Fabbrica Europa 2010. Un turbine di nuove correnti

Frédéric Flamand a Fabbrica Europa 2010
Frédéric Flamand a Fabbrica Europa 2010

Frédéric Flamand presenterà ‘La vérité 25 x par seconde’ (photo: Pino Pipitone)

Da Firenze verso est. Mediterraneo, mar del Giappone, Siberia, Tibet, Corea. Non è Marco Polo nel terzo millennio, ma Fabbrica Europa, il festival fiorentino abituato ad attraversare confini e comporre inedite geografie culturali, alla sua XVII edizione.
Dal 6 al 25 maggio spettacoli e performance, schegge sonore e visioni tra Oriente e Occidente come incontro dei due continenti, che concluderà il ciclo triennale iniziato con Europa – Africa (nel 2008) e Americhe (nel 2009). Il calendario è fitto, forse troppo, a rischio di frastornare. Non resta che immergersi nel flusso composito, nella migrazione di luoghi e forme: perché l’incrocio di Fabbrica Europa è nel cuore stesso delle esperienze proposte, tutte al limite o all’osmosi fra i linguaggi artistici. Ed è questo forse il filo rosso sotteso alla pluralità, la traccia unificante del programma.

Passeggiando tra le sale della Stazione Leopolda, il giorno di apertura, ci accoglierà la scultura in gesso di Massimo Barzagli, abitata la sera dalla permormer Luisa Cortesi in “Action Figure”. E la spirale cosmica di Mario Merz, arte povera per l’espressione dell’ordine matematico del mondo. Prime dichiarazioni di quanto la membrana tra arte visiva e azione scenica sia sempre più sottile e permeabile, come quella tra sperimentazione artistica e ricerca scientifica, che è al centro del bando europeo “Focus on Art and Science in The Performing Arts”, promosso quest’anno per sostenere produzioni sul tema arte e scienza. Attraversamenti di spazi, di stati. I confini tra generi spettacolari si confondono, si mescolano per ridefinirsi reciprocamente.
Ecco allora “Framerate 0_primo esperimento” dei Santasangre, installazione di corpi e ghiaccio che indaga i passaggi di stato della materia, progetto selezionato per la tappa fiorentina del Focus insieme a “Solaire” di Fabrice Lambert e “Lâu Nay” di Alessandro Carboni: coreografia su flussi luminosi che modificano la percezione del movimento il primo, mappatura danzata di una geografia emozionale il secondo.
Il rapporto tra presenza viva e struttura fisica del suono e della luce sembra un campo di indagine prediletto dalla ricerca contemporanea, che artisti emergenti o di lungo percorso declinano in proprie forme spettacolari. Così, i Nanou compongono una partitura ritmica fatta di riflessi, penombre, voci amplificate, azioni che disfano il tempo a ritroso nella nuova tappa del progetto “Motel”, di cui presentano organicamente “Prima e Seconda Stanza”;  Flamand connette i danzatori del Ballet National de Marseille a sensori e telecamere nel circuito chiuso di “La vérité 25 x par seconde”; David Ross e Tempo reale lavorano sulle tecniche di spazializzazione sonora, mentre i Granular Synthesis immergono il pubblico in un’“Areal” fatta di infrasuoni e frequenze luminose.

Sconfinamenti linguistici, echi di un altrove fatto di storie antiche: il volto contemporaneo dell’Oriente eredita l’universo tradizionale plasmandolo in senso odierno. Young Ho Nam reinterpreta l’antica danza coreana, Nacera Belaza scrive con i corpi dei suoi danzatori la possibile conciliazione di libertà e fede musulmana, il gruppo del coreografo Shen Wei attraversa musiche e danze di Tibet e Mongolia sulla via della seta, nel trittico “Re -(I,II,III)”. Ancora: voci gitane del gruppo Dohad dal deserto del Rajasthan, battiti di gong e apparizioni sciamaniche, vocalizzi su testi sacri dell’ebraismo con Victoria Hanna. Canti liturgici ortodossi nello spettacolo “Gospels of Childhood” di Teatr ZAR.
La marea cresce. C’è solo da non farsi scappare “Another Sleepy Dusty Delta Day”, il monologo di teatro-danza dedicato da Jan Fabre al tema dell’amore proibito e del suicidio. E la prima assoluta di César Brie, cha dà voce ai campesinos massacrati in Pando, Bolivia. L’ultima creazione di Cristina Rizzo. Il quartetto Tavolazzi/Nardi/Romano/Le Pera. Una rivisitazione di Lubitsch ad opera di Letizia Renzini e Marina Giovannini. Il Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards e “Il Ponte di pietra” dei Krypton. Addirittura una regia d’opera, per un solo attore, gruppo strumentale e live electronics, di Giorgio Battistelli. E le tavole rotonde su arte e scienza, sul corpo urbano, su tecnologie e nuovi linguaggi secondo operatori e critici, artisti e produttori. I dj-set multietnici. Il circo cambogiano. Le installazioni e i concerti della community Roots&Routes. Consiglio: tuffarsi e lasciarsi trascinare, dis-orientarsi, seguendo risonanze artistiche come il canto di mitiche sirene. Vedremo forse continenti fluidi, terreni definiti eppure ri-esplorabili, nessi e scarti tra culture e scena.

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