Festival del Silenzio 18: nella dieta di parole la forma più alta di dialogo

Meyyappan in OffKilter (photo: Niall Walker)
Meyyappan in OffKilter (photo: Niall Walker)

“Le parole creano equivoci. La vera comunicazione avviene nel silenzio”. Non sbagliava il filosofo siciliano Michele Federico Sciacca: gli uomini che non fanno comunità nel silenzio sono incapaci di dialogo autentico. Il silenzio non è vuoto relazionale, ma pregnanza dialogante, spazio simbolico che riempie di significati il gesto e ogni parola che conta. Non è un caso che, anche nella preghiera, la vetta più alta della fede è la contemplazione mistica.

È anche questo il senso del Festival del Silenzio tenutosi alla Fabbrica del Vapore di Milano a marzo: una dieta delle parole e dell’esteriorità; la piena dignità del linguaggio dei sordi; l’enfasi attribuita alla mimica dei volti e delle mani, alla rappresentazione del “non detto”, che poi è la sostanza anche delle arti performative, della danza, in generale del teatro. Con la capacità di stabilire un contatto emotivo, più autentico, con la realtà.

Non sorprende che a promuovere la prima edizione di questo festival, insignito della Medaglia d’Oro del Presidente della Repubblica, sia stata Fattoria Vittadini, collettivo milanese di danzatori che ha appena festeggiato i dieci anni di vita, e che ha fatto della ricerca artistica e della contaminazione tra stili, esperienze e linguaggi, il proprio tratto dominante.


Con la direzione artistica di Rita Mazza, attrice e artista nativa segnante nota per aver interpretato a teatro il ruolo di Sarah in “Figli di un Dio Minore” di Mark Medoff, il festival assume un taglio internazionale. Teatro, danza, arti visive, musica, declinati in performance, workshop, mostre, spettacoli hanno incontrato il gradimento di un pubblico eterogeneo per gusti, lingue, esperienze.
Ogni evento ha fatto registrare il “tutto esaurito”. Forse perché comunicare nel silenzio è la forma più alta di dialogo. Il silenzio aiuta la riflessione, il pensiero, la conoscenza, la valutazione. Valorizza ciò che ci circonda. È un mezzo per arrivare alla nostra anima e a quella del nostro interlocutore.

Tra gli eventi più interessanti di questa edizione, “Off Kilter” di Ramesh Meyyappan, artista segnante di Singapore residente a Glasgow, che coniuga teatro visivo e fisico, arti circensi, buffoneria e burattini. Ne nascono spettacoli evocativi di forte impatto narrativo.

Suggestivo anche “Mim (The medium is the massage)”, progetto del francese Jacque-André Dupont, scenografia video dello stesso Dupont e di Anthony Oilhack, live electronic music Clément Destephen, performers Fattoria Vittadini.
Questa coreografia tattile destinata a un pugno di spettatori è un’esperienza surreale accompagnata da un sottofondo sonoro onirico e da immagini galattiche, a colorare la sala. Rannicchiati su sedie da massaggio nella posizione aerodinamica di un ciclista, i partecipanti si rilassano durante un contatto fisico con gli artisti progressivo, empatico, mai invasivo. C’è, in questa combinazione di corpi e menti, la disponibilità a lasciarsi contagiare dai sensi altrui. L’interazione è arricchimento multisensoriale e dialogo spirituale. Si fondono stelle e acqua, mare e cielo. Si degrada lentamente verso una notte blu che rilassa i sensi e smorza le nevrosi in un orizzonte indecifrabile. In questo mondo parallelo tutto è vago. Tutto è cura, intimità, accudimento. Un abbraccio panico libera e unisce performer e spettatori.

Il nostro viaggio negli abissi inconsci e corali del silenzio si chiude con Giuseppe Giuranna, maestro del Visual vernacular. È una tecnica visiva che crea un particolarissimo linguaggio dei segni, criptico o terso a prescindere dalla conoscenza della lingua per sordi. È una danza del corpo buffa, scanzonata, capace di creare un lirismo silente ritmato. Quest’orchestra di gesti affascina: ogni spettatore la intende a modo proprio. Non è possibile una chiave di lettura ufficiale, oggettiva.
La tecnica di Giuranna si avvicina agli stilemi del cinema (zoom, soggettive, cambi di velocità). Si anima di gesti ripetitivi, insistiti, come scanditi da un metronomo. Questo Mr. Bean della Lis fissa nello spettatore gesti e azioni come se fossero riprodotti dalla macchina da presa secondo varie angolazioni. Il corpo si fa palcoscenico.

Alla Fabbrica del Vapore la diversità diventa terra di mezzo per l’incontro di culture e linguaggi. Non sono mancate proiezioni cinematografiche, una mostra dedicata al transfuturismo russo e momenti didattici in cui il pubblico ha potuto acquisire i rudimenti della Lis.

Il Festival del Silenzio è un’ottima occasione per imparare ad ascoltare. Per migliorare la qualità delle nostre relazioni, comprendere fino in fondo l’altro, analizzare più a fondo noi stessi. Mettendo a frutto la lezione di Epitteto. Che quasi duemila anni fa osservava come il buon Dio ci avesse dato due orecchie e una sola bocca per imparare ad ascoltare il doppio di quanto parliamo.

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