Fabre Mots al Teatro Cinque. Incontro con Irina Galli e Alessandro Del Bianco

Fabre Mots
Fabre Mots

Fabre Mots (photo: teatrocinque.it)

Debutta stasera al Teatro Cinque di Milano Fabre mots, lavoro di teatro-danza con le coreografie di Irina Galli che trae origine dalle abilità della regista-coreografa di lavorare fra arti tessendo linguaggi che vanno dal testo, dalle sue sonorità e dalle sue valenze simboliche al nascere di un movimento individuale e collettivo che è già, da subito, danza e teatro.

Teatro Cinque è una realtà sperimentale che ha sede lungo i Navigli, a Milano, e che da anni lavora, nella ricerca del duo Galli/Del Bianco, sull’espressività del personaggio, del suo gesto essenziale che – ripetuto, contratto o dilatato nel tempo – assurge a simbolo, icona e istante vivo di quell’essere. La scuola si ispira al percorso realista seguito da Alessandro Del Bianco nella conduzione degli attori. Quello che viene messo in scena non è il testo, quanto piuttosto la relazione tra gli attori e il testo. E tra la regista e il testo.

Lo spettacolo, che rimarrà in scena fino al 21 dicembre, sancisce l’incontro della scuola del Teatro Cinque con la scrittura carnale di Jan Fabre, le suggestioni oniriche dei suoi personaggi estremi, in costante conflitto tra pulsioni, elevazioni e ossessioni nella lotta contro la banalità del vivere quotidiano. La ricerca di Fabre, fin dall’inizio degli anni ’80, mirava a scardinare gli impianti del teatro del Novecento. Da Theatter geschreven met een K is een kater e This is theatre like it was to be expected and foreste (Questo è il teatro come ci si doveva aspettare e prevedere), spettacolo che dura otto ore, dal tramonto all’alba, Fabre acquisisce una notorietà che lo porta, nel 1984, a presentare alla Biennale di Venezia The power of theatrical madness (altre cinque ore), da cui emerge ancora più chiaramente lo stile eccessivo e “crudele”.


In un ondivago procedere di visioni intime alternate a epifanie scabrose, crudeli con se stessi e gli altri nella ricerca disperata dell’essere visti nell’amore, la scena si condensa in una gabbia che rinchiude e racchiude, come negli anfratti oscuri della mente, brandelli di personaggi e di visioni fluttuanti, all’interno della quale azioni sospese e danzatrici volanti danno corpo alle evocazioni del testo, in atmosfere acide e struggenti fra techno e pop art.
Abbiamo intervistato i due promotori di questo vero e proprio centro culturale che, oltre ad essere teatro, è anche sala prove, scuola teatrale e libreria in cui poter scoprire drammaturgie nuove, come quella di Fabre, anche lui artista visivo e promotore di una ricerca tesa ad oltrepassare le barriere comunicative. Un incontro con nuove possibilità espressive e spinta all’interdisciplinarietà a cui KLP rivolge grande attenzione.

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