L’amore nero di Elena Cantarone

Elena Cantarone (photo: caffeletterario.org)

Elena Cantarone (photo: caffeletterario.org)

La presenza minuta ma potente di Elena Cantarone cattura l’attenzione, anche quella dell’avventore casuale. Quello che entra, metti un mercoledì sera, al Caffè Letterario di Lecce. E la concentrazione è così tanto una consuetudine del mestiere d’attrice, che non teme i rumori di fuori. Un esterno reale e vivente, che è propriamente quello di un non-teatro.

La cornice è decisa con cura da Nasca Teatri di Terra che, con “Quante storie in … giro”, estende l’ormai consolidata filosofia del locale leccese (“… quante storie per un caffè…”) al di là dei confini cittadini, in tutto il territorio salentino e oltre.
L’idea è quella di lanciare una sfida al potenziale utente teatrale, ammonendolo (… quante storie per uno spettacolo …) e con ciò esortandolo ad uscire di casa, verso l’incontro con l’altro.

L’iniziativa è coerente con un impegno al quale Ippolito Chiarello, qui direttore artistico, tiene molto: richiamare il pubblico verso il teatro e ristabilire con esso l’antico rapporto di co-costruzione dell’evento performativo, ancora meglio se lontano da quel “certo sacrale” entro cui per tradizione esso avviene. E il contributo della pièce per voce sola “Marini Vera fu Gaetano” intercetta pienamente l’intenzione.

La narrazione è quella che attiva l’immaginazione, anche tra i rumori di un bar, e il regista interiore di chi osserva viene animato dall’intenso monologo dell’attrice pugliese, nota per alcuni camei cinematografici, per l’attività radiofonica e poetica, e per questo testo giudicato “fulminante” da Concita De Gregorio.

Lei è Vera, una donna del sud, un sud dell’anima che vìola e offende. La vicenda di Vera non è quella di un noir qualunque: è il copione ingenuo e disarmante di una mente affaticata da violenze e solitudini, eppure ironico e surreale, quasi concepito nel ventre di un immaginario almodovariano adattato ad esigenze private.

L’infantilità del modo e lo sgrammatico semi-dialettale, che quasi si fa poesia, ne definiscono l’unicità dinanzi ad un invisibile commissario di polizia il quale, attonito, registra fatti e generalità: è un omicidio d’amore il cui movente nasce lontano, da quella prima volta con don Antonio, il ‘parrino’ di paese, che le diede la prima creatura. E cresce (tanto aveva cominciato a piacerle di esercitare quel nuovo potere di femmina), dopo il primo allontanamento da quella prima comunità dei buoni, con la seconda volta e la seconda creatura, capitata con uno fra i tanti. E, ancora, produce candida ferocia ed occhi vacui attraverso il tempo devastante dell’isolamento, interrotto unicamente da quelle intime e devote chiacchierate con Santa Rita, amica invisibile nella folla nemica.

Il punto di non ritorno è il momento in cui Vera decide che basta, la ricerca è compiuta. Accade così che, quando bussa alla sua porta, sia lui, quel Gesù Cristo di un Franz, un emigrato italo-svizzero imbarcato sulle navi, la sua ultima volta. Finalmente la rispettabilità, finalmente un padre per le creature.
Incredibilmente convince il preludio al finale nero-romantico, allorché diviene talmente naturale, e quasi ovvio che, quando lui minaccia di andarsene, lei decida per entrambi di farlo addormentare nella vasca da bagno, di stringere forte le mani intorno al collo e, piano piano, un pezzetto alla volta, con santa pazienza, di metterlo da parte nei barattoli della marmellata.

“…e così, sotto quella pioggia di petali, è stato come se avevamo celebrato le nostre nozze…”.

MARINI VERA FU GAETANO
di e con Elena Cantarone
regia di Mauro Marino
durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 55″

Visto a Lecce, Caffè Letterario, il 18 gennaio 2012

 

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