Elisabetta regina d’Inghilterra. E Livermore strizza l’occhio a The Crown

Karine Deshayes in Elisabetta regina d’Inghilterra al ROF (photo: Studio Amati/Bacciardi)
Karine Deshayes in Elisabetta regina d’Inghilterra al ROF (photo: Studio Amati/Bacciardi)

Parafrasando il personaggio di Arsace in “Semiramide”, finalmente abbiamo potuto dire: “Eccoci alfine in Pesaro”.
Dopo un lungo periodo di lontananza dovuto alla pandemia, eccoci in questa estate 2021 di nuovo al Rossini Opera Festival, per assistere ad un ‘opera del nostro beneamato Gioachino, opera che tra l’altro non avevamo mai visto: “Elisabetta regina d’Inghilterra”, una nuova co-produzione del festival pesarese con la Fondazione Teatro Massimo di Palermo.

“Elisabetta regina d’Inghilterra” è un’opera in due atti, su libretto di Giovanni Schmidt, che segnò l’inizio della collaborazione artistica tra il compositore e Isabella Colbran, primadonna del San Carlo di Napoli, sua futura consorte (ma nell’opera cantarono anche altre due star dell’epoca come Andrea Nozzari e Manuel García).
L’opera è tratta dal dramma “Il paggio di Leicester” del 1813 di Carlo Federici, che a sua volta lo riprese dal romanzo inglese, di ispirazione gotica, “The Recess” di Sophia Lee, datato 1785. Debuttò al teatro napoletano il 4 ottobre 1815.

La struttura drammaturgica e musicale di questo melodramma è già per alcuni versi anticipatrice anche, ma non solo, della futura temperie romantica, sia perché si regge sugli amori contrastati tra i vari personaggi (anche se l’antagonista, un vero e proprio novello Iago, non è un baritono, come accade quasi sempre, ma ancora un tenore), ma anche e soprattutto per ulteriori fattori squisitamente musicali, come la sostituzione del “recitativo secco” a favore di un più congruo e specifico accompagnamento orchestrale, che si incastra in modo omogeneo con le arie e i momenti d’insieme, dove tutti i personaggi esprimono compiutamente i loro sentimenti.
Ricordiamo, tra l’altro, che Rossini aveva già debuttato con l’opera seria con “Ciro in Babilonia” e “Aureliano in Palmira” ma soprattutto con “Tancredi”, quest’ultimo uno dei suoi indiscussi capolavori.

L’opera, da noi vista nel grande spazio della Vitrifrigo Arena, curiosamente (ma il nostro compositore, spesso giocosamente pigro e sornione, lo ha fatto spesso) ha la stessa Sinfonia del “Barbiere di Siviglia”, licenziata un anno dopo.
Al centro del plot vi è Elisabetta, regina d’Inghilterra che smania per Leicester, il suo favorito, vincitore dell’odiato nemico scozzese. A lui si oppone il nobile Norfolc, invidioso del successo del rivale che, fingendo di essergli amico, ne riceve le confidenze, rivelando subito dopo a Elisabetta, per ripicca, che l’amato è segretamente sposato con Matilde, figlia di Maria Stuarda, la grande nemica della sovrana, giunta alla corte insieme al fratello dopo essersi infiltrata tra i nobili scozzesi per poter seguire il marito.
Elisabetta allora, per verificare la vera essenza dell’amore dell’uomo, gli offre la corona e la sua mano. Ma la titubanza dell’amato e gli evidenti spasimi gelosi di Matilde, confermano i sospetti della regina, che smaschera i due fratelli, accusa di tradimento Leicester e ordina l’arresto dei tre. Ma Elisabetta è presa dai rimorsi, e decide così di risparmiare la vita ai prigionieri se Matilde accetterà di divorziare da Leicester.
Norfolc, di cui la regina non si fida, frattanto ordisce un nuovo tranello: approfittando del malumore popolare, causato dall’ingiusta condanna a morte inflitta al favorito della regina, decide di guidare una rivolta popolare per liberare Leicester, offrendogli di esserne il capo, e avendo già in mente di ucciderlo.
Nel concitato finale, che si svolge nella prigione dove è rinchiuso, Leicester non cade nel tranello, offrendo la sua immutata fedeltà ad Elisabetta, ivi sopraggiunta. Norfolc, vistosi perduto, si appresta allora a uccidere la regina, ma viene fermato in tempo da Matilde ed Enrico. La Regina allora condanna a morte il traditore e, riabilitando il favorito, decide di lasciarlo con l’amata moglie per concedersi interamente alla politica.

Come detto “Elisabetta regina d’Inghilterra” segna un’ulteriore tappa nella maturità artistica di Rossini, una maturità che si esprime già compiutamente in grandi e complesse scene di insieme, che giungono dopo una variegata modulazione di eventi che la musica propone in modo compiuto.
Non siamo certo di fronte a un capolavoro ma ad un’opera di passaggio che darà i suoi frutti più compiuti poco più tardi con “La donna del lago”, del 1819, dove tutte le suggestioni preromantiche saranno evidentissime, e “Semiramide”, del 1823, che conclude la carriera italiana del maestro, il quale poi si trasferirà prima a Londra e dopo, definitivamente, a Parigi.

Esemplificazione del talento rossiniano già maturo è il finale del primo atto quando, tra lo sbigottimento di tutti, Elisabetta chiede a Leicester di sposarlo: “…Eccoti eroe magnanimo… qual colpo inaspettato …traditori sian divelti l’un l’altro dal seno…”, o il duetto Elisabetta /Matilde del secondo: “Non bastan quelle lacrime… vorrei stemprarti in lacrime…”, per non parlare del finale: “Fellon, la pena avrai”, dove intervengono tutti i personaggi (Elisabetta, Norfolc, Leicester, Guglielmo, Matilde ed Enrico) in relazione anche con il Coro, e in cui tutti gli accadimenti della prigione sono risolti brillantemente dal pesarese, in un intercalarsi di emozioni diversissime tra loro.

Davide Livermore, la cui poetica registica conosciamo già per gli ottimi allestimenti in stile cinematografico del “Ciro in Babilonia” e “Turco in Italia”, trasporta l’opera a metà del secolo scorso, alludendo – attraverso delle bellissime proiezioni – alla fine della seconda guerra mondiale, e riverberando anche il cinema attraverso evidenti riferimenti alla serie televisiva “The Crown”, dove il personaggio di Elisabetta, sia nella postura che negli atteggiamenti e nei costumi, si ispira chiaramente all’attuale regnante inglese.
Il regista torinese, ora direttore artistico dello Stabile genovese, anche qui usa i suoi consueti fermo immagine e controluce, valendosi anche di accorgimenti contemporanei come l’utilizzo del telefono.

Molto belle le proiezioni di D-Wok che si integrano efficacemente con gli avvenimenti narrati, ricostruendo tutti gli ambienti realizzati dallo scenografo Giò Forma e con le luci di Nicola Bovey, talvolta troppo invadenti nel sottolineare le varie emozioni di ogni situazione. Come di consueto molto belli i costumi di Gianluca Falaschi.

Venendo alla parte vocale, dobbiamo riconoscere che, per un’opera di tal genere, ci sarebbero voluti quattro interpreti di grande rilevanza che però qui solo in parte ci hanno soddisfatto.
Karine Deshayes tiene bene la parte di Elisabetta, che esprime compiutamente nell’ultima aria “fuggi amor da questo seno”, ma gli acuti sono spesso stridenti; meglio forse Salomé Jicia, che nel complesso si esprime efficacemente nella parte di Matilde.
Sergey Romanvsky, come Leicester, pian piano risulta più convincente nel canto, anche se non sempre esprime il physique du role come amato e amatore.
Ci è parso invece in difficoltà nel ruolo di Norfolc il veterano Barry Banks, che deve reggere da solo anche una grande scena in relazione al coro (“Qui soffermiamo il piè… Deh troncate i ceppi suoi… di grande difficoltà”) che addirittura decide di terminare in proscenio…
Bene Marta Pluda e Valentino Buzza, nelle parti secondarie di Enrico e Guglielmo, e il coro del Teatro Ventidio Basso coordinato da Giovanni Farina.
Soddisfacente la direzione di Evelino Pidò alla guida dell’eccellente Orchesta sinfonica della RAI, che sottolinea in modo congruo i diversi colori emozionali presenti in quest’opera così particolare.

Elisabetta regina d’Inghilterra
Dramma in due atti di Giovanni Schmidt
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi
a cura di Vincenzo Borghetti

Direttore EVELINO PIDÒ
Regia DAVIDE LIVERMORE
Scene GIÒ FORMA
Costumi GIANLUCA FALASCHI
Videodesign D-WOK
Luci NICOLAS BOVEY

con:
Elisabetta KARINE DESHAYES
Leicester SERGEY ROMANOVSKY
Matilde SALOME JICIA
Enrico MARTA PLUDA
Norfolc BARRY BANKS
Guglielmo VALENTINO BUZZA

CORO DEL TEATRO VENTIDIO BASSO
Maestro del Coro GIOVANNI FARINA
ORCHESTRA SINFONICA NAZIONALE DELLA RAI

Nuova coproduzione con la Fondazione Teatro Massimo di Palermo

durata: 2h 55′

Visto a Pesaro, Vitrifrigo Arena, il 21 agosto 2021

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