A Madrid Escena Contemporanea 2009: da Pasolini al burlesque

Madrid
La Ribot e Mathilde Monnier

La Ribot e Mathilde Monnier in ‘Gustavia’ (photo: © Marc Coudrais)

Nona edizione del Festival Escena Contemporanea di Madrid, rassegna teatrale che si è svolta a febbraio ed è diventata, negli anni, un punto di riferimento per la ricerca e i nuovi linguaggi: un approccio internazionale verso le forme dell’“altro” con il fine di divenire “esperienza estetica”. Il festival, che si svolge ogni inverno in numerosi teatri off, spazi espositivi, istituti culturali e musei, richiama un pubblico di appassionati ma soprattutto di operatori provenienti da tutta Europa.

Tre gli spettacoli a cui KLP ha assistito nell’ultimo fine settimana della rassegna. E seppure si respirasse aria da “fine festival” è stato ugualmente stimolante girare fra spazi teatrali non canonici in una città che fa del teatro e della fotografia tra le principali forme d’arte contemporanea.

Corteggiato dalle sontuose stagioni del Centro Dramático Nacional (dove era in scena “Llueve en Barcelona” di Pau Miró con la regia del napoletano Francesco Saponaro, testo già affrontato dallo stesso regista in italiano), della Compañía Nacional de Teatro Clàsico (che metteva in scena il classico Lope de Vega) e del Teatro de La Abadía (con una produzione di Àlex Rigola), non si poteva non rimanere affascinati anche da Leo Bassi che, al Teatro Alvil della capitale spagnola, rimane in scena per ben un mese e mezzo: un paragone infelice con l’Italia dove, quando va bene, lo si vede in un’unica serata di qualche coraggioso festival.

Leo Bassi

Madrid (photo: Simone Pacini)

Un felice rifugio, insomma, quello degli spazi dell’Escena Contemporanea madrilena. Tanto da indurre a frequentare anche il Teatro Lagrada, nuovo e minuscolo spazio multidisciplinare votato alle arti sceniche, al cinema e alla fotografia, che sorge di fronte alla Cuarta Pared, centro dove vengono ospitate stagioni di teatro contemporaneo e teatro ragazzi, oltre che laboratori e workshop.
La retrospettiva che il festival ha dedicato quest’anno a Pier Paolo Pasolini è stata invece ospitata al Teatro Pradillo, ennesimo spazio votato alla ricerca un po’ fuori dal centro. Nel foyer, interessanti proiezioni di interviste a Pasolini si alternavano alla bevuta di una ‘copa’.
Un pubblico diverso per l’elegante teatro-auditorium dell’Istituto Francese: una platea numerosa, più adulta e ‘snob’, tra molti franco-spagnoli e qualche presenza italiana.

Veniamo agli spettacoli. A partire dallo “Striptease” di Pere Faura, un’“acción”, una performance che diventa una riflessione sullo striptease e sul voyeurismo. L’attore in scena si spoglia, parla al pubblico e lo filma mostrando poi su uno schermo prima il celebre striptease di Demi Moore nel film omonimo, poi i volti degli spettatori intenti a vedere lo strip. “Si guarda il corpo o i genitali?” chiede il performer in un continuo scambio interattivo con il pubblico, apostrofando i diversi spettatori (quelli teatrali e quelli degli spogliarelli) entrambi come “guardoni”. Un pezzo decisamente ironico che analizza la performance come ragione di vita ma soprattutto la poetica dello striptease e dei suoi locali. Simpatico, ma nulla di più.
È invece l’“Affabulazione” di Pasolini a essere messa in scena dal Teatro de la Esquirla durante il focus dedicato all’intellettuale bolognese. Purtroppo nello spettacolo la forza delle parole pasoliniane (anche a causa della traduzione spagnola) non riesce ad annullare numerose imprecisioni interpretative, registiche ma soprattutto scenotecniche dello spettacolo, in cui si salva solo la prova dell’attore principale, che interpreta il ruolo del padre. Una delusione anche rispetto all’ottimo Pasolini portato dei nostrani Motus (in “Come un cane senza padrone”), unica presenza italiana ospitata dal festival nei giorni precedenti.

Lo spettacolo più interessante si rivela “Gustavia”. La performance, ideata, diretta e interpretata dalla madrilena La Ribot e della francese Mathilde Monnier, coreografe attive da anni in campo internazionale nella sperimentazione fra differenti linguaggi artistici, aveva debuttato in luglio al festival Montpellier Danse. Si tratta di una rivisitazione del burlesque, definito nel programma di sala “arte della trasformazione dell’incompetenza in competenza”. Le due interpreti entrano in una scena completamente nera, con scuri tessuti increspati in terra, e iniziano un personalissimo show dove manifestano tutta la loro intesa e il loro amore.
Anche se non più ragazzine, i loro corpi poco vestiti mostrano movimenti regali e forme eleganti e sinuose. Un pianto buffo verrà così alternato a scene alla Charlie Chaplin/Charlotte o Buster Keaton, per poi proseguire con una divertente scena di lotta/danza. Insomma, tutti i temi cari al burlesque: la gelosia, l’amore, la sensualità, la lotta. Una scena geniale mostrerà le due donne che, accennano a spogliarsi atteggiandosi con ironia a spogliarelliste, metteranno spavaldamente in mostra due fondoschiena da far invidia alle ventenni.
Lo spettacolo termina con un manifesto, un omaggio che è atto d’amore di due donne verso il proprio genere: una lunga lista di frasi, tutte comincianti con “Une femme que…” dove si narra ciò che le donne fanno e non fanno, dovrebbero fare o non faranno mai. In scena accade di tutto: le due artiste giocano sulla ripetizione dei movimenti, sullo specchio (si assomigliano molto), sull’incidente casuale e sull’eccesso. E c’è anche di più: tutto il loro atteggiamento diventa una riflessione sul ruolo dell’artista oggi, mettendosi in discussione e scherzando sulla serietà della propria arte. Con ironia e consapevolezza. La Ribot e Mathilde Monnier hanno una grande dote: pretendere molto da se stesse ma non prendendosi troppo sul serio.

Madrid

Madrid (photo: Simone Pacini)

Un burlesque ultramoderno, quindi, black e minimal, molto “festivaliero” che merita tutte le grasse risate del colto pubblico internazionale presente in sala.

Un piccolo sguardo al festival, il nostro, che non permette bilanci globali (visto che in quattro settimane le cartucce più grosse probabilmente erano già state sparate). Resta comunque l’esperienza di aver tastato con mano certi ambienti off della scena spagnola e di aver constatato come Madrid, di questi tempi, possa davvero essere considerata, fra teatro di tradizione e sperimentazione multidisciplinare, una delle capitali europee delle arti sceniche.

 

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