Inequilibrio fra giovani compagnie. Sguardi dal festival 2018

Il Castello Pasquini (photo: Guido Mencari)
Il Castello Pasquini (photo: Guido Mencari)

Porta con sé il numero XXI, questa lunga edizione del festival Inequilibrio 2018 che si è articolata in diciotto giorni di spettacoli, concerti ed incontri. Ancora sotto la direzione di Fabio Masi e Angela Fumarola, ha offerto la bellezza di 52 spettacoli per più di 80 repliche, in un incrocio di linguaggi e nomi della scena contemporanea, italiana e internazionale.
Tra le iniziative segnaliamo il Focus Young Mediterranean And Middle East Choreographers 2018 – dopo il successo di quello dello scorso anno, dedicato ai giovani coreografi arabi – e due personali dedicate al danzatore e coreografo torinese Daniele Ninarello e alla drammaturga, regista e attrice Rita Frongia.

La fragilità, come si evince dall’immagine del manifesto ad opera di Guido Bartoli, è il tema di questa edizione. Una figura femminile con le ali che perdono piume sta eretta su un tappeto di uova rotte. È una figura indefinita, che risveglia nell’immaginario molteplici possibilità a cui si va ad aggiungere la vignetta che rappresenta l’icona “fragile” posta sulle scatole dei bicchieri. Ed è vero, sono tempi fragili, così come fragile è il teatro, tutto da custodire, curare, preservare. Ma forse non tutto, a volte qualcosa lo butteremmo via.

Restando in tema di fragilità, parleremo di spettacoli presentati da alcune giovani compagnie: gioventù bene prezioso da difendere e a cui fare spazio. Anche il fatto di parlarne è già un po’ prendersene cura.


Ecco dunque “Bolle di sapone” della compagnia L’uomo di Fumo – in scena il primo giorno di festival, di cui su Klp si è da poco parlato in occasione della replica romana -, uno spettacolo portatore, nelle intenzioni, di un “teatro che non snobbi chi non sa e non annoi chi sa”.
La compagnia presenta un lavoro esile e delicato, ma questo sia detto non in tono negativo. È una storia semplice con due protagonisti che non immagineremmo certo a ballare strafatti in discoteca o ad esibire una sicumera di quelle tanto sbandierate sulle nostre reti televisive. E’ una storia di ossessiva timidezza, di comportamenti reiterati per proteggersi e nascondersi da una realtà pesante ed aggressiva nella quale i due protagonisti, un giovane ipocondriaco ed una ragazza che vive nascosta nei suoi pensieri, si sfiorano fino a toccarsi, complice un luogo urbano.
Ma anche se tutti si aspetterebbero il lieto fine, il classico happy end di tanti film americani, qui si rimane in sospeso. Il lavoro fila compatto e lascia molto spazio allo spettatore di interpretare ed immaginare, complici anche gli elementi scenografici che caratterizzano i due attori.
Forse la bilancia drammaturgica pende un po’ troppo dalla parte del protagonista, più “definito”, a scapito dell’altra femminile solitudine. Ci vorrebbe qualcosa in più, ma nell’insieme il lavoro non passa inosservato per delicatezza e grazia poetica.

Schianto di Oyes (photo: armunia.eu)

Schianto di Oyes (photo: armunia.eu)

Anche la compagine milanese Oyes è passata quest’anno da Inequilibrio. Li avevamo lasciati al dittico ispirato a Cechov. Qui presentano un breve studio, “Schianto”, caratterizzato, in questa fase iniziale, da una ricca materia drammaturgica che lascia intravedere cose notevoli, seppur con qualche perplessità. Nel lavoro non tutto è ancora rodato e non tutti gli attori sembrano già dentro la materia, ma di studio iniziale si tratta. E diciamo questo convinti della validità di una realtà come Oyes.
È una storia ricca di personaggi e colpi di scena, vicende di realtà quotidiane a noi vicine, dove eventi e incontri improvvisi vanno a deviare il corso di una vita. Sono personaggi immersi nelle loro solitudini fatte di angosce e amari destini, il tutto condito con un ritmo incalzante.
Si esce con sensazioni tutto sommato positive, con la speranza che alcune situazioni e soprattutto alcuni personaggi presentati, nell’evolversi delle prove, non vadano a sfiorare lo stereotipo. A questo, nei precedenti lavori, la compagnia meneghina non ci ha abituati.

Di tutt’altra materia si è parlato nello spettacolo di Amor Vacui, finalista all’ultimo Premio Scenario, “Intimità”. Lo spettacolo parte in quarta, tra le risate del pubblico, coi tre protagonisti in mutande che si presentano al pubblico per riflettere “intorno alla nostra tendenza a ripetere, nelle relazioni, gli stessi schemi di comportamento”. Apertamente e senza orpelli.
Diciamo subito che lo spettacolo è piaciuto molto al pubblico, anche se il replicare lo stesso schema applicandolo ai diversi quadri presentati, corrispondenti alle differenti età biografiche di una vita, fa perdere di incisività. A ciò si aggiunge una certa “debolezza drammaturgica”. Spesso si rimane in superficie preoccupati solo di far ridere il pubblico.
“Intimità” si dimostra più efficace quando la riflessione riguarda problematiche giovanili, dove i tre protagonisti sono maggiormente a loro agio. Invece, quando si va a parare su altre età – ad esempio il momento “ottuagenari” – la riflessione appare debole, a tratti un po’ scontata, fino a non convincere del tutto. Servirebbe un po’ più di struttura, evitando di cercare solo la battuta e il tempo giusto, strizzando troppo l’occhio al pubblico. Che comunque dimostra, eccome, di gradire.

Intimità di Amor Vacui (photo: Serena Pea)

Intimità di Amor Vacui (photo: Serena Pea)

Concludiamo con The ghepards e la prima nazionale de “La fanciulla con la cesta di frutta”.
La giovane compagnia, formatasi nel 2016, presenta un lavoro ambizioso e sulla carta interessante per gli spunti e le riflessioni che potrebbe aprire. Ma i protagonisti dimostrano di non avere le spalle sufficientemente larghe per sorreggere in pieno una materia del genere: una riflessione sull’arte che spazia da considerazioni estetiche a quelle filosofiche, attraverso capolavori immortali.
Tutto inizia all’interno della Galleria Borghese di Roma, dove d’improvviso il personaggio raffigurato nel quadro “Il fanciullo con la canestra di frutta” di Caravaggio squarcia il silenzio della sala, lamentando la sua caduta nel dimenticatoio del tempo. È Mario Minniti, modello di Caravaggio e pittore siciliano, “intrappolato per l’eternità” dentro alla sua cornice.
Da qui si dipana il lavoro, in cui vanno ad animarsi in scena i personaggi di altri quadri di pittori famosissimi – Van Gogh, Degas, passando per Roger Millet -, anch’essi con mille dubbi e domande irrisolte circa la loro creazione e il rispettivo ruolo nell’opera, la vita eterna in una tela, i loro sguardi posati su un mondo che scorre ogni giorno davanti alla loro costante immobilità.
L’idea di fondo è interessante, tuttavia molti momenti non risultano efficaci e nell’insieme lo spettacolo finisce per non soddisfare le aspettative iniziali. Ma i ragazzi sono giovani. E nel difficile equilibrio tra comicità e poesia, esuberanza e misura, ci sarà tempo per rimettere a posto qualcosa.

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