Fatzer Fragment. In trincea con Brecht

Fatzer Fragment

Fatzer Fragment (photo: Andrea Macchia)

“Mi paralizza il Domani e quest’Oggi senza impegno!” (B. Brecht)

Al mondo esistono due tipi d’uomini: chi ha il potere e chi lo subisce. Come eliminare questo stato di cose? Con o senza la violenza?
Parte da qui Fabrizio Arcuri per offrire la sua personale visione del Fatzer di Bertolt Brecht, “Fatzer Fragment/Getting Lost Faster”.
Il progetto nasce come collaborazione fra lo Stabile di Torino e la Volksbühne di Berlino, e include anche la produzione di René Pollesch “Kill your darlings”.
Reduci, la settimana scorsa, dai rispettivi debutti a Berlino, i due spettacoli saranno presentati a Torino dal 6 al 12 febbraio, contornati da interessanti iniziative su Brecht a tutto tondo: Brecht_Camp includerà infatti un convegno il 10 febbraio, la mostra fotografica “Essere deboli è umano e perciò deve cessare”, con gli scatti di Eva Frapiccini e Franziska Hauser, e una rassegna cinematografica.


Torniamo al Fatzer.
In origine, è l’autunno del 1917, e quattro soldati sul fronte franco-tedesco finiscono con il loro carro armato in una landa desolata.
Dei quattro soldati, ci racconta Brecht, tre sono disorientati: davanti a loro c’è il fronte; dietro chi li ha spediti in guerra. Ecco allora puntare proprio su questo aspetto il quarto, che comincia a spronarli a disertare. Il nemico non sta là, sulla linea di combattimento, ma alle loro spalle, in quella società borghese che ha scatenato la guerra.

Brecht scrive 500 pagine di appunti tra il 1926 e il 1930. L’Europa vede la democrazia declinare nel fascismo in Italia, l’ascesa del nazismo in Germania, la deriva stalinista in Russia… In questo clima, i frammenti del drammaturgo tedesco non possono che rispecchiare il fallimento umano. Fatzer nasce quindi dall’insofferenza verso una società che strumentalizza, soffoca il dissenso e produce violenza.

Arcuri ha lavorato sul testo frammentato e mai concluso di Brecht per circa un anno. Lo ha fatto insieme a Milena Massalongo, che già aveva tradotto per Einaudi la versione per la scena che, di questi frammenti, aveva dato Heiner Müller nel ’78 con “La rovina dell’egoista Johann Fatzer”. E avvalendosi della collaborazione di Magdalena Barile, di nuovo in coppia con Arcuri per dar forma alla drammaturgia, dopo i sempre brechtiani “Orazi e Curiazi“.
Ecco allora che i riferimenti alla prima guerra mondiale spariscono per parlare di una guerra più generica, ampliando quel senso di fallimento e di vuoto umano e collegandolo al nostro contemporaneo: “Il panorama dentro cui si presenta il nostro Fatzer – scrive Arcuri nelle note di regia – è quello degli ultimi vent’anni: piazza Tienanmen, Torri gemelle, la morte di Carlo Giuliani, gli scontri di Genova, quelli di Roma e quelli della prossima manifestazione in qualche angolo del mondo”.

L’intento di Arcuri è rimanere ancorato ai principi fondamentali del teatro brechtiano. Ma trasportando tutto al presente, che tanto quei dettami restano ancora validi e, anzi, occorrerebbe rivitalizzarli.
Per far questo Magdalena Barile non è l’unica “certezza” di cui il regista dell’Accademia degli Artefatti si circonda. Anche alla luce dei 50 giorni di prove disponibili, il cast viene farcito di ulteriori rapporti collaudati, e a ragione: si vedano i casi di Matteo Angius e Francesca Mazza, ma anche le musiche composte ed eseguite dal vivo da Luca Bergia e Davide Arneodo dei Marlene Kuntz, o l’apporto dei Portage.

In un dialogo/monito che abbatte la quarta parete, il Brecht di Arcuri gioca in un continuo rimando (a)temporale che non dimentica né cela lo scopo didattico del Fatzer.  
Bella l’estetica dello spettacolo, da deriva post-industriale, colori decisi e numerosi oggetti, con alcuni elementi che, mischiando anche in questo caso le epoche, sembrano riportare ad atmosfere passate ma senza farci dimenticare la nostra, così da restituirci a tratti atmosfere da Grande Fratello sia televisivo che letterario. Ecco allora la necessità di non farsi imbonire dalle emozioni ed allertare il cervello.
Su tutto aleggia un no-sense cinico, che riflette i bombardamenti del nostro grottesco quotidiano, trincea e avamposto di sopravvivenza.

Azzeccati e piacevoli risultano gli inserti musicali, quasi da volerne di più.
Il lavoro soffre però in alcuni punti di un calo di tensione, e la lunghezza si fa sentire. Un po’ è il rischio di trovarsi di fronte ad una produzione importante; un po’ (anche) la tentazione registica, forse in questo caso aiutata dal lavoro compiuto per arrivare alla versione per la scena. Ricostruire da tanti appunti e annotazioni, a detta dello stesso Brecht “irrapresentabili”, il percorso più ‘funzionale’ è certo un’incognita. Soprattutto nella convinzione registica che “ogni possibile soluzione agli enigmi del Fatzer, oggi non può che dimostrarsi parziale”. 

Poi il ritmo inceppato riparte, complici alcuni ottimi attori, fra cui – quasi inutile dirlo – Francesca Mazza. Ma qualche limatura potrebbe forse giovare all’incisività dello spettacolo, non per questo stravolgendone l’essenza.

Fatzer Fragment / Getting Lost Faster
di Bertolt Brecht
traduzione e consulenza drammaturgica: Milena Massalongo
versione per la scena: Magdalena Barile
con (in ordine alfabetico): Matteo Angius, Francesca Mazza, Beppe Minelli, Paolo Musio, Mariano Pirrello, Werner Waas
musiche composte ed eseguite dal vivo: Luca Bergia e Davide Arneodo (Marlene Kuntz)
azioni sceniche e realizzazione oggetti performativi: Alessandra Lappano e Enrico Gaido (Portage)
regia: Fabrizio Arcuri
scene: Gianni Murru
disegno luci: Diego Labonia
video: Lorenzo Letizia
costumi e assistente alla regia: Marta Montevecchi
una produzione del Teatro Stabile di Torino nell’ambito della partnership teatrale con la Volksbühne am Rosa-Luxemburg-Platz di Berlino “Fatzer geht über die Alpen”, promossa dal “Fonds Wanderlust” dalla Fondazione Culturale Federale
durata: 2h 08′
applausi del pubblico: 1′ 54”

Visto a Torino, Cavallerizza Reale, il 16 gennaio 2012
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