Far teatro a New York. Nel brulicante sottobosco artistico della Grande Mela

Theatre in New York è un sito che raccoglie tutti gli spettacoli in scena a NY, indipendentemente dal genere

Theatre in New York è un sito che raccoglie tutti gli spettacoli in scena a NY, indipendentemente dal genere

Pensando alla veste teatrale di New York siamo portati ad immaginare immediatamente le infinite luci di Broadway. Ma credere che il palcoscenico di questa metropoli si limiti a questa realtà sarebbe come assaggiare solo la buccia della Grande Mela. Per parlare di tutte le realtà presenti a New York non basterebbe un libro.

Sperimentale, sub-urban, indipendente, off Broadway… la città brulica di spazi delle più variegate realtà, da Brooklyn a Soho, fino ad Harlem.
Il teatro Off Broadway comprende più di 40 spazi in grado di accogliere tra i cento e i cinquecento spettatori, per cui si parla già di teatri di un certo circuito. A questi si aggiungono circa 370 piccoli spazi, 95 orchestre, 300 piccole compagnie e più di 5.000 coreografi.

La Terza e la Quarta Strada ne sono un esempio lampante. Da est a ovest è possibile trovare tanti spazi quanto il totale di una città di provincia italiana. A ovest i locali di live music, dal jazz caratteristico della storia della città, come il Village Vanguard, il Blue Note, lo Smalls o il Village Underground, al rock più recente che promuove giovani gruppi emergenti.

Il lato est offre tutto il panorama della scena teatrale da scoprire (letteralmente, dal momento che alcuni spazi si trovano in uno scantinato sottoterra, per niente visibili dalla strada). Tra tutti trionfa lo storico La Mama, fondato nel 1961 da Ellen Stewart in un seminterrato del LES (Lower East Side), che si è occupato di promuovere il teatro più coraggioso e provocatorio diventando nel tempo una organizzazione internazionale con molti partner nel mondo, e una sede anche in Italia, a Spoleto, sede de La Mama Umbria.

Proseguendo verso ovest seguono il Paradise Factory (centro dedicato allo sviluppo teatrale e cinematografico), il New York Theatre Workshop, centro fondato nel 1979 da Stephen Graham per sostenere e promuovere nuove forme teatrali e nuovi direttori artistici al di fuori dell’area commerciale, il latino Teatro Circulo, il trasgressivo Duo Theatre, o ancora il Kraine, piccolo teatro che ospita i festival più bizzarri, dal burlesque a tipici fringe festival. Tutto questo in due strade.

Poco ad est di La Mama, sulla Terza Strada, si trova il Newyorican Poets Café, altro locale storico della città, che da quarant’anni ospita lavori che spaziano dal teatro a musica e arti visive, ma soprattutto caratteristico per le performance poetry, frequentato agli albori da personaggi quali Allen Ginsberg, che lo definiva “il luogo più integrato del pianeta”.

E’ sempre emozionante assistere ad una live performance poetry, e lo è stato sicuramente ancora di più in questo periodo, segnato da scontri civili tra polizia e cittadini di colore, e da manifestazioni di protesta in difesa dei più deboli. Il locale è enormemente frequentato, tanto che per entrare si assiste ogni sera ad una lunghissima fila di persone in attesa anche per ore (e nonostante il freddo): non tutti ci riescono. Le performance si susseguono molto animatamente, con poesie create dagli artisti – più o meno conosciuti – dal ritmo intenso e crescente, che trascinano il pubblico in ovazioni di consenso e in risposte costanti: l’interazione tra artisti e pubblico è una delle caratteristiche più originali del Newyorican, un luogo che rappresenta insomma una delle anime più autentiche della città.

Al Kraine abbiamo invece assistito ad una performance del tutto diversa, realizzata dal collettivo di artisti Amios, per la direzione artistica di Rob Hille & Justin Robert Yorio, che porta avanti un lavoro di ricerca su improvvisazione e interazione tra diverse discipline, e che ogni mese mette in scena nuovi lavori seguendo tre parametri dettati di volta in volta dal direttore artistico.
La serie che stanno realizzando al momento si chiama “Shotz Noir” e seguendo poche indicazioni (una determinata frase che deve essere riportata in ogni lavoro e alcuni oggetti di scena) presentano al pubblico sei brevi lavori in una stessa serata (di solito il primo lunedì del mese).
In una scena semiscura e con il sottofondo musicale di una tromba suonata dal vivo, i sei gruppi inscenano piccoli sketch ironici della durata di pochi minuti sul tema del noir, giocando su slittamenti di senso e strappando risate al pubblico, che sembra partecipare assiduamente agli appuntamenti, nonostante lo spazio sia piccolo e quasi sempre completamente esaurito.

Il quantitativo di spazi e realtà teatrali non pare tuttavia garantire maggiori possibilità. Se in Italia ci lamentiamo della vita difficile a cui artisti e teatri sono sottoposti, fra tagli alla cultura e difficoltà burocratiche di ogni genere, è bene ricordare che il teatro a New York non è finanziato, se non sottoforma filantropica, da enti privati o in forme indipendenti. Le piccole compagnie e gli artisti emergenti pertanto non hanno comunque vita facile.

Per la danza la situazione non è migliore. Alcuni teatri affittano i loro spazi a prezzi costosi, o fanno circolare solo grandi nomi. E’ il caso del Joyce Theatre, che programma artisti quali i Momix, Martha Graham o i vari Royal Ballet del mondo.

Per i quasi 5000 coreografi indipendenti presenti a New York non esistono poi così tante realtà in cui lavorare e far circuitare i propri spettacoli. Ce lo ha confermato anche Nancy Zendora, coreografa che vive e lavora a New York da oltre 30 anni.
Formatasi nel 1977, la sua compagnia ha all’attivo quasi un centinaio di lavori dalla forte estetica, che rimanda ad antichi rituali orientali; spettacoli che ha spesso portato anche all’estero, in Paesi come Egitto, Korea, Russia, Giappone…
La sua ricerca è incentrata sul rapporto tra l’essere umano e la natura, andando a modellare figure che non vogliono risaltare solo l’aspetto estetico minimalista, ma suggerire un differente approccio alla realtà, un diverso modo di sentire e di essere.

La compagnia Nancy Zendona

La compagnia Nancy Zendona

Incontriamo Nancy a Soho, il 4 gennaio, in un piccolo ‘bakery’ greco.

Come nasce il tuo lavoro, collocato a metà strada tra l’estetica occidentale e quella orientale?
Sono molto affascinata da questo aspetto della cultura orientale. Qui in America c’è una terribile cultura “fisica”: si dà molta importanza a questo aspetto. Quando presento i miei lavori in Asia o in Messico, in società più comunitarie o dove prevalgono culture più “tribali”, sento maggiormente valutato il legame tra il paesaggio e i rituali o la vita sociale. Io mi sento senz’altro più legata a questo.

Il tuo lavoro consiste anche in molta ricerca.
Sì, viaggio molto e cerco di apprendere dalle diverse culture. Ho viaggiato in Egitto, nello Yemen, in Korea, dove c’è un bellissimo festival che si occupa di contaminazioni tra danza, musica, teatro.

La performance contemporanea è spesso un’interazione tra diverse discipline...
Sì, ma non è sufficiente per costruire una “nuova visione”. Ieri ho assistito ad una performance sperimentale che mi ha molto deluso. Penso che un po’ tutti, oggi, cerchino di sperimentare diversi modi di avvicinarsi al proprio lavoro, sia con la scrittura che con la danza, ma non è poi così semplice proporre nuove visioni.

A quali personaggi ti sei ispirata per il tuo lavoro?
Mi sono molto ispirata a Meredith Monk, un’artista con cui mi sento in vera connessione e che ha un approccio alla vita in un certo senso opposto rispetto alla realtà. I suoi lavori rappresentano più un senso metafisico della vita, piuttosto che una realtà, e io mi sento molto legata a questo aspetto, se vogliamo anche un po’ onirico. Non creo lavori che trattano direttamente realtà politiche o sociali. Ma possono rappresentare dei suggerimenti su diversi piani.

Dove trova spazio in città la tua danza, e dove ci si esibisce qui a New York?
Per lo più in piccoli spazi, come il 92nd St Y, il Movement Research at Judson Church, il

E che mi dici del teatro Off Broadway?
Il teatro Off Broadway è molto caro (bisogna pagare gli spazi) e devi avere un bel potere per circolare in luoghi come ad esempio il Joyce Theatre. In questi circuiti si vedono solo nomi importanti.
Io di solito presento alcune performance anche in loft, perché spesso creo lavori site specific. Dipende dal tipo di collaborazione. Di recente ad esempio ho collaborato con un musicista, e abbiamo realizzato una performance in un parco.

Come vi segue il pubblico?
Semplicemente tramite mailing list.

E come riesci a finanziare i tuoi lavori?
Riesco a farlo da sola, ma con molte difficoltà, e lavoro con pochi performer, che pago esclusivamente per i singoli lavori. E’ una realtà molto difficile questa, e solo se hai una vera passione puoi farcela.

Al momento stai lavorando a qualcosa?
Sì, sto lavorando a un progetto basato molto sull’improvvisazione. Sono interessata alla relazione mitica tra la natura e l’essere umano. Inoltre sto lavorando con danzatori di età matura, tutti sopra i 40 anni.

I numeri di teatri ed artisti di New York fanno capire meglio come possa essere difficile “sfondare” in una città di cui si tende sempre a pensare che tutto sia possibile. E in cui i quarantenni tornano ad esser considerati artisti in età matura…

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