La passione mortale di Erodiade nel corpo di Maria Paiato

Maria Paiato in Erodiade
Maria Paiato in Erodiade

Maria Paiato in Erodiade (photo: teatrostabileveneto.it)

Una passerella in plexiglass, luci stroboscopiche, un lungo abito di seta color rubino che segue con amore le forme, restituendo generosamente la sensualità della pelle nuda: attraverso una spiccata scelta e cura estetica, raffinata nel suo essere essenziale, protesa a valorizzare l’immagine elegante ed imponente di una regina, ecco che Maria Paiato avanza nel suo red carpet.
Siede su un trono di ferro, Erodiade, smascherando con un linguaggio diretto, potente e feroce un’anima pesantemente truccata di rosso.

L’amore l’ha resa debole e malata di una passione-ossessione logorante. La forza, la determinatezza, il suo essere inattaccabile hanno ceduto al potere totalizzante del suono di poche parole, forse di uno sguardo di Giovanni Battista, lasciandola vulnerabile e persa nell’impossibilità del suo amore.

Lui l’ha infatti rifiutata. E’ rimasto fedele al suo Dio, giudicandola: corrotta, indecente, adultera, blasfema.
Lei, allora, attraverso la figlia Salomè, gli fa recidere la testa. Ma la decollazione rende lui martire e sottrae a lei tutte le possibilità di amante, madre, stratega. Condannandola alle pene di una passione incontenibile, incontrollabile.

Il monologo, definito dallo stesso Testori come il più violento e feroce tra i suoi testi, dopo la prima stesura nel 1969 venne rielaborato quindici anni più tardi per Adriana Innocenti.
Il regista Pierpaolo Sepe sceglie oggi la prima versione, asciugandola di ripetizioni e metateatro.
La sorprendente forza recitativa di Maria Paiato, l’uso consapevole del corpo e del gesto, restituiscono luce, colore, ombra di un’esperienza interiore. La forma stremata, il venir meno della consistenza, i contorni che perdono il luccichio, i colori brillanti che si dissolvono nelle opache tonalità della ruggine.

Erodiade dice la sua. Con un urlo disperato, con il corpo che vibra tra resistenza e abbandono. E’ sola, in un finale di partita che pare decontestualizzato ma che, in realtà, si inserisce in un continuum spaziotemporale, in cui lo spazio non è più spazio e il tempo non è più tempo. Uno sproloquio nato dalla furia del sentimento, pregno della cognizione del dolore, che coinvolge nel profondo ogni esistenza, in un linguaggio la cui retorica è universale ed efficacissima.
“Erodiade” è battaglia e corpo in cui la stessa lotta si dipana, dove l’unico vincitore è un Dio silenzioso e indifferente.

Erodiade
di Giovanni Testori
regia: Pierpaolo Sepe
con: Maria Paiato
scene: Francesco Ghisu
costumi: Sandra Cardini
luci: Pasquale Mari
musiche: Francesco Forni
trucco: Vincenzo Cucchiara
durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Venezia, Teatro Goldoni, il 12 gennaio 2011

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