Gli esercizi di rianimazione di Andrea Cosentino

Andrea Cosentino
Andrea Cosentino

Andrea Cosentino (photo: myspace.com/andreacosentino)

Che si esca dalla sala con un senso non ancora compiuto, gli occhi che ancora vanno in cerca del centro di una visione, è di per sé qualcosa di prezioso, un regalo che il flusso di certo teatro di ricerca ci porta in dono. È una rarità di cui è difficile godere.

“Esercizi di rianimazione”, l’ultimo esperimento di Andrea Cosentino, è uno strumento nuovo. Un utensile della cui necessità non ti rendi conto finché non lo inventi.
Mentre il pubblico consuma chiacchiere e saluti nel cortile del Teatro Argot, Francesco Picciotti, coautore dello spettacolo, prende posto per terra, schiena poggiata al portone dell’uscita d’emergenza, tra le mani un pupazzo di Antonin Artaud, che “indosserà” dandogli vita. Muto lui, ferme le labbra di cartapesta del pupazzo, la voce arriva, distorta, da un vecchio mangianastri.

Un lungo monologo fortemente ironico dipinge Artaud come simbolo di un’arte teatrale povera, tanto nelle risorse monetarie quanto – forse! – nei presupposti; chiede udienza al grande pubblico come farebbe un mendicante, in una dimostrazione di “accattonaggio teatrale”.

Una tagliente critica rivolta sì al sistema di produzione e distribuzione, ma anche allo stesso teatro di ricerca (“[…] Mi dai dei soldi perché è tutto finto? Perché Il messaggio è complesso? Perché ti faccio sentire in colpa? […]”.
In maniera magicamente emblematica, mentre il pubblico ridacchia, ammaliato dalla vitalità di un pupazzo, da una finestra che affaccia sul cortile qualcuno grida “Basta!”.
Tra gli spettatori non c’è imbarazzo, ma vera e propria tensione. E c’è chi sospetta sia tutto preparato. Poi si entra in sala.
In un angolo del palco un mucchio di oggetti, tra cui compaiono quelli “classici” di Cosentino: la gamba di legno, le corna da vichingo, le barbie mutilate, le parrucche. Venivamo da “Primi passi sulla luna”, creazione applauditissima fondata quasi interamente sulla parola, sull’affabulazione, che lasciava addirittura spazio al racconto autobiografico e si rifugiava nella trincea sicura di quei segni noti a un pubblico che ormai si riconosce in faccia come abitatore delle stesse platee.
“Esercizi di rianimazione” è praticamente uno spettacolo muto. L’attore/autore sembra tornare a vivere delle proprie radici, quelle del clown. Stavolta non c’è canovaccio, non c’è logica, non c’è senso individuabile nel susseguirsi di micro sketch in cui i protagonisti sono sempre tre: Cosentino, un microfono e un oggetto a scelta. Le scene sono troppo brevi per essere chiamate “situazioni”, le entrate di questo clown – che le commenta tutte con la stessa espressione alla “ma che ne so, è una cretinata” –  sono voli da trapezista senza alcuna rete a proteggere da fratture forse mortali.

Cosentino ha scelto la via più estrema, quella che mette a rischio l’attenzione, quella di presentare dei tentativi slegati in cui la presenza dell’attore compie prove generali di annullamento. Se si volesse disperatamente trovare una costante in quella che pare essere una roulette russa di gag sull’idiozia, sarebbe forse il meccanismo di aspettativa negata. Il più radicale di tutti, quello che mette in crisi il senso stesso di essere spettatori di qualcosa, sotto i colpi violenti di una forza che distrugge ogni certezza da teatro borghese o vezzo chic da teatro sperimentale.

Poi accade qualcosa. Lo spettacolo si sdoppia. A gamba tesa entra la citazione integrale di una delle ultime novelle di Kafka, “Giuseppina la cantante”, che Cosentino legge a una fioca luce mentre Picciotti porta in giro per la platea un inquietante pupazzo, illuminato da torce consegnate agli spettatori. La scena cambia completamente, l’atmosfera si fa pesante, buia, sporca, cupa. Siamo in un tunnel di parole che, liberate tutte insieme, ci travolgono come un fiume di melma. Siamo topi piccoli e sporchi, strisciamo. E le parole di Kafka non sono una scusa per dare senso drammaturgico allo spettacolo, ma la chiave sensibile che schiude quella misteriosa sensazione, un po’ imbarazzante, che abbiamo dal principio, che non ci sia in fondo niente da ridere. Per tornare ad essere popolare il teatro deve responsabilizzarsi, deve rinascere da capo.

Accanto al mendicante, tra un giornale – simbolo di attualità come nelle foto dei sequestrati – e una busta di plastica, c’era un messaggio scritto su un pezzo di cartone, una citazione del vero Artaud che chiedeva che gli si desse modo di riportare il teatro nelle piazze. Un tetto, cibo per sopravvivere e qualcuno che cucisse stracci. Di nient’altro avrebbe avuto bisogno lui per fare teatro. Lui.
Non si può dire lo stesso di noi. E mentre quella signora gridava “Basta!”, il registratore gracchiava qualcosa del tipo “Mi dai dei soldi perché cerco di provocarti? Ma come posso provocarti se vieni qua con l’intento di farti provocare?”. Non puoi, infatti. Devi uccidermi e rianimarmi. Esattamente come hai fatto.

ESERCIZI DI RIANIMAZIONE
di e con Andrea Cosentino e Francesco Picciotti
collaborazione artistica Dario Aggioli
produzione: Mara’samort ass. cult – Pierfrancesco Pisani, Consorzio Ubusettete
durata: 53′
applausi del pubblico: 2′ 22”

Visto a Roma, Teatro Argot Studio, il 19 gennaio 2011

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