Emanuele Aldrovandi: in quarantena meglio spegnere il teatro

Emanuele Aldrovandi
Emanuele Aldrovandi

Oggi per il nostro percorso di voci di approfondimento sul tempo molto particolare che stiamo vivendo è la volta del drammaturgo Emanuele Aldrovandi, autore di spicco nel panorama teatrale italiano contemporaneo. I suoi testi hanno vinto numerosi premi e sono stati messi in scena dai più importanti teatri italiani.
Di lui ricordiamo, tra gli altri “Felicità”, Premio Nazionale di Teatro Luigi Pirandello, “Homicide House”, Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli, “Il generale”, Premio Fersen, “Allarmi!”, “Scusate se non siamo morti in mare”, finalista al Premio Tondelli, il monologo “Isabel Green” interpretato da Maria Pilar Perez Aspa e diretto da Serena Sinigaglia, “Robert e Patti”, diretto da Francesco Frongia con protagonisti Ida Marinelli e Angelo Di Genio, “Nessuna pietà per l’arbitro”, una sua versione  scenica di “Tamburi nella notte” di Brecht e il testo originale per il teatro ragazzi “Amici per la pelle”.

Come stai passando il tuo tempo sospeso?
Scrivo. Leggo. Guardo film. Telefono. Cerco di capire quando recuperare le date degli spettacoli saltati. Faccio progetti per il futuro. Gioco a scacchi online. Sto con mia moglie e mi godo mia figlia appena nata.

Tre cose che stai facendo e che consiglieresti di fare?
Ho visto la foto di uno striscione spagnolo con scritto “La romantizacion de la cuarentena es privilegio de clase”. Stare bene, avere una casa, avere dei soldi per comprarsi da mangiare e non avere parenti o amici per cui soffrire non è affatto scontato e bisogna ripeterselo tutte le mattine.
Se hai questa grande fortuna, la quarantena può essere come “La stanza dello spirito e del tempo” di Dragonball. Un luogo in cui allenarsi senza preoccuparsi di quanto tempo ci si mette. E ognuno può allenare gli aspetti che vuole. Io ad esempio, oltre ovviamente a scrivere, sto diventando fortissimo a scacchi. Se volete sfidarmi su chess.com il mio nickname è caligola85.

Tre libri, tre film, tre musiche che suggeriresti per questo tempo sospeso?
“La peste” di Camus è improvvisamente tornato un best-seller, ma secondo me è più interessante leggerlo quando si è nel pieno della frenesia lavorativa e ci sembra che niente possa fermare il treno lanciato su cui stiamo sfrecciando. In un momento come questo, suggerirei opere che non c’entrano con la situazione in cui siamo immersi, perché è importante evitare che la mente collassi solo sul presente. Quelle serviranno dopo, per problematizzare e offrire sguardi anche divergenti, impedendo che si affermi una narrazione unica.

Come giudichi un tuo testo visto in streaming?
Interessante solo per gli addetti ai lavori. Il pubblico come fa a non preferire il cinema, che è pensato apposta per una fruizione video? Non so perché ci sia così tanta voglia di mettere il teatro in una condizione di inferiorità che inevitabilmente lo farà sfigurare. Il timore è che i pochi spettatori a cui viene voglia di vedere uno spettacolo in streaming rimangano delusi; dalle inquadrature monotone, dai totaloni fissi, dai pochi stacchi, dal montaggio spesso grossolano, da una recitazione non adatta ai primi piani e da costumi e scenografie che dal vivo magari sono magici e in video invece risultano farlocchi. E che questa delusione li allontani dal teatro più di quanto non li avrebbe allontanati un po’ di digiuno.
Non sarebbe stato meglio spegnere tutto e augurarsi che le persone, una volta riaperti i teatri, avessero voglia di assaporare di nuovo – dal vivo – il fascino dello “spettacolo dal vivo”?
Nonostante questo pensiero, quando mi hanno chiesto di firmare liberatorie gratuite per mettere i miei testi online, ho detto di sì, perché non mi piace assolutizzare il mio punto di vista e non voglio impedire a colleghi che stimo di fare cose che credono giuste.
Però ho la sensazione che alcuni teatranti non riescano a immaginare la loro vita al di fuori del teatro, per cui anche quando non possono farlo, devono per forza parlarne, scriverne, mettere cose online, fare appelli e proclami. E questa è una fragilità che fa tenerezza, ma è anche un po’ una forma di chiusura mentale. Se ci rendessimo conto che il teatro non è necessario “di per sé”, ma lo diventa solo se parla di cose necessarie anche per le persone che vivono intorno a noi, forse faremmo spettacoli meno auto-referenziali.

Quali sono le cose positive che potremmo imparare da questa situazione?
Non lo so. La retorica del “miglioramento attraverso il dolore e il sacrificio” è un’illusione percettiva che da un lato deriva dalla nostra millenaria tradizione cattolic,a e dall’altro probabilmente persiste nei nostri schemi cognitivi perché ci aiuta ad affrontare meglio le difficoltà. Quando leggo che “Ne usciremo migliori”, o “Sarà un’occasione per ripensare questo o quello”, c’è sempre la mia parte dubitante che si accende come la spia rossa di un motore in avaria; a volte il dolore ti migliora, è vero, ma altre volte ti porta a diventare più cattivo; a volte la paura ti porta ad aprirti verso gli altri perché senti che insieme potreste affrontarla meglio, ma è anche possibile che ti porti a chiuderti ancora di più per cercare di proteggerti.
Potremmo imparare che “Nessuno si salva da solo”, ma anche spingerci ancora di più verso il “Si salvi chi può”, che ha caratterizzato il modello sociale occidentale degli ultimi decenni.
Poi c’è la questione green: la Pianura Padana non è mai stata così poco inquinata come in questo momento. Dal mio terrazzo vedo tutti i giorni gli Appennini, mentre in condizioni normali capitava solo ogni tanto, di solito dopo una grande pioggia.
Non possiamo non considerare che più noi ci facciamo da parte, più la natura respira e sopravvive. Questo tema però è quasi completamente assente dal dibattito pubblico. I governi europei si scontrano sulle misure da mettere in atto per far “ripartire l’economia”, ma siamo sicuri che quell’economia – quella di due mesi fa – sia necessariamente una cosa da far ripartire?
Il timore che ho è che una volta trovato il vaccino, ci prenderemo una grande sbornia da “pericolo scampato” e andremo dritti, aumentando la velocità, nella stessa direzione in cui stavamo andando due mesi fa, senza aver imparato niente se non, per qualche settimana, a telefonare più spesso ai nostri cari per sentire come stanno.

Tre parole che avranno meno significato, tre che muteranno di significato e tre che avranno più significato.
Nonostante la risposta precedente, non voglio essere negativo. Se no finisce sempre che mi danno del nichilista, ma io non lo sono. E comunque, se anche lo fossi stato, adesso sono appena diventato padre e sento il dovere di sforzarmi per immaginare un futuro migliore per mia figlia.
Per cui, vorrei mettere l’attenzione su una parola sola che spero avrà più significato di prima: visione.
Quando si è cercato di ricostruire l’Italia e l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, i dibattiti e gli scontri ideologici erano sulle prospettive a lungo termine, sulle visioni del futuro. Col passare dei decenni invece è come se l’orizzonte temporale si fosse progressivamente accorciato; sia nel dibattito politico, sia nel modo in cui sono cambiate le persone. Ho la sensazione che ci siamo troppo appiattiti sul presente, sui problemi da risolvere oggi e domani, sugli obiettivi da raggiungere oggi e domani, e sulle paure di quello che succederà oggi e domani. Sarebbe bello che questa pandemia ci portasse a pensare ai problemi, agli obiettivi e ai sogni che avremo da qui ai prossimi dieci o vent’anni.
Questa è la responsabilità maggiore che sento, come artista. Di aiutare me stesso e gli altri a non avere come orizzonte la punta delle nostre scarpe.

Prova a scrivere un breve racconto, di poche righe che potrebbe contenere suggestioni per come ricostruire in modo migliore il mondo che abbiamo lasciato alle spalle.
Da quando Lucia Calamaro ha detto che chiunque avesse scritto qualcosa su quello che sta succedendo sarebbe stato da defenestrare, ho iniziato a lavorare ad un testo su un gruppo di persone chiuse in casa durante una pandemia. Sono fatto così, appena mi dicono che non bisogna fare una cosa, mi viene voglia di farla.
A parte gli scherzi, è inevitabile che il presente ci permei. Quello che provo a fare però non è mai descriverlo – c’è già tanta gente che lo fa e anche in questo caso non mancheranno le inevitabili fiction Rai strappalacrime – ma cercare di guardarci attraverso. Purtroppo non sono ancora pronto per condividere neanche una riga di questo nuovo testo, perché ogni giorno penso cose diverse e riscrivo tutto da capo. Ma va bene così, è il momento di fare tutto con calma.

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