L’enfer in cucina: la ricetta di Marion Aubert per un’attrice e 4 chili di pasta di pane

L'enfer
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L’enfer a base di pasta di pane di Label Brut (photo: Jef Rabillon)

Continua il mio piccolo tour del teatro visuale ad Avignon. Mi cattura l’occhio “L’enfer” di Marion Aubert. Il sottotitolo recita: “per un’attrice e 4 chili di pasta di pane”. Direi che è abbastanza per fare un salto.
Nel cortile de La Manufacture si organizza una cena luculliana, buffet per gli avventori in cerca di uno spuntino o delizie del dopo teatro. Fa venire l’acquolina in bocca. È con questa fame che entro in sala e trovo lo spazio già disposto in maniera originale: non una visuale frontale, ma la prospettiva colta da uno degli spigoli della stanza. Come se qualcuno avesse ruotato di quarantacinque gradi lo spazio scenico. Non c’è più una quarta parete invisibile, ed è sparita anche la terza. A raccontarla sembra una banalità, ma è già di per sé straniante.

In scena solo un tavolo dal piano concavo, dal quale sembra essersi appena alzato un elefante che ne abbia messo a dura prova le gambe, incassate nel pavimento. Il senso di una gravità che risucchia. Sul tavolo, un timer da cucina e una pagnotta ancora cruda coperta da un canovaccio.
Entra l’attrice, una bella donna francese di mezza età, impaziente di veder lievitare il proprio pane. Inutile dire che questo non accadrà mai: la sua attesa, dapprima muta, si distillerà presto in parole, racconto sconnesso dell’ossessione dell’essere madre, moglie, amante e donna, senza poi riuscire a reallizzarsi in nessuno di questi ruoli.

Le note di regia parlano di un liberissimo adattamento del Dottor Jekyll e Mr. Hyde di Stevenson. Del classico della letteratura inglese Aubert conserva di certo il tema della personalità, della frammentazione dell’io. Ma, se “lo strano caso” parlava di un uomo moderno diviso letteralmente a metà tra essere e apparire, rappresentando un’anima marcia figlia dell’identificazione con la realtà borghese e, soprattutto, tracciava le linee guida per tutta la tradizione di thriller psicologico seguente, questo spettacolo dell’ensemble Label Brut condensa il dramma in un’asettica cucina e fa collassare la riflessione nella ricerca ossessiva di un doppio. Una sorta di essere altro che faccia da alter-ego e insieme capro espiatorio, da giocattolo, bambolina voodoo e anticristo.

L’uso della pasta di pane è quanto di più semplice ed efficace si potesse immaginare. Si parte dal presupposto che bastano movimenti minimi per dare a quell’ammasso di materia molliccia sembianze anche lontanamente umane.
Esempio: da un globo unico, premendo tra indice e pollice, si gonfia facilmente una protuberanza, su cui due buchi fatti con le dita bastano ad aprire due occhi. Se si tira una striscia sotto i due buchi compare una bocca. Ed ecco che nella mano stringiamo, inerme, la testa di una creatura umanoide. Tiriamola su e il collo si allungherà, sfilacciamo i due lati e verranno fuori le braccia, stendiamole sul tavolo e la figura starà strisciando. E se stiamo parlando di sesso e di violenza, di repressione carnale, di masturbazione e così via, basta tirare su dal resto della pagnotta una nuova testa e un nuovo corpo, poi un secondo e un terzo e schiacciarli uno sull’altro fino a fondersi in un’orgia forsennata. Che noi e solo noi, grazie all’abilità della performer, rendiamo reale.
Ogni piccolo racconto morboso, allora, avrà presto la propria rappresentazione di acqua e farina. Sembra di guardare certi video di Jan Svankmejer, gran maestro della stop motion praghese, dove dalla plastilina compaiono due teste che non fanno che leccarsi, aspirarsi, respingersi e divorarsi a vicenda, in un dialogo impossibile.

Anche in questo “Enfer” si riflette sull’incomunicabilità. L’inferno in cui affoghiamo è soffice di pasta da stendere, è un grumo senza fondo in cui affondiamo i piedi nostro malgrado, come in una melassa che vive di vita propria e si nutre delle mani dell’attrice e degli occhi, rapiti, di noi spettatori. Sì, perché se il teatro di figura (perché questo è) ha un punto a favore, una forza su cui poter contare sempre, essa sta proprio nel suo stesso principio: qualcosa di inanimato che all’improvviso si muove. Le varie tecniche sono un passo successivo, intuizioni messe al servizio di quel principio iniziale. Ché quello basta e avanza, perché mette in crisi la sicurezza secondo cui si muove solo ciò che ha vita. Nel momento in cui qualcuno fa muovere qualcosa che di vita non ne avrebbe – in maniera più o meno visibile è una distinzione già successiva – avviene, noi stessi testimoni, un conflitto tra ciò che la mente ritiene possibile e ciò che l’occhio sta registrando come “effettivamente in atto” in quel momento. Si crea un piccolo paradosso, che affascina senza possibilità di appello.
L’idea della pasta di pane è semplice ed efficace proprio perché, forte di quel principio essenziale, va a stimolare direttamente l’immaginazione del singolo spettatore che, in quella forma così “senza forma”, vede ciò che vuole vedere. Un po’ quello che accade con le macchie di Roschart.

L’inferno della protagonista è un incubo interiore in cui ogni paura, ogni disperazione, può prendere forma. Ed è terrificante pensare che tutto quel grumo finiremo per mangiarcelo. Ancora una volta, come in Rodrigo Garcia, come nel “Pantagruel” di Silviu Purcarete, come nel “Macadamia Nut Brittle” di Ricci/Forte, la metafora del cibo e della voracità restituisce una visione chiara della meccanica di certe ansie umane.
E la parola chiave finale è: metabolismo. Tanto che la nostra Mrs. Hyde, in chiusura, farcisce la pagnotta con una tavoletta di cioccolato e, ad applausi incassati, rientra in scena servendo al pubblico un soffice e delizioso pain au chocolat. Sublime.

L’ENFER – POUR 1 COMÉDIENNE ET 4 KILOS DE PÂTE À PAIN
di Marion Aubert
regia: Laurent Fraunié
produzione: Label Brut
interpreti: Babette Masson
scene: Grégoire Faucheux
luci: Sébastien Lefevre
musiche: Ivan Gruselle
costumi: Alexandra Wassef
durata: 50′
applausi del pubblico: 1′ 38”

Visto ad Avignon, Thêatre La Manufacture, il 9 luglio 2009
Festival d’Avignon Off

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