Emilia. Tolcachir scava e sanguina nei legami familiari

Emilia

Emilia (photo: Walter Zupa)

Esco dal teatro arrabbiatissima, di una rabbia che non riesco a comprendere. E così me la prendo con lui, con l’enfant prodige (o prestige?) del teatro contemporaneo. E anche un po’ con chi lo ha ‘prodigizzato’. Sono talmente arrabbiata che devo dirlo ad alta voce, urlare contro quel ring di falsa morbidezza allestito con pile di coperte sul palcoscenico del Nuovo Teatro Verdi di Brindisi.

Le quasi due ore di rappresentazione sono state lunghe, claustrofobiche, mal sopportate nel progressivo rimuginare sulla sensazione di essere vittima di un’imboscata, non repentina tuttavia, ma più simile a quel condurre gli animali all’interno di un recinto. E, una volta dentro, nessuna via d’uscita.

E sì, perché da quella casa, mi fa notare il mio accompagnatore, non si può uscire. E così comincio a razionalizzare, a ripensare alle varie sezioni drammaturgiche, al modo in cui gli attori le hanno rese in maniera impeccabile, a quella ‘poetica del segno’ che mi ha portata (ecco, appunto) proprio là dove era previsto. In un ambiente domestico ma non familiare, le pareti che non si vedono ma sono muri, l’aria che entra eppure è irrespirabile.


Il plot si inserisce a pennello nell’insieme dell’ormai canone di Claudio Tolcachir, il ‘teatrista’ argentino che ha deciso di insegnare al mondo (del teatro) come fare di una crisi una opportunità, e del teatrare un atto di necessità e (quindi) di condivisione.

La “Emilia” di cui nel titolo è un’anziana niñera che, in un palazzo ideale di Buenos Aires, ritrova il bambino di cui si era presa cura da giovane. Il suo amor, l’altro, quello per accudire il quale ha dovuto rinunciare al proprio, in una dinamica tragica eppure ancora così attuale e nemmeno tanto ai confini del mondo.

Lui, il tonto Charlito, è diventato un uomo violento, di una violenza che è talmente radicata da farsi gesto e scherzo, e quindi abitudine. Si immagina che sia un professionista, il figlio di una borghesia autoreferenziale e annoiata (padre malato di competizione e madre perennemente accigliata dal mal di testa). E questo carico esistenziale lo riproduce nel nuovo living, quello che condivide con Caro, diabolicamente effimera ed egocentrica, e Leo, il figlio di lei, disperatamente succube di un padre che non è suo padre.

Emilia entra in questo ménage per un saluto, poi per il pranzo, poi per dormire e poi per molto di più. E mentre siamo ormai dentro con loro, tanto da dover ricacciare in gola il desiderio di intervenire per aiutarli a non divorarsi, si palesano finemente tutte le drammatiche verità di amori malati ma tragicamente veri.

Una parola ripetuta in maniera ossessiva, ‘amore’, nell’estremo tentativo di attestare un sentimento che non riesce a farsi atto per quanto è impastato di denaro. E che mai come qui ne è il padrone psicologico ed emotivo.

L’attoralità da telenovelas sudamericane, in senso buono e ormai sdoganato, è decisamente alta ancorché diversamente apprezzabile, e l’insieme ‘teatristico’ non è lontano dalla perfezione tecnica. Eppure io non riesco a liberarmi dall’originario ‘perché?’ urlato all’uscita. Ed è un interrogativo che, forse, interessa il senso stesso del teatro.

Emilia
di Claudio Tolcachir
con: Elena Boggan, Gabo Correa, Adriana Ferrer, Francisco Lumerman e Carlos Portaluppi
scenografie e assistente regia: Gonzalo Córdoba Estevez
disegno luci: Ricardo Sica
regia: Claudio Tolcachir
in coproduzione con Teatro San Martin de Buenos Aires e Festival Santiago a Mil, Cile

durata: 1h 50′
applausi del pubblico: 2’ 50’’

Visto a Brindisi, Nuovo Teatro Verdi, il 17 marzo 2014
Prima europea


 

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