Endgame: Mandiaye N’Diaye

Mandiaye N'Diaye

Mandiaye N’Diaye è scomparso ieri in Senegal

Una nostra amica burattinaia l’anno scorso, ritornando dall’Africa, mi disse sbigottita: “E’ incredibile, ti conoscono perfino là, in Senegal! Ti manda i suoi saluti il tuo amico Mandiaye!”.
 
Ma Mandiaye N’Diaye, il nostro amico, da oggi non c’è più; se ne è andato in punta di piedi, con quella leggerezza che lo ha sempre contraddistinto. E’ scomparso ieri pomeriggio, mentre stava per tornare in Italia dal suo paese, il Senegal, per un nuovo progetto teatrale che avrebbe dovuto debuttare al Ravenna Festival.

Mandiaye N’Diaye arrivò in Italia partendo dal suo piccolo villaggio senegalese, Diol Kadd, per fare il ‘vu cumprà’ sulle spiagge riminesi. Poi l’incontro con Marco Martinelli e il Teatro delle Albe, nel 1989, cambiò la sua vita.
Vennero “Ruh, Romagna più Africa uguale”, “Lunga vita all’albero”, “Siamo asini o pedanti?”, “I Refrattari”, “All’inferno!”.

Lui era sempre lì, a testimoniare quell’incontro meraviglioso tra due culture così apparentemente diverse ma così simili e particolari.
E la sua cultura pensò di regalarla anche al pubblico dei più giovani; nacquero così “Le due calebasse”, che trae spunto da fiabe di tradizione africana e, scritto insieme a Luigi Dadina, “Griot Fulêr”, che furono programmati in tutte le scuole e i festival italiani. 

Nel 1994 Mandiaye esaudì un sogno: fondare a Diol Kadd, insieme ad alcuni giovani del villaggio e con la collaborazione del sociologo di Reggio Emilia Claudio Cernesi, l’associazione Takku Ligey (“darsi da fare insieme”). L’associazione nacque con la precisa volontà di realizzare attività socioculturali e creare un’alternativa di lavoro e di vita nel villaggio.

Tra il 2001 e il 2002 collaborò con l’associazione segalese Man Keneenki, diretta da Jean-Michel Bruyère, che coniuga il destino dei ragazzi di strada di Dakar con quelli di artisti teatrali e circensi, da cui essi apprendono esperienza per sviluppare il proprio talento artistico.

Nel 2002, in Italia, interpretò il ruolo di Oberon nel “Sogno di una notte di mezza estate” di Marco Martinelli.
Tra maggio e giugno 2005, sempre insieme a Martinelli, Ermanna Montanari e Maurizio Lupinelli, rimase a Chicago per cinque settimane con un intenso programma di spettacoli e laboratori, ma con la sua terra sempre ben presente: cuore del progetto era il lavoro con un gruppo di studenti africani della Senn School, volto all’allestimento di una nuova versione de “I Polacchi”.
 Al fianco dei tre attori protagonisti, un coro di dieci adolescenti provenienti dalla Nigeria, dal Sudan, dall’Etiopia, dall’Eritrea, dal Camerun e da Haiti.

Poi arrivò Pedar Ubu ne “I Polacchi”, lavoro scritto e diretto da Marco Martinelli, ispirato all’Ubu re di Alfred Jarry con un coro di adolescenti senegalesi di Diol Kadd, suo villaggio natale.
La sua interpretazione fu definita dalla critica “sapientemente grottesca”. Lo spettacolo raccolse un successo internazionale, da Stoccolma a Caen, da Teheran a Belgrado, da Lisbona a Berlino.

E da allora i continui viaggi e le esperienze tra Italia ed Africa di questo straordinario attore e regista, che all’inizio vendeva accendini sulle spiagge romagnole, hanno creato un meraviglioso ponte di integrazione tra due mondi, che nessuno potrà mai cancellare.
 

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