Passato, presente e futuro di Sineglossa. Intervista a Federico Bomba

Federico Bomba

Federico Bomba (photo: visionidelcontemporaneo.com)

A margine della Notte Matilde abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Federico Bomba, regista di Sineglossa, giovane compagnia marchigiana nata nel 2006 ma già con un bel percorso strutturato alle spalle: numerose menzioni speciali ad altrettanti premi, vincitrice di Germinazioni e del bando Nuove Creatività promosso dal defunto Ente Teatrale Italiano. Ma la cosa più interessante di questa compagnia è il farsi promotrice di iniziative nuove e diverse, visioni strettamente legate al teatro ma che da lì partono per nuove interpretazioni del reale.

Se dovessimo fare uno storico di Sineglossa da dove partiresti?
Partirei dalla grande cesura del 2010, dopo la presentazione di “Eresia Nera” e “Eresia Rossa” a Romaeuropa. Per quattro anni avevamo lavorato alla costruzione dei nostri spettacoli in maniera molto precisa, millimetrica, chiusi in sala, con una relazione molto forte, direi di tipo direi familiare tra noi, come nella tradizione di tanto teatro italiano. E’ poi arrivato il progetto Habitat Teatro voluto dalla Provincia di Ancona, con l’assegnazione della gestione di un piccolo teatro per diversi mesi, nello specifico quello di Arcevia, e anche di un piccolo finanziamento. Questa esperienza, che comunque poteva essere una grande opportunità, ha segnato invece la fine di un periodo; la relativa sicurezza che ci veniva da una situazione per così dire protetta, ci ha rimesso di fronte a tante domande riguardo al nostro fare, a come essere sempre e costantemente in ascolto del tempo in cui si vive. E questo ha generato un’esplosione tra di noi, esplosione che però si è trasformata in una rinascita. Attualmente ognuno di noi ha progetti individuali o con altre persone esterne a Sineglossa, e per la compagnia è arrivata la grande opportunità del Grotowski Institute che, dopo aver visto i nostri video, ha deciso di sostenerci fino al 2016. Io personalmente sto vivendo una situazione un po’ schizofrenica: da una parte la Polonia con un lavoro sicuro, un livello altamente professionale nella produzione, dall’altra parte l’Italia con una situazione sempre di grandi contingenze, che mi obbliga continuamente a ripensare perchéè faccio quello che faccio. Da una parte registra teatrale, dall’altra qualcos’altro che non so bene ancora definire.

E’ l’ambiente italiano che non permettere di definirti?

Esatto. In Italia non riesco a pensarmi un regista teatrale: festival non ce ne sono, le rassegne non ti prendono, il pubblico è solo su chiamata perché, pur essendoci, non ti trova. Mi sembra fuori luogo continuare a insistere su certe dinamiche; è necessario in Italia sperimentarne di altre. Credo fortemente nell’importanza di adeguare le poetiche alle condizioni materiali, voglio che la mia poetica risponda e ascolti il contesto in cui vivo, dando un senso all’azione che compio.

E’ da queste considerazioni che è nata la scuola di Visioni del Contemporaneo che hai avviato ad Ancona e a Macerata?
Si. In realtà ho sempre pensato di non essere capace di lavorare nella formazione, e che soprattutto non mi interessasse. A un certo punto però è nata fortissima l’esigenza non tanto di formare artisti quanto di formare un pubblico. La scuola è destinata pertanto a non addetti ai lavori, a ragazzi giovani che non hanno specificatamente una vocazione artistica, ma che potranno portare la loro sensibilità nella visione del contemporaneo all’interno del percorso lavorativo che hanno già scelto.    


Com’è strutturata questa scuola?
La scuola si è costituita secondo un modello nuovo, non è il solito corso di teatro, ma più un accompagnamento alla visione non solo di spettacoli ma proprio del mondo. Chiediamo a questi ragazzi di essere autori del loro fare. Il lavoro si è focalizzato sull’autoritratto; ogni insegnante – siamo cinque in altrettante discipline diverse, (paesaggio sonoro, scrittura, performance, arte relazionale e fotografia) – ha sviluppato il concetto di autoritratto; nella realizzazione finale questo concetto dovrà fare i conti con la spazio aperto. L’evento finale consisterà in “agguati” che saranno realizzati all’ex Mattatoio di Ancona e al Mercato delle Erbe di Macerata. I ragazzi dovranno essere capaci di ascoltare il luogo e, nutriti da esempi tratti dalla storia dell’arte moderna e contemporanea, scegliere la loro modalità di autorappresentazione. Sono rimasto stupito che al termine del primo modulo della scuola tutti i progetti presentati per essere sviluppati nel secondo modulo da ciascun partecipante si poggiassero su idee forti, che univano le conoscenze pregresse al nuovo percorso, un piccolo miracolo.  
L’altro piccolo miracolo è che uno dei partner della scuola, la GGF Group, un’azienda marchigiana che si occupa di turismo di qualità, si è offerta di assumere uno dei partecipanti del corso, quindi un corso non professionalizzante paradossalmente offrirà lavoro a uno dei suoi partecipanti.

Una “stramberia” come altre che fortunatamente stanno nascendo in questi tempi di crisi. Ma per tornare al lavoro di Sineglossa e alla schizofrenia di cui parlavi, come incide questa condizione nel tuo lavoro di regista?
“Eresia Bianca”, la nostra nuova produzione, è strutturata in due forme diverse proprio a causa di questa mia schizofrenia: da una parte sarà un lavoro più strettamente teatrale, che quindi girerà per spazi convenzionali in festival convenzionali, ma c’è anche tutta un’altra parte meno convenzionale e più estemporanea.

Ti riferisci alle residenze sovraesposte come quella che hai realizzato alla galleria Quattrocentometriquadri in febbraio?

Sì, è stato molto divertente per noi. Ai componenti storici di Sineglossa si sono aggiunti la costumista Valentina Sanna e il designer/scenografo Simone Alessandrini. Siamo entrati in una galleria completamente vetrata, quindi totalmente sovraesposta, e per due settimane abbiamo provato, mostrando il processo artistico che era in atto, incuriosendo le persone che si trovavano a passare. Abbiamo anche utilizzato i social network spammando l’agenda della giornata successiva, cosicchè ognuno potesse scegliere gli orari che preferiva e fermarsi a guardare come a un drive-in.
La mia ricerca, in questo momento, ha un legame con quella che chi ne capisce più di me (per esempio Sabrina Maggiori, direttrice artistica di Nottenera) definisce arte relazionale  che ha nel processo la gran parte del valore. Nonostante io sia  tuttora molto convinto che un valore estetico e autonomo dell’opera sia fondamentale per continuare a regalare bellezza, credo anche che questo non sia più sufficiente soprattutto in Italia, dove la relazione tra artista e pubblico non esiste o deve essere reinventata.

Ci saranno altre tappe di questo genere di residenze?
Sì, saremo in vetrina a Roma per Teatri di Vetro dal 20 al 26 maggio con evento finale l’ultimo giorno. Ci saranno ulteriori modifiche perchè vorremmo uscire dallo spazio in qualche modo ancora protetto della galleria d’arte, come è stato ad Ancona, e entrare in un vero e proprio negozio, quindi con un rapporto che necessariamente si dovrà instaurare con gli acquirenti comuni. E poi una successiva ad ottobre a Wroclaw.

Che cosa ha portato al vostro lavoro questa condizione di sovraesposizione?
In qualche maniera l’obbligo di confrontarci con i feedback costanti dei passanti, soprattutto dei giovani, rispetto ai quali mi sento molto inadeguato. Io penso molto al mio lavoro drammaturgico a livello sia politico che poetico, strutturandolo quindi in modo particolarmente stratificato; però presuntuosamente credo che nella stratificazione ci sia un livello che possa essere goduto da tutti. Ci tengo molto che il pubblico sia contento, nel senso che esca sovraeccitato, con delle domande.

Invece dal punto di vista della messa in scena, il lavoro in vetrina come si riversa nel lavoro più specificatamente teatrale? Ti porta verso altre direzioni, ti apre altre possibilità?
Per necessità ho smesso di controllare con l’occhio esterno, sono entrato nella vetrina e ho strutturato gli elementi da dentro e questo ha cambiato parecchio il lavoro di Sineglossa. Ed è stato anche molto divertente.

Un’altra vostra caratteristica sono i pensieri e le iniziative legate all’autoproduzione.
Sì, è un’altra riflessione che mi sta molto a cuore. Avevamo già attuato in passato una dinamica di autoproduzione in cui chiedevamo un sostegno al pubblico intervenuto al nostro spettacolo chiedendo di diventare produttore del nostro successivo progetto. L’iniziativa ha avuto un valore più che altro simbolico, nel senso di partecipazione attiva e di responsabilità.

Eresia Bianca - Sineglossa

Eresia Bianca – Sineglossa (photo: Federica Fagiani)

A “Eresia Bianca” sarà invece legata la vendita di t-shirt strettamente correlate al lavoro drammaturgico e al senso di essere responsabili di ciò che si è visto.
In “Eresia Bianca” Simona cerca di costruire il suo autoritratto in relazione al tema della purezza e di veicolare ai posteri l’idea di purezza di Giovanna d’Arco. In questo momento storico mi è sembrato che il mezzo più appropriato per fare ciò fosse la fotografia. Nello spettacolo però le fotografie che vengono proiettate non corrispondono a ciò che lei avrebbe voluto; si crea così un conflitto tra la percezione che lei avrebbe desiderato riportare all’esterno e quella che in realtà esce fuori. Quindi lei si trova continuamente a doversi confrontare sul senso di purezza che voleva rimandare e su che pericolo la purezza assoluta possa essere, su che difficoltà c’è a rimanere sempre sovraesposti in superficie per poter diventare mito di purezza. Questa insicurezza rispetto alla propria identità viene riproposta nelle magliette, che hanno una scritta “WHO AM I?” e delle tasche vuote che possono essere riempite con dei negativi, acquistabili separatamente, e sono gli stessi utilizzati nella proiezione sulla vetrina. Rappresentano figure mitiche che in qualche maniera hanno declinato il senso della purezza: Michael Jackson, Hitler, la Madonna, ma anche una rivoluzionaria di piazza Tahrir. Ogni persona, ogni mattina, può scegliere l’immagine da cui si sente rappresentata o no (da questo nasce il punto di domanda) e confrontarsi con i propri amici, che inevitabilmente chiederanno conto della scelta del negativo, anche solo per curiosità.

Un senso di assoluto che non può essere raggiunto?
Esatto. Il discorso delle magliette è anche molto legato al senso di portare la performance al di là del tempo in cui viene effettuata. Permane la possibilità di far riflettere su quello che è stato il nostro spettacolo anche in nostra assenza. Chi indossa la maglietta si troverà a spiegare e giustificare continuando a parlare del lavoro che ha visto.

Un’ultima domanda. Come mai hai scelto, a differenza degli altri componenti di Sineglossa, di tornare ad Ancona?
Perchè le Marche sono un territorio estremamente vivo nonostante tutto. In questo momento sembra ci siano forti possibilità di fare delle cose belle. La mia priorità di scelta va sempre un po’ rispetto a questo; non sono uno che si muove per amore di una persona, sono uno che si sposta per amore del proprio lavoro.
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *