Amare sopra i morti di oggi. I Fantasmi di Vetrano e Randisi

Fantasmi di Vetrano e Randisi

Fantasmi di Vetrano e Randisi (photo: teatrostignani.it)

“Perché son tutte cose che passano, e se pur lasciano traccia, è come se non la lasciassero, perché su le stesse tracce, sempre, la primavera, guardi: tre rose più, due rose meno, è sempre la stessa; e gli uomini hanno bisogno di dormire e di mangiare, di piangere e di ridere, d’uccidere e d’amare: piangere su le risa di jeri, amare sopra i morti d’oggi. […] Che vuole che cambi? Che contano i fatti? Per enormi che siano, sempre fatti sono. Passano. Passano, con gli individui che non sono riusciti a superarli. La vita resta, con gli stessi bisogni, con le stesse passioni, per gli stessi istinti, uguale sempre, come se non fosse mai nulla: ostinazione bruta e quasi cieca, che fa pena”.

È con un’apertura come questa, tratta dalla novella del 1915 di Pirandello “Colloqui con i personaggi”, che Enzo Vetrano e Stefano Randisi danno il via a questa sorta di piccola “trilogia della morte” – uno spettacolo che assembla testi pirandelliani raccordati dalle tenere figure di Totò e Vicé, i poetici barboni di Franco Scaldati.

Staremo ad aspettare il treno con il viaggiatore e con “L’uomo dal fiore in bocca”, di cui viene presentata un’interpretazione misurata che fa risaltare la malinconia amarezza del testo. Entreremo nella casa in lutto di “Sgombero”, altra novella dal tratto estremamente teatrale scritta dal drammaturgo siciliano intorno al 1916-17.

Ci prendono per mano e ci conducono in queste stanze le due delicate creature di Scaldati, che con leggerezza passano dalla vita alla morte e di nuovo alla vita semplicemente tornando indietro dal camposanto, non avendo la ‘tessera di morto’ ma più che altro non volendo separarsi, non volendo restare lontani – uno di qua e uno di là dal crepuscolare mondo senza tempo che traversano, dandosi la mano e chiamandosi continuamente per nome.

Ci pare che il più forte collante del lavoro sia la bravura della storica coppia d’attori, che meritatamente nel 2011 ha vinto il premio Le Maschere del teatro italiano e che da decenni propongono nei circuiti più classici dei teatri di prosa spettacoli in cui la loro bravura ha tanto da insegnare anche ai giovani attori di quello che viene chiamato teatro di ricerca.

A spettacolo concluso, ne avremmo voluti avere di più, di questi incontri con i due bislacchi amici, un po’ beckettiani e un po’ maschere della commedia d’arte; è bello sentirli parlare, e la loro lingua semplice, che pone domande surreali con la grazia dei bambini (ma gli angeli prendono il treno? E se gli angeli sono i morti buoni, i vestiti di questi morti diventano le ali?) fa da contraltare alla ricca prosa pirandelliana. Fa quasi dimenticare questa stessa prosa, che lascia nelle ossa una sorta di malanimo, come dopo un’influenza. È così che si esce dal teatro; un po’ acciaccati, un po’ ammaccati, senza saper bene da cosa dipenda. L’agrodolce sapore dell’epitelioma? Questa presenza della morte che sta addosso ai passanti senza che se ne accorgano? Il riecheggiare inconsapevole di quel “piangere sulle risa di jeri, amare sopra i morti d’oggi” che ci angustia un po’ e che proprio ‘oggi’, 4 marzo, ci suona tanto amaro?

E dire che la conclusione dello spettacolo è in levare, c’è un’apertura positiva e una continua dichiarazione d’amore per la vita (come, in un certo qual modo, è per “L’uomo dal fiore in bocca”). E anche: mai la morte c’è sembrato un limite, qualcosa di cui non poter o non voler parlare. Ma pure, qualcosa ci confonde, e dal nostro palco di secondo ordine ci guardiamo intorno un po’ smarriti.

Il teatro è gremito di un pubblico pomeridiano, domenicale, ben vestito, che diligente applaude a ogni cambio di scena e negligente risponde ai cellulari durante lo spettacolo. La cittadina fuori è semideserta, un accenno di pioggia nelle strade pulitissime, regolari, coi palazzi in ordine, restaurati di fresco quasi a tener su il silenzio con un certo ostinato decoro.

Quasi in contemporanea, a pochi chilometri da qui, migliaia di persone stanno seguendo il feretro di un artista noto e amato, nel giorno in cui avrebbe festeggiato il suo 69° compleanno.
Forse anche tutte queste sensazioni, queste strane mappe di coincidenze, contribuiscono a farci smarrire immalinconiti nell’incrocio dei testi proposti; e lo ammettiamo, disarmati, proprio perché il teatro è qualcosa che accade sempre in un modo unico, secondo uniche condizioni – che sono dunque influenti anche nell’orientare la percezione. Come il termometro di Heisenberg: anche se di pochissimo, di una misura infinitesimale, la sua presenza nell’acqua ne varierà pur sempre il punto di bollore.

FANTASMI L’uomo dal fiore in bocca, Sgombero, Colloqui coi personaggi di Luigi Pirandello e con Totò e Vicè di Franco Scaldati
di: Enzo Vetrano e Stefano Randisi
con: Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Margherita Smedile
regia: Enzo Vetrano e Stefano Randisi
produzione: Teatro degli Incamminati Diablogues / Compagnia Vetrano-Randisi
scene: Marc’Antonio Brandolini
costumi: Mela Dell’Erba
suono: Alessandro Saviozzi
luci: Maurizio Viani
durata: 1’10
applausi del pubblico: 2′ 57”

Visto a Imola (BO), Teatro Erbe Stignani, il 4 marzo 2012

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