Endgame: Gianrico Tedeschi

L'immagine scelta per la copertina di "Semplice, buttato via, moderno. Il teatro per la vita di Gianrico Tedeschi", scritto dalla figlia, Enrica Tedeschi
L'immagine scelta per la copertina di "Semplice, buttato via, moderno. Il teatro per la vita di Gianrico Tedeschi", scritto dalla figlia, Enrica Tedeschi

“Il teatro è diventato finalmente un servizio pubblico”.
Gianrico Tedeschi (Milano, 20 aprile 1920 – Pettenasco/Novara, 27 luglio 2020)

Chissà quanto, in questa frase, ci ha creduto davvero Gianrico Tedeschi, lui che ha caparbiamente calcato il palcoscenico quasi fino all’ultimo, nonostante le difficoltà dovute all’età, per una carriera durata settant’anni.
Se ne è andato ieri, a 100 anni compiuti da tre mesi, nella sua casa piemontese in provincia di Novara, vicino al lago d’Orta.
Protagonista di spettacoli firmati – tra gli altri – da Strehler, Visconti e Ronconi, lo avevamo incontrato qualche anno fa a Milano in occasione dei Premi Ubu 2011, i primi senza Franco Quadri, una edizione che lo aveva visto vincitore del premio come migliore attore per “La compagnia degli uomini“.

Ma prima della sua carriera teatrale e televisiva, c’era stato ben altro. Tedeschi aveva rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò e, da ufficiale, era stato internato per due anni nei campi di Beniaminovo e Sandbostel in Polonia, e a Wietzendorf in Germania, dei campi di prigionia, a differenza di quelli degli ebrei che erano campi di eliminazione, come teneva a sottolineare lui stesso: “Sono i lager descritti in “Diario clandestino” da Giovanni Guareschi, che con Tedeschi condivideva un letto a castello. “Il nostro modo di resistere era metter su spettacolini”, racconterà poi” (dall’intervista di Giuseppe Costigliola su globalist.it).
Perché già prima della guerra gli piaceva andare a teatro, e aveva fatto parte della filodrammatica della sua parrocchia, da lì l’idea di mettere in scena qualcosa. E nella biblioteca del lager trovò l’Enrico IV di Pirandello. Fu proprio nei campi di prigionia che capì che la sua strada avrebbe dovuto essere il teatro. E solo dopo la guerra Tedeschi si iscriverà all’Accademia Silvio D’Amico.

Il mio talento consiste solo nel sapere recitare. Oggi, con l’aria che tira, lo considero già molto

“Guardandolo in scena ho visto una cosa che per natura difficilmente ti si piazza sotto gli occhi: il senso. Nello specifico, il senso di fare teatro”. Lucia Calamaro qualche anno fa su Doppio Zero raccontò il suo incontro con Tedeschi fra i camerini del Teatro Franco Parenti di Milano: “Gianrico Tedeschi ha 94 anni e ha perso in parte la memoria breve. Questo lo obbliga a stare in scena con un auricolare dove gli si sussurra la frase che dovrà dire un secondo dopo e che lui, se aiutato nell’attivazione della memoria breve da un sostegno esterno, in fondo ha già assimilato nella memoria seconda, come ha assimilato e dimenticato l’intero testo. Questo costante ricordare una dimenticanza saputa e questo suo calcare le scene da una vita, che oramai si sovrappongono, lo rendono speciale allo sguardo e all’ascolto: intento in modo assoluto”.

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