L’Orfeo in Valle d’Itria di Petrou & Gasparon

Orfeo (photo: Clarissa Lapolla)
Orfeo (photo: Clarissa Lapolla)

Quest’estate siamo tornati a Martina Franca, al Festival della Valle d’Itria, desiderosi di assistere ad opere al di fuori del repertorio comune per una 45^ edizione dedicata a Paolo Grassi nell’anno del centenario della nascita.
Il festival, in questa edizione, ha avuto due attrattive importanti: l’influenza della scuola napoletana sull’opera tra Settecento e Ottocento, e la presenza in molti degli allestimenti dell’illustre regista, scenografo e regista, quasi novantenne ma ancora meravigliosamente in forma, Pier Luigi Pizzi, che nel grande cortile del Palazzo Ducale della cittadina pugliese ha inventato un semplice spazio diviso in tre grandi riquadri bianchi cubici, ogni volta da riempire e far vivere diversamente: un espediente che ha consentito di predisporre celermente, e in modo semplice, diversi allestimenti.

Come al Festival della Valle d’Itria 18 per il “Rinaldo” di Handel / Leo ci siamo trovati davanti ad un altro “pasticcio”, ossia un’opera risultante da un insieme di composizioni di autori diversi, “Orfeo”, eseguito in prima moderna, che il musicista settecentesco Nicola Porpora compose su libretto di Paolo Rolli, aggiungendo alla sua musica pagine di Hasse, Vinci, Araja, Veracini e Giacomelli.
Questa particolare versione della vicenda di Orfeo si aggiunge in modo assai diverso agli omonimi due capolavori assoluti di Monteverdi e Gluck (L’Orfeo del 1607 ed Orfeo ed Euridice del 1762).
Il “pasticcio” andò in scena per la prima volta il 2 marzo 1736 al King’s Theatre Haymarket di Londra con un cast eccezionale, se pensiamo che nella parte del protagonista vi era il mitico “castrato” Farinelli.
Lo spartito dell’opera, come è stato il caso del “Rinaldo”, è stato ricostruito dal musicologo Giovanni Andrea Sechi.

La vicenda notissima è quella del cantore Orfeo che scende nell’aldilà per chiedere a Plutone di far ritornare in vita la sua amatissima Euridice. In questa edizione, alla vicenda principale si aggiunge anche quella di Aristeo, anch’egli innamorato di Euridice, che finisce per “accontentarsi” dell’antica amante, Autonoe.
Ma, al di là della trama, questo “Orfeo” finisce per essere, attraverso la musica, soprattutto nella parte finale, tra ragionamenti mescolati a ripicche e lusinghe, anche e soprattutto una specie di dissertazione sull’amore come ragione di ogni cosa, capace di sconfiggere, forse, persino la morte; e infatti il protagonista, con l’aiuto fondamentale di Proserpina, riuscirà a riportare in vita la sua amata.


Come si sa l’opera settecentesca è soprattutto formata da arie a sé stanti (ma qui sono presenti anche duetti e piccoli cori) che esprimono, attraverso la musica collegata con le parole, le varie emozioni dei personaggi.
Massimo Gasparon, abituale collaboratore di Pizzi, responsabile di regia, scene e costumi, realizza uno spettacolo che vive soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, meravigliosamente acconciati, che si muovono attraverso pochissimi gesti di grande espressività, che regalano allo spettacolo una ieraticità di grande suggestione, riconsegnandoci in pieno tutti gli stilemi dell’opera barocca, oggi purtroppo troppo poco rappresentata.
L’aspetto visivo e quello musicale si fondono in un tripudio di colori che rimandano al Veronese e al Tiepolo.

George Petrou, a capo dell’orchestra greca Armonia Atenea, accompagnata da strumenti originali, riesce perfettamente a riconsegnare, in modo preciso e acutamente sensibile, tutte le sfumature in una partitura di tre ore che non ha mai annoiato.

Raffaele Pe, che già conoscevamo come interprete del “Trionfo dell’Onore” di Scarlatti e del “Rinaldo” di Handel, si dimostra controtenore di classe, facendoci amare il suo personaggio, capace di ammaliare attraverso arie meravigliose come “Parte talor dal mare” e “M’abbandoni amato bene”, eseguite con grande bravura ed intensità di accenti.
Bene anche l’altro controtenore, di diverso timbro, Rodrigo Sosa Dal Pozzo nel ruolo di Aristeo. Nel complesso soddisfacente l’esecuzione di Anna Maria Sarra come Euridice. Bravissima Federica Carnevale nei panni di una divertente e divertita Autonoe, così come ci sono piaciuti molto i Padroni dell’Ade: Davide Giangregorio e Giuseppina Bridelli, accompagnati in modo consono dal il quartetto vocale dei giovani dell’Accademia Celletti.

Il festival ha avuto anche il merito di farci conoscere due gustosi intermezzi, cioè quelle brevi composizioni brillanti che nel Settecento venivano immesse tra un atto e l’altro nelle opere serie.
In una bellissima masseria situata vicino a Martina Franca ne sono stati allestiti in modo semplice ma godibilissimo due di origine napoletana appaiati in un’unica sera: “L’ammalato immaginario” di Leonardo Vinci (1726) e “La vedova ingegnosa” di Giuseppe Sellitti (1735) con la regia del giovane Davide Gasparro.

Opere in Masseria (photo: Clarissa Lapolla)

Opere in Masseria (photo: Clarissa Lapolla)

Il primo intermezzo, chiaramente ispirato a Molière, vede al centro della storia Erighetta, vedova scaltra che vuole maritarsi a tutti i costi, riuscendo ad incastrare con l’inganno un ricco borghese.
Nel secondo, posto come contraltare, avviene esattamente l’opposto: la vedova Drusilla si finge malata per sedurre Strabone, che a sua volta si finge medico. Due servi di scena, Sebastiano Geronimo e Francesco Argese, si muovono, cambiando personaggio, intorno ad un piccolo palcoscenico, che si trasforma via via in un letto e in seguito, con gustosa invenzione, persino in un ring che ospiterà gli accadimenti.
Tutte le vicende farsesche sono risolte in modo coinvolgente, cercando di farci arrivare i sapori e le atmosfere di quel teatro ora perduto, ma che ritroveremo anche in molte opere di celebrati autori dell’Ottocento.
Bravissimi sia Bruno Taddia, divertente cantante attore, così come Lavinia Bini, in scena solo come interprete, essendo indisposta vocalmente, sostituita in modo egregio dalla giovanissima Maria Silecchio, allieva dell’Accademia Celletti.
Corretta, senza particolare verve, ci è sembrata l’esecuzione della Cappella Musicale Santa Teresa dei Maschi, diretta da Sabino Manzo.

Nella prossima puntata da Martina Franca vi parleremo di “Ecuba” di Nicola Antonio Manfroce e del “Matrimonio Segreto” di Domenico Cimarosa.

Orfeo
Dramma per musica in tre atti di Nicola Porpora
Libretto di Paolo Rolli
Edizione critica a cura di Giovanni Andrea Sechi
Direttore George Petrou
Regia, scene, costumi e luci Massimo Gasparon
Orfeo Raffaele Pe
Euridice Anna Maria Sarra
Aristeo Rodrigo Sosa Dal Pozzo
Proserpina Giuseppina Bridelli
Pluto Davide Giangregorio
Autonoe Federica Carnevale
Armonia Atenea

Nuova produzione

Visto a Martina Franca, Palazzo Ducale, il 2 agosto 2019

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