Festival della Valle D’Itria 18. La lirica è giovane

Il trionfo dell'onore (photo: Cecilia Vaccari)
Il trionfo dell'onore (photo: Cecilia Vaccari)

Il Festival della Valle D’Itria, che si svolge da 44 anni a Martina Franca, in Puglia, riveste a livello nazionale, ma non solo, una rilevanza assoluta nella riscoperta e rivalutazione dell’opera barocca e, spesso, ripristinandole nella loro giusta essenza, di quelle creazioni che normalmente sono tenute ai margini delle abituali programmazioni invernali.

Le opere in cartellone – che qui analizzeremo soprattutto dal punto della messa in scena, affidata, e questo è un altro punto interessante ed innovativo del festival, a tre registi giovani e promettenti – sono tre capolavori di sensibilità e di costruzione assai diversi tra loro: “Il Trionfo dell’onore” di Alessandro Scarlatti, “Giulietta e Romeo” di Nicola Vaccaj e “Rinaldo” di Georg Friedrick Handel, creazione meravigliosa, quest’ultima, qui offerta in un vero e proprio pasticcio originale, assai particolare e gustoso. Tre opere proposte in modi assolutamente diversi, che ci permettono di esplorare da vicino come il melodramma sia ancora vivo, e in quante maniere possa essere proposto in modo fecondo e significante.

Iniziamo da “Il Trionfo dell’Onore” di Alessandro Scarlatti, opera in tre atti datata 1715 su libretto di Francesco Antonio Tullio, che vede la regia della compagnia milanese Eco Di Fondo.
L’opera, configurandosi come una specie di Don Giovanni ante litteram, qui impersonato dallo spiantato Riccardo, con evidenti riferimenti anche ai caratteri della commedia dell’arte, si risolve ad essere alla fine un divertente gioco di coppie che si mescolano e si cercano.
Al centro, come detto, il debosciato Riccardo (ruolo en travesti) che, dopo aver sedotto e abbandonato Leonora per Doralice, giunge con l’amico Rodimarte in casa dello zio Flaminio che, pur essendo ormai anziano e promesso sposo di Cornelia, non rinuncia a correr dietro anche lui alla servetta Rosina, bramata ovviamente pure da Rodimarte.
A complicare le cose giunge Erminio che, innamorato di Doralice, per amore e per onore, essendo fratello di Leonora, sfida Riccardo a duello, il quale, ferito, si pente e si riappacifica con Leonora.
Il finale, eseguito dagli otto personaggi, celebra il trionfo dell’onore e dell’amore.


Scarlatti rappresenta uno dei maestri della scuola settecentesca napoletana (Pergolesi, Cimarosa, per intenderci), degno trait d’union tra Monteverdi e Rossini. “Il trionfo dell’onore” ci regala un bellissimo esempio di commedia compenetrata da stili musicali diversi, ma perfettamente inseriti in un risultato globale godibilissimo, diretto con giusto ritmo da Jacopo Raffaele ed eseguito da giovanissimi interpreti, tra cui ci piace ricordare il baritono Patrizio La Placa come Rodimarte e il controtenore Raffaele Pe nel ruolo di Erminio.

Giulia Viana, Giacomo Ferraù e Libero Stelluti di Eco Di Fondo, anche loro in scena, decidono di ambientare l’accaduto – ricordato attraverso gli occhi di un bambino, che risolverà in modo positivo tutta la vicenda – in un piccolo paese del nostro Sud, tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso.
La masseria scelta come luogo dello spettacolo diventa così in modo gustoso la piazza del paese, dove troneggia la locanda di Cornelia. Senza stravolgimento alcuno, la regia del gruppo milanese riesce benissimo nell’intento di arricchire, con discrezione e fantasia, di gusto contemporaneo gli intendimenti di questa geniale opera buffa settecentesca.

“Giulietta e Romeo”, seconda opera in programma, è una creazione di Nicola Vaccaj di rarissima esecuzione, su libretto di Felice Romani, rappresentata per la prima volta al Teatro alla Canobbiana di Milano il 31 ottobre 1825.
Celebre è l’episodio attribuito alla grande cantante Maria Malibran che fece sostituire, in alcune recite, il finale dell’opera belliniana “I Capuleti e i Montecchi” con l’omologo dell’opera di Vaccaj, che trattava la stessa storia, a lei più congeniale; ciò divenne poi pratica frequente durante il resto del diciannovesimo secolo. L’episodio dimostra come le due opere siano assai intrecciate fra loro e che, al di là dell’accadimento descritto, il capolavoro di Bellini, dato il nome prestigioso dell’autore, purtroppo ben presto soppiantò quest’opera, scritta con sapiente e variegata vena musicale.

Il festival ce ne ha restituito tutta la sua originale bellezza nell’edizione critica di Ilaria Narici e attraverso le interpretazioni di Leonor Bonilla come Giulietta, e di Raffaella Lupinacci, nel ruolo en travesti di Romeo, condotti in modo esemplare dal giovane direttore Sesto Quatrini. Ci è piaciuto molto anche il tenore Leonardo Cortellazzi, come Cappellio, che ha eseguito magistralmente il bellissimo lamento funebre per la morte della figlia.

Giulietta e Romeo (photo: Marta Massafra)

Giulietta e Romeo (photo: Marta Massafra)

La bella messinscena di Cecilia Ligorio non attualizza la storia che vede già Romeo e Giulietta come amanti, ma ce la fa rivivere in un tempo antico, di stampo seicentesco, attraverso i bellissimi e vaporosi costumi di Giuseppe Palella.
Un muro sovrasta la scena, muro che si apre per mostrare la stanza di Giulietta, mentre, con bellissima invenzione, la scena si popola, nel secondo atto, di un’inferriata e di lumi, diventando, piano piano, il cimitero in cui si svolge la morte dei due amanti.

La regia, potremmo dire cinematografica, utilizza soprattutto i colori per definire non solo le varie fazioni in lotta, ma anche, aiutata dalle luci di Luciano Novelli, per sottolineare le emozioni, pescando riferimenti da capolavori pittorici che di volta in volta precipitano sul palco.

Reinventata da capo, come del resto anche l’opera messa in scena, è invece il “Rinaldo” di Handel del 1711, su libretto di Aaron Hill e Giacomo Rossi, tratta dalla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, che vede la bella Almirena bramata nel medesimo tempo dal saraceno Argante e dall’eroe cristiano Rinaldo, concupito a sua volta dalla maga Armida, personaggio al centro anche di una meravigliosa opera di Rossini.

Abbiamo in questo caso assistito ad un vero e proprio curioso “pasticcio”, tratto dal capolavoro di Handel, assemblato da Leonardo Leo nell’ottobre 1718, in occasione del compleanno del sovrano Carlo VI, con l’aggiunta di intermezzi di due personaggi buffi, Lesbina e Nesso (qui impersonati con bella presenza scenica da Valentina Cardinali e Simone Tangolo), e di diverse pagine di autori come Francesco Gasparini, Giuseppe Maria Orlandini, Giovanni Porta, Domenico Sarro, ma anche del “Prete rosso” Antonio Vivaldi. Una versione caduta nell’oblio, fino al ritrovamento del manoscritto originale nel 2012, ricostruito per il festival da Giovanni Andrea Sechi.

Rinaldo (photo: Fabrizio Sansoni)

Rinaldo (photo: Fabrizio Sansoni)

Giorgio Sangati, allievo di Luca Ronconi, ambienta la sfida tra cristiani e saraceni, tema dell’opera, negli anni ’80 del secolo scorso, immaginando due fazioni di star della musica: i cristiani appartenenti al pop-rock e i saraceni al dark-metal .
Così Rinaldo ricorda Freddie Mercury e la maga Armida Cher. Ma ci pare di intravvedere anche Elton John, David Bowie, Madonna come Almirena e Kiss.
Ci sarebbe piaciuto però che Sangati osasse di più in questa direzione, legata soprattutto ai fantasioni costumi di Gianluca Sbicca. Tutto è condotto con eleganza e garbo, dal palazzo di Almirena, popolato di gabbie di uccelli, al cigno galleggiante del Mago.
Il pasticcio si nutre anche in scena esclusivamente di interpreti femminili, che operano en travesti, mescolando amori e gelosie, contribuendo all’ingarbugliamento dello sguardo dello spettatore.

Questo “Rinaldo” ha bisogno, per potere esistere, di interpreti d’eccezione e qui li ha avuti. Dirette con maestria da Fabio Luisi, Teresa Iervolino (Rinaldo) è superlativa soprattutto nelle tre stupende arie che Handel le offre, veri vertici della musica di ogni tempo (“Lascia ch’io pianga”, diventata qui “Che io resti “, “Cara sposa” e “Cuore ingrato”, per non parlare del rutilante “Or la tromba in suon festante”). Carmela Remigio, furente e appassionata, si dimostra una perfetta Armida, acclamata a furor di popolo sino all’ultima aria, eseguita tra orchesta e clavicembalo con perfetto virtuosismo canoro ed interpretativo.

Martina Franca ci ha regalato dunque un bellissimo festival, riuscendo a collegare in modo perfetto musica e teatro, ambedue proposti da artisti legati alle nuove generazioni, facendo ben sperare nel futuro dell’opera lirica.

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