A cent’anni da Ionesco

Eugène Ionesco
Eugène Ionesco

Eugène Ionesco (photo: romanianculture.org)

Cento anni fa (era il 26 novembre 1909) nasceva Eugène Ionesco, scrittore e drammaturgo francese di origini rumene, eminente esponente di quel ‘nouveau théâtre’ che sconvolse la scena parigina ed europea nel secondo dopoguerra. Ionesco, insieme a Sartre e a Beckett, fu uno dei massimi esponenti del “teatro dell’assurdo”, anche se lui preferì sempre definire il suo un “teatro della derisione”, termine più vicino al lato ridicolo ed esilarante delle sue pièces.

I testi di Ionesco operarono una fusione costante fra commedia e tragedia, utilizzando in modo molto sottile uno humor di profonda disperazione, così da renderlo padre di un teatro in cui assurdità e grottesco conducono al fantastico.

L’evoluzione del teatro di Ionesco ebbe una parabola molto personale: passò infatti dai deliri verbali e sonori de “La cantatrice calva” (messa in scena per la prima volta nel 1950), dove avviene una decostruzione del linguaggio che diventa simbolo di alienazione o di esclusione, fino ad arrivare ad un “teatro astratto” (definizione dello stesso Ionesco), che non rinunciava alle riflessioni sulla condizione umana. L’esempio più interessante è sicuramente “Il Rinoceronte” (1959), spietata analisi politica sulla società durante la Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto delicata e non confermata parodia del nazismo che si era impadronito di tutta l’Europa negli anni ’30: facile per Ionesco rievocare la sua giovinezza in un regime totalitario che, dopo una fanciullezza passata a Parigi, non poteva che disprezzare. Ma “Il Rinoceronte” toccò gli animi di diversi popoli sottomessi – chi prima e chi dopo – da regimi totalitaristi: se i tedeschi riconobbero una critica al nazismo, i russi pretesero addirittura modifiche temendo vi si potesse ravvisare una denuncia del comunismo, e perfino a Buenos Aires i militari gli levarono accuse di antiperonismo.

“La cantatrice calva”, forse la sua opera più celebre, è in scena in questi giorni (fino al 6 dicembre) al Teatro Arsenale di Milano con la traduzione e regia di Marina Spreafico, che nelle note di regia spiega: “Il teatro di Ionesco è stato definito teatro dell’assurdo con un’etichetta che ha avuto straordinaria fortuna. Personalmente non ho mai trovato in Ionesco nulla di assurdo. Al contrario, il suo teatro è perfettamente logico e conseguente. L’apparente insensatezza delle sue commedie e situazioni è solo la maschera dietro la quale si cela una lucida e luminosa analisi della vita umana e dell’appena trascorso mondo del secondo Novecento”.
E a Parigi, nel Quartier Latin, esiste un teatro da un’ottantina di posti in cui, dal 1957, va in scena ogni sera “La cantatrice calva”. È il Théâtre de la Huchette, sul cui palco la famosa “anticommedia” ha ormai raggiunto quasi le 16.500 repliche.

Ma nel centenario dalla nascita, anche la Bibliothèque Nationale de France di Parigi dedica allo scrittore una mostra di inediti, tra cui spiccano i quadri che dipingeva per sconfiggere la depressione che lo perseguitò dagli anni Ottanta sino alla morte, avvenuta il 28 marzo 1994. La mostra, visitabile fino al 3 gennaio 2010, celebra sia il centenario della nascita dello scrittore francese che il dono del suo archivio alla BNF.
“Grazie alla generosità di Marie-France Ionesco, la biblioteca può mostrare al pubblico nuovi materiali, la cui ricchezza ci fa scoprire le molteplici sfaccettature di questo grande riformatore del linguaggio teatrale” ha dichiarato Bruno Racine, presidente della BNF. Si tratta di quasi trecento opere riunite in otto temi – o ossessioni – che esplorano l’universo di quello che rimane oggi uno degli scrittori più rappresentati nel mondo. I documenti presentati nella mostra, per lo più inediti, provengono dagli archivi personali di Ionesco. Per la prima volta viene offerto al pubblico un approccio alla sua drammaturgia attraverso manoscritti, appunti personali, lettere, schizzi e fotografie delle principali rappresentazioni in Francia e all’estero. Numerosi documenti audiovisivi completano questa rievocazione di un’opera proteiforme, che nasce dall’onirico e che non cessa di indagare la nostra condizione umana.

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