Fabian Barba e CollettivO CineticO: per quell’arte che non passa inosservata, dal passato al futuro

Fabian Barba (photo: danaefestival.com)

Fabian Barba (photo: danaefestival.com)

E‘ stato un appuntamento importante il secondo proposto dal Danae Festival a Milano, perché ha coinvolto Fabian Barba, artista ecuadoriano residente in Belgio, che da anni studia incessantemente, in un percorso monodirezionale, Mary Wigman, eclettica danzatrice degli anni ’30 che rivoluzionò il mondo della danza mettendo a punto un sistema di insegnamento basato sulla respirazione e sul principio della tensione/distensione. 

“A Mary Wigman Dance Evening” è quindi uno spettacolo dedicato alla presentazione della ricerca artistica di Mary Wigman, che Barba studia e approfondisce da anni. Uno spettacolo che nasce dalla visione dei pochi materiali rimasti della danzatrice tedesca, riproposti fedelmente, in modo quasi didascalico. 

Fabian Barba è bravo, impressiona la sua capacità di trasfigurarsi in donna con movimenti sinuosi, quasi serpenteschi, che fedelmente riportano al mondo di oggi un’atmosfera onirica, perduta, nostalgica, quella degli anni Trenta. 

I costumi, nati dalla mente della danzatrice, sono interessanti perché fasciano il corpo del danzatore non come un vestito di scena ma come prolungamento degli arti, che riempiono lo spazio con leggerezza, mostrandoci strane figure di danza, in bilico tra il sogno e la realtà. 

Quello che spiace, di fronte a cotanta bellezza, è la totale mancanza di regia dello spettacolo che, di fatto, è proprio una sequenza di piccoli intermezzi di danza, messi uno in fila all’altro senza un filo rosso che li leghi, se non la bravura di Barba. 
Tra un intermezzo e l’altro, le luci di sala si accendono. E il pubblico attende paziente che il danzatore cambi costume e rientri in scena per un altro numero.

Probabilmente la costruzione è molto fedele a un recital anni Trenta. E forse la cosa a quei tempi poteva funzionare, o forse anche oggi ma per un’introduzione. Ma alla terza volta (su nove) che la luce si accende e si spegne, e la sala si rianima in attesa, diventa un po’ un peccato, perché la magia del palco svanisce, il ritmo si spezza e sembra di assistere a nove piccoli spettacoli diversi, dove non appena il cuore si lascia andare alla magia, è riportato alla realtà. 
Peccato perché Fabian Barba è un ottimo danzatore, e sicuramente il suo lavoro di ricerca non passa inosservato. 

Non passa inosservato neppure il lavoro di CollettivO CineticO, altra presenza al Danae Festival.

Tocca dirlo che è un bel lavoro, il loro. Parliamo di quel <age>, omaggio a John Cage, vincitore del Progetto Speciale Performance 2012 “Ripensando Cage”, e nato con un cast di adolescenti, ormai entrati nell’età adulta, che era girato fra OperaEstate e altri teatri e festival, e ora riassetto con un nuovo cast di adolescenti e una (quasi) nuova partitura coreografica.

Come funzionava, e funziona ancora, l’impalcatura di questa creazione? Spazio scenico vuoto; a destra si posiziona, seduto ad un banco con una campana gigante a pulsante, Angelo Pedroni. Che di tanto in tanto schiaccia il gong, facendo anche sul pc progredire la proiezione di slide che sul fondale nero della scena fa apparire alcuni postulati e alcune azioni. I postulati riguardano e descrivono la popolazione del gruppo di nove teenager, le azioni sono di fatto micro coreografie.

Il gioco scenico consiste nel fatto che in teoria i postulati e le azioni cambino ogni volta, per cui il gruppo di soggetti che sarà chiamato a dichiararsi e a compiere la successiva azione scenica è passibile di cambiamento ogni volta.

Tipo: quelli con i capelli biondi. Azione: correre in cerchio. A questo punto il sottoinsieme dei biondi all’interno della micro popolazione di nove adolescenti che si trovano a sinistra della scena vuota si alza. Poniamo siano in tre. E iniziano a correre.

La nuova edizione di  (photo: Michela Di Savino)

La nuova edizione di (photo: Michela Di Savino)

In teoria, banalizzato per capirsi con un esempio basico, ma concettualmente non errato, è un Gioca Jouer dove il dj di volta in volta sceglie a chi far fare l’azione e magari così facendo compone delle micro coreografie di gruppo.
In pratica, l’operazione di Francesca Pennini & co. è molto più raffinata, perché riesce – attraverso una combinazione interessante di scelte coreografiche e partizioni non banali della popolazione di adolescenti – attraverso il meccanismo dei postulati descrittivi, a costringere il gruppo a svelarsi pian piano e a compiere azioni che fra improvvisazione e oculatissima e attenta coreografia, finiscono per tracciare un affresco generazionale molto efficace, che ricorda da vicino per potenza evocativa il “Once and for all we’re gonna tell you who we are so shut up and listen”, della compagnia belga Ontroerend Goed, che aveva sbancato a Edimburgo 2008.

Lì erano 13 giovanissimi attori (14-18 anni) protagonisti di uno spettacolo anche in quel caso senza parole, fatto solo di azioni in cui si condensavano gli atteggiamenti tipici dell’adolescenza (il gioco, il flirt, la cattiveria, lo scherzo, il ballo…) in una modalità ripetitiva ma con variazioni sul tema.

La qual cosa ci fa pensare come uno dei temi chiave del lavoro sugli adolescenti e sull’età di passaggio sia proprio il postulato delle essenze, ovvero la necessità di quell’età di chiamarsi, più che di essere chiamata, di definirsi, nonostante tutto, di potersi iscrivere in una qualche categoria. E da questo punto di vista, pur se in modo totalmente schematico e dato per lo spettatore, la performance di CollettivO ha un risultato se possibile anche più incisivo di quello di cui si rammentava, perché riesce a sublimare in una dimensione antropologica che come proprio negli intenti del gruppo di pensiero coagulatosi intorno alla Pennini, fa incontrare spettatori e performer in uno spazio sospeso, che è uno spazio concettualmente di gioco, quindi in cui vigono regole e sistemi di valori diversi da quelli della società reale. Ma che hanno il potere di descriverla.

E’ ovvio infatti che chi gode invadendo l’America Latina con i carri armati a Risiko non sia per questo un guerrafondaio, o chi trasforma le case in alberghi a Monopoli non è uno speculatore senza scrupoli. Ma uno che magari spinge un performer di cui ha il “remote control” come in “Noi non distruggeremo…” a compiere azioni al limite della morale sociale condivisa: ecco, lì il gioco di CollettivO CineticO si svela in tutta la sua capacità descrittiva.

In <age> dopo che lo spettatore si abitua alla ripetizione delle azioni, e si inizia a chiedere sulla loro più o meno casuale sequenza, ecco che quell’interrogativo inizia ad uscire dal teatro, lo sguardo a farsi indagatore su quei ragazzi, a cercarne un universale, un legame con il mondo.

E quel legame esiste. C’è. E’ vivo e fortissimo. Contemporaneo e concreto. E chi se ne frega se <age> non ha niente di “teatrale” nel senso in cui il termine viene inteso dalla maggior parte della società ancora e forse sempre più piccolo borghese da cui l’Italietta non sa evolvere. 
Fossi un direttore artistico programmerei <age> a tutti i costi, così da far sembrare di colpo (e magari una volta per sempre) vecchissimi e così poco descrittivi i mattatori o i divetti tv di cui invece sono piene le programmazioni per far arrivare un po’ di gente.

L’Out Off è quasi sold out (cosa onestamente rara) per le serate di Danae in cui ha programmato la performance. E noi ne usciamo con l’idea che CollettivO CineticO un premio se lo meritava per davvero. Rete Critica è arrivata al momento giusto. Perché forse sono l’unica realtà di calibro nazionale (e non solo) che, raccogliendo le eredità di quel triennio fecondo 2009-11 fra Teatro Sotterraneo e Pathosformel, guarda oggi allo spazio della scena senza riverenze e regole precostituite, immaginandolo ogni volta come un campo aperto all’invenzione.

Spazio ludico e descrittivo, coreografico e poetico, di sfida e di possibilità. E’ sempre rischioso. Sì. Si può sbagliare. Sì. Ma proprio per questo profuma di arte, quell’intersezione fra l’errore e il piacere che permette all’uomo di sopravvivere. 

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