Due modi di essere Enea. L’Atelier dei 200 e i migranti, dall’antichità a oggi

Dopo dieci anni di assedio, finalmente gli Achei, grazie allo stratagemma del cavallo, riescono a penetrare nelle mura di Troia. A poco varranno gli estremi tentativi di difesa: le mura sono destinate a cadere, inghiottite dalle fiamme, e l’eroico patriarca, il re Priamo, a cadere sotto l’asta di Neottolemo sciagurato, che traligna dal padre Pelide, il quale pure aveva ceduto alle lagrime di un vecchio.

Enea, saputo che il Fato non permetterà a Troia di salvarsi, deve fuggire. Per mano tiene il figlioletto Iulo, sulle spalle il vecchio padre Anchise, incapace di camminare; si mette per mare, trainato dal destino di ricostruire una civiltà, quella che darà vita a Roma.

A molti questa di Enea è parsa figura assoluta dell’Uomo, costretto ad allontanarsi dalla propria casa, quale che sia, per fondarne un’altra, portando con sé il proprio futuro non ancora adulto e autosufficiente, con il proprio passato spesso gravoso sulle spalle. Un doppio peso che rallenta la corsa ma di cui non ci si può disfare.

In questa ennesima estate di sbarchi di migranti, di naufragi (in quante peregrinazioni si è impelagato – da pelagus, appunto, mare – Enea?), di sottili distinguo riguardo il dove, il come, e purtroppo talvolta il “chi” e persino il “se” occorra intervenire, l’eguaglianza tra Enea e l’Uomo tende a correggersi in una metafora meno sfumata. Enea è il migrante.

Così gli uomini-attori-migranti della compagnia di Emanuela Giordano chiedono al pubblico: cosa faresti tu? Se un incendio divorasse la tua casa, i tuoi cari, tu che faresti? Se la tua città fosse cancellata dalla guerra, come ti comporteresti?
E il pubblico, preso alla sprovvista, timidamente risponde, senza eccezione: scapperei. Ciò che ha fatto Enea.

Siamo al Teatro India di Roma e assistiamo alla terza fase di “Enea in viaggio”, progetto vincitore del bando Mibac MigrArti2017.
In una prima fase si sono tenuti laboratori con un certo numero di migranti provenienti da diversi luoghi, soprattutto dell’Africa. Durante la seconda si è avuta una prima restituzione in pubblico del lavoro compiuto. Dove? Sulle piazze di tre “zone di confine” tra nuovi e vecchi poveri, tra nuovi e vecchi approcci nei confronti dell’appena arrivato, simile e dissimile insieme: le periferie romane di Quarticciolo, Tor Bella Monaca e Pietralata. Zone, queste, che più delle altre si trovano a farsi carico dell’accoglienza, e del laboratorio, spesso istintivo e disordinato, dell’inclusione.

Un momento di una restituzione pubblica all’aperto

Infine questa terza parte, ultima fase e modalità di avvicinamento, l’Atelier dei 200 (perché “200 è il coro antico, è una specie di massa critica da dove sono nati il caos e l’armonia): una giornata in cui le porte dell’India vengono aperte ai cittadini, che entrano nello spazio teatrale e vi compongono, insieme agli attori della compagnia, un lavoro teatrale fatto dei loro “talenti” e di quelli degli attori, dei loro testi e di quelli dello spettacolo. “Cambiate ruolo. Lasciate il vostro posto e salite sul palco”.

Emanuela Giordano, già regista della prima italiana del “Viaggio di Enea” di Olivier Kemeid, in scena all’Argentina un paio di mesi fa, tiene le fila della preparazione con la giusta elasticità, ma con un attento vaglio. Affiancata da una nutrita e attiva schiera di assistenti, sceglie come luogo della performance un evocativo spazio rettangolare al di fuori delle sale del teatro, contornato da mura sbocconcellate, archi (non romani, ma di archeologia industriale) che rievocano senza clamori l’Ilio deserta, distrutta, la città che abbiamo dovuto lasciare. O nella quale ci ritroviamo.

Il risultato si mantiene al riparo da un’accozzaglia di “sé stessi” a cui il protagonismo degli “attori” più o meno improvvisati e più o meno scaltriti avrebbe spontaneamente partorito, e si dimostra un lavoro ovviamente sfrangiato e poco compatto, ma indubbiamente nutrito da un suo ritmo amichevole, in cui anche i tempi morti, anche le uscite impreviste riescono a inserirsi senza sconcio, un ritmo simpatico ma non furbo, accessibile ma quasi mai banale.

Tiene il tempo e chiama gli interventi di attori e cittadini al centro del cerchio del pubblico Valentina Minzoni, narratore e quasi capocomico, ottimo collante fra le voci sapienti e quelle strampalate.
Ciascuno dei presenti, cittadini e migranti, ha dunque un suo momento, trova la sua voce e la possibilità di esprimere un proprio talento o desiderio. Talenti e desideri che, pur provenendo da così lontano, sembrano spesso incontrarsi, se la parola più ricorrente è “spazio”. Da un lato, i migranti chiedono un pezzo di terra da coltivare, un paese che gli italiani non vogliono più, abbandonato, da ricostruire e ripopolare; dall’altro i romani chiedono che la propria città spersonalizzata sia loro restituita, che i cittadini sensibili alle pratiche di rispetto e condivisione, di generosità, cultura e impegno non vengano sempre più marginalizzati, costretti ad accontentarsi dei ritagli meno vivibili dello spazio fisico cittadino.

L’idea è imprevista e abbagliante, tutti stiamo lottando per la stessa cosa.
Enea portava con sé da Troia il figlio, il padre, e anche i Penati, gli dei protettori della famiglia e dei legami che vi sono tra i suoi membri. Così tutti i moderni esuli, discacciati o costretti a non essere in nessun posto, possano ritrovarseli nel proprio sacco da viaggio, e onorarli facendoli vivere.

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