superiori. Tocca il tema dell’online, i rischi, i fenomeni di cyberbullismo e sexting, ma anche il tema della responsabilità, della fiducia, del rapporto con gli amici, con gli adulti. A fine spettacolo facciamo sempre una chiacchierata con i ragazzi che hanno assistito, e in questi momenti si apre un mondo, è incredibile. Sentire le loro domande, le storie che vogliono condividere con tutti oppure che ci confidano venendo sotto il palco.
L’altro spettacolo che stiamo distribuendo è “Pout Pourri – Fisicofollia a partire da Marinetti”. È il primissimo spettacolo di Elea del 2008, lo abbiamo rimesso in scena nel 2018 in una forma nuova, per festeggiare i dieci anni della compagnia. Si ispira alle storiche serate futuriste, un gran varietà. Prende le mosse dai temi del Futurismo ma completamente rivisti nel contemporaneo. È divertente, irriverente. Non è nato come teatro ragazzi, ma come spettacolo dedicato agli adulti. Tuttavia abbiamo fatto un esperimento molto riuscito. Abbiamo iniziato a proporlo per i ragazzi delle quinte superiori, seguito dall’intervento di una storica dell’arte che lo ha contestualizzato con i movimenti di avanguardia storica di inizio ‘900. È stato molto bello l’incontro con i ragazzi. Poi tutto si è fermato per l’emergenza Covid, ma vorremmo continuare in questa direzione.

Da che urgenza è nato “Che forma hanno le nuvole”?
Dopo l’esperienza (tosta) di “WEBulli” nel mondo del bullismo online e dopo “Pout Pourri”, abbiamo sentito l’urgenza di creare qualcosa di magico, che fosse magico anche per noi. Abbiamo incontrato questa storia e ne siamo rimasti incantati. Volevamo raccontarla in teatro, farla nostra. Parlare dell’importanza dell’immaginazione e della fantasia, soprattutto in un momento storico sempre più mediato da tablet, youtuber, contenuti digitali.
Nella riscrittura la storia si è incrociata con l’immaginario delle nuvole che ha poi contaminato tutto, dai testi alla scenografia, ai video.
Per noi è stata una sfida grandissima, è stata la prima volta che ci siamo rivolti ai bambini di questa età.
Nello stesso tempo desideravamo creare qualcosa che fosse magico e bello anche per gli adulti, qualcosa li riportasse alla magia dell’immaginazione, che li facesse dimenticare per un attimo di essere lì per qualcosa di dedicato ai bambini. Per questo, nel costruire lo spettacolo, abbiamo organizzato alcuni appuntamenti a cui abbiamo invitato famiglie, bimbi, adulti, insegnanti. Abbiamo mostrato il lavoro e ascoltato cosa funzionava e cosa no, cosa arrivava e cosa no. Lo spettacolo è cambiato tantissimo, molte scene le abbiamo eliminate o riscritte o modificate. Sono stati momenti fondamentali e preziosissimi.

Quali difficoltà avete trovato nel farvi riconoscere nel mondo del teatro ragazzi italiano?
Abbiamo avuto la percezione che sia difficile entrare in un ambito come questo quando non si ha uno storico e dei precedenti. Forse anche per il fatto che non ci riconosciamo esclusivamente come una compagnia di teatro ragazzi. Ci siamo scontrati anche con la difficoltà di creare qualcosa che parli ad un pubblico che si affaccia al teatro con occhi completamente nuovi, che necessita il giusto linguaggio, molta cura e attenzione. Queste difficoltà però le abbiamo vissute anche come delle opportunità, come una sfida a preparare al meglio il nostro lavoro, continuare a cesellare ogni singolo dettaglio, a ragionare su nuove modalità di linguaggio e sperimentazione.

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