Giulia Lazzarini è Emilia. La violenza impossibile dell’amore secondo Tolcachir

I protagonisti di Emilia
I protagonisti di Emilia

A volte può bastare una presenza per orientare nel verso giusto una congerie confusa, o trascurabile, di eventi: persino una piccola presenza, se è quella giusta. Il personaggio giusto, il concetto giusto, l’idea, la donna.

Il testo di “Emilia” di Claudio Tolcachir è tradizionale, e non manca di pirandellismo: basato più sui corpi degli attori che sulle parole, afferma l’autore-regista argentino. In verità gli uni e le altre sono, se non altro, strettamente e abilmente connesse.

È la storia di una famiglia, o meglio dei brandelli di una famiglia, che il tempo e il cattivo amarsi hanno sfrangiato; le figure sono semplici, persino troppo, ma non per questo irrealistiche.
Un ex figlio timido ormai cresciuto, il quarantenne Walter, ha trovato il modo di depositare il proprio amore – da tutti fino ad allora rifiutato – su una donna e un figlio alla deriva, bisognosi di tutto, a tutto disposti, persino a lasciarsi amare. Passivamente lei, Carolina; con tollerante affetto l’altro, Leo.
Loro due: un ragazzo che sembra, dopo alti e bassi di emozioni, non ambire ad altro che a una serenità domestica (come quei ragazzini che implorano i genitori di tacere, nel mezzo di un litigio, illudendosi dell’equazione falsa tra silenzio e armonia) ricambia l’amore del nuovo padre ma non sa resistere alla vitalità, al fascino di quello vero, biologico, Gabriel, che li ha lasciati ma che di tanto in tanto si fa sentire.

Lei, ex ragazza madre, libera, ex sognatrice (ma fino a un certo punto), “un po’ romantichetta”, per dirla alla Illica, e anche fastidiosamente tale, si è accomodata in un amore come sostentamento e soluzione alle necessità pratiche, illusa di potersene a un certo punto sfilare senza disfare l’intera pezza.
Il terzo, uomo-ragazzo mai cresciuto, non integrato né imborghesito, l’amore vero, è quello che non si chiede e che non si soffoca a dispetto del male ricevuto: il padre vero, l’amante ecc.

Fin qui niente di nuovo, in un testo che non riserva sorprese se non qualche linea di comica gratuità, o di irrisolta deviazione (il ragazzo prova a sedurre l’anziana Emilia, di cui si dirà tra poco, e suona male un vibrafono, guadagnandosi lodi). Niente di nuovo pure nella resa scenica degli attori, volutamente caricati dalla regia al limite dell’urticante nella prima delle due parti, al fine di far emergere la falsità di un congegno familiare posticcio e terrorizzato dal cospetto della sincerità (quella che saprebbe stare a suo agio nel silenzio, nella stasi). Una regia distribuita però senza naturalezza, in una scenografia semi-realistica non particolarmente risolta nelle corrispondenze col testo, e pesantemente statica. Una regia infagottata in costumi che sono un impavido inno al luogo comune e alla ripetitività: ragazzo=calzoncini (troppo) corti e Converse; donna=abiti leggeri e ballerine; uomo “perduto” ma affascinante=giacca di pelle, a far da contrasto col quarantenne “regolare”, in calzoni comodi ma con la riga, il cardigan…

Ma poi capita che ci sia, a correre in questo fin troppo scontato canovaccio, il filo d’oro di Giulia Lazzarini, Emilia. Una figurina carica, equilibrata nel disequilibrio, che porta insieme testo e corpo con la delicatezza non volatile della voce, la cura e lo straziante dolore dei gesti delle mani, dei passi brevi ma sicuri. Il culmine di una storia, anche se è lei a presentarla fin dal principio, che ordina e dà un significato più ampio a tutto il senso del testo: l’amore non si può scegliere, né di darlo, né di riceverlo, né talvolta di ricusarlo. Ma soprattutto, dolcemente, tanto nella ribalta della prima parte, quanto nell’attento silenzio della seconda, una lezione di semplicità e coerenza interpretativa, quell’ingrediente segreto del teatro che sa mescolare verità e bellezza senza che la bilancia del buon gusto senta il peso dell’aggiunta.

Dunque a tirare le fila di questo campionario di amori sbagliati, forzati, falsati e perduti, c’è Emilia con il suo, l’unica che riesca a servirlo fino in fondo. Il suo amore, lei non ha potuto sceglierlo: è stato il piccolo Walter, fin da quando, domestica a casa dei genitori di lui, l’ha conosciuto bambino, ed è stato per lei assai più di quanto riuscirà a essere il figlio che avrà anni dopo. Prima Walter e poi ciò che di lui, una volta partito, le è restato: quel cagnolino Rocco che le morirà accanto dopo anni di lenta discesa nella povertà e nell’emarginazione, sotto un portico diventato giaciglio.
“Ho iniziato a scrivere Emilia in seguito all’incontro, dopo molti anni, di una signora che era stata mia tata da bambino – rivela Tolcachir – Ricordava moltissime cose di me che io avevo completamente dimenticato e questo ha fatto nascere in me una specie di senso di colpa per questa sproporzione dell’amore”.

Tale è l’amore a cui non può darsi una spiegazione e non si può orientare, che ha tenuto Emilia lontana da quel suo vero figlio, un’ombra appena nominata sulla scena, un assente vero dal suo cuore. Un sentimento, il suo, che la spingerà infine a caricarsi il peso di un’ultima umiliazione, di un ultimo sacrificio verso quel figlioccio che l’amore, invece, viziato come un rampollo di buona famiglia, crede di poterlo imporre con gli alibi della sincerità e della generosità: da questa illusione Walter si lascerà trascinare nel baratro del crimine.
In scena a Roma ancora dal 18 al 23 aprile.

EMILIA
scritto e diretto da Claudio Tolcachir
traduzione Cecilia Ligorio
con Giulia Lazzarini, Sergio Romano, Pia Lanciotti, Josafat Vagni, Paolo Mazzarelli
scene Paola Castrignanò
costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi
regista collaboratrice Cecilia Ligorio

durata: 1h 45’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 28 marzo 2017
Prima nazionale

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