Elvira. La passione teatrale da Jouvet a Strehler e Servillo

Elvira (photo: Fabio Esposito)
Elvira (photo: Fabio Esposito)

Il reale si mescola al teatro e le due parti coincidono senza più distinguersi.
Dopo il successo di Goldoni ed Eduardo questa volta Toni Servillo decide di guardare Oltralpe: vuole omaggiare Louis Jouvet, ben consapevole dell’impresa che lo aspetta. Fu Strehler infatti, insieme a Giulia Lazzarini, a portare in scena “Elvira” al Piccolo di Milano quasi trent’anni fa, con l’aggiunta del sottotitolo “O la passione teatrale”, conquistando letteralmente il pubblico.
Il ritorno al Piccolo e il confronto, insomma, non è da poco.

E’ una sfida che merita la giusta collocazione nel tempo e nello spazio. Per questo l'”Elvira” servilliana viene allestita al Piccolo Teatro Grassi, più intimo dello Strehler e meno architettonicamente moderno dello Studio.
In quello spazio lo spettatore può davvero concedersi il privilegio di un voyeurismo dichiarato, frontale e spudorato, protetto perfino dalle maschere, che prima dell’inizio si aggirano attente pregando tutti di spegnere il cellulare per evitare di “sporcare” il buio intenso della platea.

La sensazione è da subito quella di spiare dal buco della serratura. In scena quasi niente: una pedana rialzata, qualche sedia bianca che si staglia sul nero dominante e le prime file della sala leggermente rialzate, perché molto, quasi tutto, si gioca lì e deve essere visto anche dal fondo.


Quello a cui si assiste è la messa in scena, con estrema semplicità, di sette lezioni svoltesi tra febbraio e settembre 1940 al Conservatoire National d’Art Dramatique di una Parigi occupata dai nazisti. Sette incontri di teatro durante i quali Louis Jouvet si sofferma con Claudia, allieva del terzo anno, su un’unica scena del “Don Giovanni” di Molière: l’addio di donna Elvira al suo amante.

Gli incontri vennero stenografati da Charlotte Delbo su precisa richiesta del regista, e portati in scena per la prima volta da Brigitte Jaques nell’86. Uno spettacolo semplice, che porta però alla ribalta una complessità enorme. Non è infatti il solito gioco del teatro che parla di sé ma una gigantografia del lavoro teatrale che, da sempre, coincide con l’analisi totale di chi quel mestiere lo fa, tutti i giorni.
Non c’è neppure un testo, se non le parole reali che Jouvet pronunciò durante le prove; non c’è una scenografia definita, non c’è paradossalmente lo spettacolo come siamo abituati a conoscerlo. Ciò che Servillo vuol fare buttando via tutto è un levare per ricostruire dal reale.

Resta così una verità toccabile nel feeling quasi morboso che lega il regista-attore ai suoi giovani allievi, soprattutto alla sua Elvira (Petra Valentini che, insieme a Davide Cirri e Francesco Marino, incarna il futuro nella trasmissione del sapere fra generazioni). C’è un movimento continuo, un passeggiare nervoso tra palco, proscenio e platea alla ricerca delle parole giuste, del modo adeguato per trasmettere all’attrice il superamento di una tecnica sterile e noiosa per arrivare alla meraviglia del sentimento. Una sorta di monologo, interrotto solo a tratti dallo spaesamento generale che, talvolta, scivola volutamente nel comico.

Il Servillo attore (qui anche regista) ci continua a sorprendere. E’ sul palco che trova il suo luogo deputato, è lì che assistiamo alla vera “grande bellezza” di uno dei più grandi artisti del nostro tempo. Se all’inizio l’artificio della parola fa fatica ad amalgamarsi con la verità del non-spettacolo a cui assistiamo, dopo pochi minuti svanisce il problema e capiamo, senza più dubbi, di non essere davanti a degli attori che stanno recitando un testo, cosa che invece succede, ma di fronte ad un gruppo di artisti intenti a preparare uno spettacolo sotto la guida di un maestro che diventa anche punto di riferimento, di vita.
Dopo il grande dramma della trasmissione del sapere affrontato, di recente, da Anagoor con “Socrate il sopravvissuto“, “Elvira” ci propone una nuova riflessione sulla maieutica, seppur molto differente.

“Jouvet formula a proposito dell’attore la famosa distinzione comédien/acteur – sottolinea Servillo – “il comédien è per così dire il mandatario del personaggio, mentre l’acteur delega se stesso personalmente. Il comédien esiste grazie allo sforzo, alla disciplina interiore, a una  regola di vita dei suoi pensieri, del suo corpo. Il suo lavoro si basa su una modestia particolare, un annullarsi di cui l’acteur non ha bisogno”. Trovo il complesso delle riflessioni di Jouvet particolarmente valido oggi per significare soprattutto ai giovani la nobiltà del mestiere di recitare, che rischia di essere svilito in questi tempi confusi”.

La regia viene ridotta al minimo, così come i passaggi di luce o i cambiamenti; tutto è lasciato nelle mani dell’attore. Perfino la guerra rimane fuori dal teatro, solo alla fine che ce ne ricordiamo, quando il rumore della folla inneggiante irrompe in sala; ma ormai è troppo tardi, le prove sono finite. Resta quel sottotitolo strehleriano, “o la passione teatrale”, che mai come stavolta può definirsi calzante.

A Milano fino al 18 dicembre.

Elvira (Elvire Jouvet 40)
di Brigitte Jaques © Gallimard
da Molière e la commedia classica di Louis Jouvet
traduzione Giuseppe Montesano
regia Toni Servillo
costumi Ortensia De Francesco, luci Pasquale Mari
suono Daghi Rondanini, aiuto regia Costanza Boccardi
con Toni Servillo, Petra Valentini, Francesco Marino, Davide Cirri
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatri Uniti

durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 4′ 56”

Visto a Milano, Piccolo Teatro Grassi, il 3 novembre 2016
Prima assoluta

stars-4.5

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