Family Affair – Roma. Lo straniamento dolce di ZimmerFrei

Family Affair Roma (photo: teatrodiroma.net)
Family Affair Roma (photo: teatrodiroma.net)

Chi lo sapeva, allora? Ma a ripensarci adesso, si può proprio dire che “Family Affair” di ZimmerFrei, in scena al Teatro India di Roma per due weekend in apertura e chiusura di febbraio, è stato – fra i tanti – il più asciutto commiato dalle sale teatrali, chiuse anche da Roma in giù per la questione Covid-19: un viatico, anche nel contenuto, per il ritorno di ciascuno al chiuso delle proprie famiglie, nelle proprie case, nelle proprie storie.

Il dispositivo drammaturgico in cui i soggetti sono inseriti è semplice ma efficace, e si basa su uno sfasamento che produce una continua crisi dell’ascolto: attaccati a cuffie wireless uomini, donne, ragazze e ragazzi del quartiere Ostiense ripetono le risposte che un loro parente ha dato all’intervista del collettivo bolognese.
Così le parole del marito sono pronunciate dalla moglie (mentre lui è in video, immobile, occhi chiusi, come a partorire un pensiero vocalizzato da altri), quelle della moglie dal figlio e via di seguito, in un programmato e insistito straniamento che agisce come uno stimolo nervoso, insopprimibile.
Sarà uno dei cinque figli della donna nomade a raccontare l’avventura della madre che, partorita una bimba con sindrome di Down, occupa un garage e poco per volta lo trasforma in abitazione, in casa padronale, in nido per cinque diverse figliate di nipotini; è il giovanissimo papà a raccontare la giovanissima mamma, liceale al tempo, e l’incredibile quasi inconsapevole parto notturno domestico; la ragazza nata da genitori anziani, che scambiano la gravidanza per un tumore, fa la voce al padre; i figli di una coppia gay ne raccontano le difficoltà e le normalità, impadronendosi di confessioni attutite ma comunque penetranti.

Tale dispositivo si appoggia su una scenografia puramente d’uso, informale e molto comune, oggi, nei teatri: un telo da proiezione sul fondo, il tavolo tecnico a destra, con mixer ecc., un paio di microfoni con asta in mezzo al palco, generiche postazioni di attesa per chi li userà sulla sinistra (una panca, spazi a terra).


Il tutto è manovrato dai marionettisti di ZimmerFrei che si occupano della “tecnica” e degli strumenti accessori, i pochi oggetti di scena, dei costumi sul palco, mantenuti identici a quelli dei video, della drammaturgia scandita in momenti separati, l’ultimo dei quali è una sorta di pastiche di parole enigmaticamente confuse le une con le altre, le voci dei protagonisti mischiate come a dar vita a una città multiforme e viva, con i discorsi afferrati a metà, quelli persi e quelli che non possiamo capire, nei quali l’intimo diviene quotidiano, lessico famigliare altrui. E, anche, si sono occupati, evidentemente, del casting, che più che altrove è sintomatico di un’idea di città che vogliono trasmettere.

Questa romana è infatti la decima tappa del progetto Family Affair (che meriterebbe di essere visto per intero, per farsene un’idea completa, all’altezza dell’impegno): partito nel 2015 e spostatosi da Lille a Forlì, da Shenzhen alla Sardegna, e altrove ancora, tenta di costruire con queste macchie di leopardo la geografia umana della famiglia contemporanea. Il sottilissimo crinale tra realtà e sua resa, o esplorazione attraverso un medium – tra il casting, a cui si accennava prima, l’intervento fisico dell’operatore/dramaturg e sorgiva presenza del contenuto – è un problema che non ha età né soluzione, e si perde nella solita notte dei tempi.
ZimmerFrei dichiara la sua presenza innanzitutto attraverso l’operazione straniante dell’attribuzione delle parole a un altro soggetto: ma è evidente che chi pensasse che il peso dell’autorialità sia limitato a ciò, incorre in errore.

La scelta delle famiglie, oltre a una serie di dettagli, come la lunga lista dei nomi di quelle interpellate, recitata live in scena, suggerisce l’idea di una città polimorfa e tutto sommato egalitaria e tollerante che, nonostante la marea montante del populismo e dell’insofferenza, frutto di una tangibile ondata di legittimazione di atteggiamenti che si credevano obliterati, è forse un po’ troppo garbata, inavvertitamente e sottilmente ottimista. La donna nomade a cui viene concesso tranquillamente, dai legittimi proprietari, lo spazio per crescere i suoi figli e nipoti; la coppia gay borghese, illuminata, con due figli; l’iraniano laico la cui madre sputa sul velo che la nuora è obbligata a portare quando va a farle visita in patria: queste paiono a chi ci vive le eccezioni di una Roma in retromarcia su vari temi, tra cui quello della cultura democratica.

Quella di ZimmerFrei non appare dunque una voce che si impelaga nel compito di descrivere tranche de vie, informata di qualsivoglia tesi preliminare; è invece un indice che sembra voglia segnarci, probabilmente, l’auspicato futuro. Lo fa scegliendo di rinunciare a una visione di classe (le classi in “Family Affair” sono più una questione di varietas rappresentativa, non sembrano reagire, generare frizioni o paradossi), ma non alla segnalazione di vite adolescenti comuni fino alla più sconvolgente normalità, e proprio per questo davvero illuminanti. Come il racconto di una festa di Capodanno tra storie Instagram, canne e “sbrocchi”, che ha la grana eccitante della piatta, pura contemporaneità.

La forma del lavoro, la meccanica di questo dispositivo è poi forse leggermente invecchiata, a cinque anni dalla sua ideazione: tanto si è nel frattempo riflettuto sulla realtà della vita trascinata in scena. E se la pulizia del dispositivo di “Family Affair” lo mette in un certo senso al riparo dall’obsolescenza, altri e probabilmente meno eleganti esperimenti hanno nel frattempo scosso più dalle fondamenta le scene dei teatri. Due a caso: le installazioni strazianti di Rimini Protokoll (come l’inquietante “Nachlass”); la spiazzante e ambigua crudezza di Samira Elagoz (il cui “Cock cock… who’s there” condivide con “Family Affair” il dispiegarsi in progetto seriale), la quale oltretutto si interroga, o almeno sollecita a interrogarsi, sui nuovi mezzi attraverso il quale la realtà è filtrata.

Family Affair – Roma XI
concept ZimmerFrei
regia Anna de Manincor
suono Massimo Carozzi
video Anna de Manincor
assistente alla regia Muna Mussie
assistente all’organizzazione Gaia Raffiotta
con Diana Cologgi, Gianni Cologgi, Lia Giartosio Goretti, Tommaso Giartosio, Andrea Goretti Giartosio, Franco Goretti, Romeo Hadzovich, Claudio Larena
Chiara Maraldi, Sofia Naglieri, Greta Palucci, Matteo Palucci, Sevla Sejdic!, Fiorella Zorri
con la partecipazione in video: Elia Abkari, Younes Abkari, Javad Abkari, Paola Barberini, Roberta Barbosi, Arianna Cologgi, Cristian Gasbarri, Dario Gasbarri, Filippo Gasbarri, Giorgia Gasbarri, Cloe Hadzovich, Jhonatan Hadzovich, Vasy Hadzovich
Angelina Hrustic, Fatima Hrustic, Selene Larena, Alessio Marras, Mia Marras, Emma Palucci, Emanuele Palucci, Luca Palucci, Marco Palucci e i gatti Gemma Liquirizia e Yuki
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
coproduzione Network Open Latitudes
con il supporto del Programma Cultura dell’Unione Europea e Film Commission Emilia-Romagna

durata 1h 05’
applausi 2’ 30’’

Visto a Roma, Teatro India, il 1° marzo 2020

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